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Falzone rinnova il dixieland per Area M

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Sono particolarmente numerose le iniziative di Area M, progetto pluriennale dedicato alla diffusione di teatro musicale e musica jazz e del 900 nel quartiere Città Studi di Milano, con un occhio di riguardo alle giovani realtà territoriali; all'interno di questo contenitore si è esibita, il 26 febbraio all'Auditorium di Via Valvassori Peroni, la Giovanni Falzone Dix Band.


Giovanni FalzoneSono particolarmente numerose le iniziative di Area M, progetto pluriennale dedicato alla diffusione di teatro musicale e musica jazz e del 900 nel quartiere Città Studi di Milano, con un occhio di riguardo alle giovani realtà territoriali; all'interno di questo contenitore si è esibita, il 26 febbraio all'Auditorium di Via Valvassori Peroni, la Giovanni Falzone Dix Band.
Appare persino strano, in questi tempi difficili, che sia stato possibile consolidare un progetto come Area M, in grado di instaurare una rete di partnership e creare quello che sta diventando un vero e proprio quartiere della musica, con una programmazione di 130 eventi all'anno in spazi diversificati, che vanno dal teatro all'osteria.
Ed appare altrettanto meritevole l'idea di Giovanni Falzone di rendere omaggio alla musica di New Orleans, pur rileggendola in una visione progettuale "cross-over" e restituendola all'ascoltatore in un'estetica allucinata, urbana, intrisa di rock, di punk e di tutti quegli elementi musicali di ogni forma e genere che hanno caratterizzato il ricco percorso artistico del compositore e trombettista di Agrigento. Falzone non è certo nuovo a queste sperimentazioni, ed i suoi ultimi progetti hanno omaggiato Hendrix, Led Zeppelin, Nirvana ma anche Giuseppe Verdi, in una logica completamente trasversale a generi e confini, ma per l'occasione ha allestito un nuovo quintetto, composto da Rudi Manzoli al sax tenore, Andrea Rotoli al banjo, Danilo Gallo al basso elettrico e Riccardo Tosi alla batteria. Tutti musicisti funzionali al progetto, in grado di trasportare il dixieland nel XXI secolo.
Ed infatti il dixieland vero e genuino arriva solo con il quinto brano, quella "Royal Garden Blues" dell'ormai lontano 1919, resa popolare dalla Original Dixieland Jazz Band e reinterpretata da molti artisti che hanno fatto la storia del jazz, da Kid Ory a Branford Marsalis passando per Duke Ellington; prima, dopo un'introduzione del leader che agita una lattina di una nota bibita americana che riproduce la storia del dixie, una versione rumoristica dello standard "The sheik of araby" ed alcuni pezzi dove, nonostante la presenza del banjo, prevalgono le strutture bop (il brano originale "Salto nel vuoto"), lo stile jungle e le scansioni rock ("Jungle's Mood", sempre di Falzone).
La scaletta prosegue poi con "St. Infirmary Blues", caratterizzata dal suono lancinante e straziato della tromba del leader, ed introdotta da un suo tema appoggiato su un bel riff di banjo e da un'ambientazione urbana da cui emergono i suoi vocalizzi ed il dixie in lattina; e ancora "Sweet Georgia Brown", intrisa di hard rock e, usando le parole dello stesso Falzone, trattata con una puntura di punk, con ottimi interventi solistici del sax di Manzoli e del basso elettrico di Gallo, distorto dagli effetti come una chitarra hendrixiana. Si chiude con altri due brani originali, un omaggio in tradizionale stile "Hot Five" ad Armstrong ("Blues for Louis") e, nel bis, un interessante cocktail di musica tradizionale e western sound, "Fast mood but not food", con soli pertinenti di sax, tromba e batteria.
L'utilizzo della classica struttura tema-assoli-tema consente alla front line di esibirsi in momenti intensi e comunicativi, corroborata dall'efficace tappeto ritmico prodotto da Gallo e Rotoli e sospinta dalla inarrestabile propulsione rock di Tosi. Oltre a Falzone, che ha ormai maturato una perfetta padronanza dello strumento ed un suono lirico e intenso davvero invidiabile, e che con qualche effetto ed un approccio vocale che ricorda i cantanti heavy metal anni '70 apporta un considerevole contributo alla trasposizione "cross-over" del suo prodotto musicale, anche Manzoli al tenore ha interpretato il suo ruolo con insolita energia, producendo apprezzabili interventi solistici perfettamente integrati nel contesto.
Purtroppo la pessima acustica dell'auditorium, assieme all'alto volume, non ha valorizzato gli impasti sonori e gli originali arrangiamenti messi in campo dalla band e dal suo leader; e siamo certi che gli amanti del jazz, dopo aver apprezzato i numerosi progetti "cross-over" di Falzone, aspettano con ansia un suo ritorno a terreni più convenzionali, che diano modo alla sua vena più classica e jazz di partorire pagine meravigliose come quelle che ci ha regalato in passato. Nell'attesa, ricordiamoci di questi 95 minuti che, se non passeranno alla storia, ci hanno regalato una serata certamente divertente.


 

 

Commenti   

#5 Alberto Arienti 2015-03-14 19:29
C'è anche da dire che questa musica in Italia è ormai così poco frequentata (a parte Patruno e i suoi amici), che si tende a fare un gran minestrone, senza molta voglia di fare troppe distinzioni, mentre in America sembra che ci sia un rinato interesse per la musica di New Orleans.
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#4 Gianni Gualberto 2015-03-14 08:32
Sì, immagino che tutti parlassero di Dixie... peccato che sia un errore, e neanche tanto veniale, visto che comunque Falzone (che non so fino a che punto abbia in mente la differenza: è un musicista, non un filologo, non credo egli si ponga il problema, che pure non è di lana caprina) non è certo un esponente di qualche revival e il repertorio mi pare guardasse proprio a New Orleans, per quanto evidentemente rielaborato. Non credo che si pensasse a Bunk Johnson o alla Yerba Buena... E' vero che fra gli americani la differenza fra trad, hot jazz, dixieland, classic jazz, New Orleans è pressoché inesistente e con i varî termini si vuole comunque indicare il jazz delle origini così come concepito a New Orleans, da noi purtroppo si pensa a qualcuno con paglietta in testa a esibirsi su un barcone del Mississippi. Non è proprio la stessa cosa e credo che non si debba permettere che s'ingeneri e si perpetui tale equivoco, visto l'analfabetismo che esiste in materia e che, inevitabilmente , conduce a molte delle improprietà (anche storiografiche) oggi ampiamente diffuse nel contesto del jazz e della musica improvvisata in Italia.
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#3 ernesto 2015-03-13 12:39
Grazie Gianni ed Alberto per la precisazione estremamente corretta

in realtà il nostro Jonnhy, che conosciamo come essere onnivoro che carica nel suo tritacarne di tutto un po' per produrre un mix del tutto personale, ha esplicitamente fatto riferimento, a livello musicale ed ance verbale, sia al dixie che al proto-jazz delle origini

credo che lui abbia ben chiara la differenza, ma non l'abbia volutamente resa esplicita; il suo pensiero è che tutto deve passare nel suo tritacarne per uscirne trasformato

io sono d'accordo con voi che l'oggetto del contendere era più vicino al proto-jazz, ma tutti i presenti parlavano di dixie...

un caro saluto
Ernesto
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#2 Alberto Arienti 2015-03-11 14:14
Credo che sia un errore molto comune, almeno in Italia.
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#1 Gianni Gualberto 2015-03-11 08:59
Il proto-jazz di New Orleans non è esattamente il Dixieland... Rendere omaggio al jazz di New Orleans, dunque, non significa eseguire del Dixieland (che la ODJB avesse "Dixieland" nel nome non era connotazione musicale), per quanto oggi sia un errore in cui molti incorrono comunemente. Mi par di capire, dunque, che l'assai bravo Giovanni Falzone non pensasse a Eddie Condon, bensì al jazz delle origini.
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