Stampa

Dialoghi jazz pavesi da Bach all'avanguardia

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Se Mario Brunello e Uri Caine hanno aperto la diciassettesima edizione di "Dialoghi jazz per due" con un appassionato omaggio a Johannes Sebastian Bach, non meno affascinante è stato il confronto tra la tromba di Rob Mazurek e la batteria di Chad Taylor, che da 18 anni ormai si ebiscono insieme nel Chicago Underground Duo.


Mario Brunello e Uri CaineSabato 2 febbraio il Teatro Fraschini di Pavia è inspiegabilmente tuttaltro che esaurito, nonostante il cartellone preveda l'incontro inusuale tra due grandi protagonisti della musica dei nostri giorni; Mario Brunello ed Uri Caine hanno un retroterra culturale apparentemente diverso, ma Bach esercita un fascino particolare su entrambi, visto che i due hanno dedicato più di una incisione al grande maestro del barocco. D'altra parte il pianista e compositore di Philadelphia è certamente annoverabile tra i musicisti jazz, ma ha più volte sforato in campo classico, e la sua versione delle "Variazioni Goldberg" è prova inconfutabile della sua passione per l'amato turingio e per la contaminazione tra generi musicali estremamente diversi tra loro, dal jazz alla classica, al klezmer ed oltre (basterà qui ricordare l'uso di giradischi e DJ in diversi suoi lavori ispirati ai grandi classici, tra i quali va evidenziato almeno anche Mahler).
La scaletta prevede due set per un totale di sei brani, il che alla fine con un paio di bis siginificherà un'ora e 45 minuti di musica; e dopo un inizio un po' in sordina sarà un gran bel dialogo, leggero e poetico, tanto rispettoso della qualità delle pagine dell maestro che le compose, quanto sospinto dalla voglia di riscriverle e reinterpretarle con una classe ed una precisione che solo i grandi musicisti possiedono.
Dopo l'esecuzione della "Suite n. 3 per violoncello solo BWV 1009", in cui Brunello offre subito prova del fascino del suo suono e delle sue impeccabili capacità strumentali, il primo vero dialogo è la "Sonata n. 1 in Sol maggiore BWV 1027", composta da tre diverse sezioni come gran parte delle composizioni che verranno proposte. Musica rigorosamente scritta, con Uri Caine che approccia lo spartito in modo molto classico, senza divagazioni o variazioni, e che appare ancora un po' imbrigliato dalla forma delle strutture.
Nella successiva "Improvvisazione per pianoforte" Caine rimane solo sul palco, toglie il freno e ci regala una miscela travolgente di blues, ragtime, musica classica, jazz europeo, Sudamerica e Brasile; chi conosce bene questo splendido musicista è avvezzo a queste sue performances a 360 gradi, che sintetizzano in un viaggio di pochi minuti gran parte della musica del novecento, ma è sempre entusiasmante lasciarsi travolgere da un'urgenza espressiva che ha pochi eguali di questi tempi.
Il secondo set è tutto in duo, e anche se le due sonate di Bach ripropongono un approccio rigorosamente rispettoso delle strutture della partitura originale, ormai il ghiaccio è rotto, e i vincoli imposti dall'esecuzione formale si fanno via via più impalpabili fino a divenire impercettibili. Le "3 invenzioni per pianoforte e violoncello" scritte appositamente da Uri Caine per questo duo, che dividono le due sonate, contribuiscono non poco a spezzare le catene, trasportando il dialogo su un terreno mobile, fatto di ambientazioni scure, di forme libere, di fughe, di contrappunti, di screziature; particolarmente efficace la seconda invenzione, con il suono del violoncello che si libra nitido sugli arpeggi leggeri del pianista prima che i ruoli si invertano, con Brunello a fare da bordone, con il suo archetto, alle immaginifiche variazioni di Caine.
Nel bis trovano spazio un "Preludio" di Gershwin, con Brunello che si trasforma in consumato jazzista, ed una delicata e poetica "Corale" di Bach che esalta il vibrato del violoncello e le capacità di accompagnamento del suo partner. Mi sono sempre chiesto cosa avrebbe fatto Bach se al posto del clavicembalo avesse avuto un pianoforte: bene, ora lo so !!!
Una decina di giorni dopo, nella splendida chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri, gremita per l'occasione, va invece in scena l'avanguardia di Chicago, rappresentata dall'affiatatissimo Underground Duo, composto dal cinquantenne trombettista Rob Mazurek, nativo di Jersey City, e dal batterista Chad Taylor, di otto anni più giovane e originario dell'Arizona. Il primo affianca al suono della tromba, spesso sordinata, solo qualche spruzzata di elettronica, per aggiungere colore e, raramente, per sottolineare alcune armonizzazioni; il secondo utilizza una vasta gamma timbrica percuotendo la batteria con bacchette, spazzole, mazze e mani nude e facendo ampio uso di tappeti elettronici, tuttavia raramente eccessivi, e soprattutto della mbira, un lamellofono dell'africa sud orientale della cui famiglia fa parte la più nota kalimba, anch'essa elettrificata a dovere ed in grado di produrre suoni metallici di grande suggestione (come quando dialoga con un flauto di legno imbracciato da Mazurek solo per l'occasione).
Il concerto, che dura quasi 90 minuti, è un percorso composito fatto di nuclei tematici che si susseguono, spesso senza soluzione di continuità, in un'ambientazione continuamente cangiante, che spazia da momenti intimistici ad esplosioni energiche, da scansioni rockeggianti ad episodi lirici e cantabili fino al free più viscerale ed urlato, il tutto sempre caratterizzato da improvvisazioni ad alto contenuto tecnico, sia a tempo medio che a velocità supersoniche, e sempre con una facilità di esecuzione davvero impressionante.
Mazurek esibisce un sapiente uso del soffio e del vibrato, virtuosi equilibrismi mai sopra le righe ed una invidiabile padronanza e controllo dello strumento, in grado di produrre suoni nitidi e potenti e sovracuti disumani; Taylor è batterista di grande sostanza, capace di grandi accelerazioni e brusche frenate, in grado di accompagnare la melodia ma anche di guidare la direzione del magma sonoro e di variare la tavolozza timbrica giocando con legni, pelli e metalli. E quando serve, maestro nel far crescere la tensione per poi farla esplodere in fragorose esplosioni a volume da stadio.
E' musica diretta, viscerale, per certi versi ancestrale ed al tempo stesso modernissima, intrisa di una grande varietà di riferimenti all'Africa, al Brasile (dove Mazurek ha vissuto per anni), al Sudafrica, al free post bop, alla musica elettronica e al rock; musica che arriva a tutti, indistintamente, e conquista sia il pubblico amante del jazz tradizionale che quello che predilige l'avanguardia contemporanea, perchè la materia di cui è composta è come la famosa plastilina, capace di adattarsi a tutte le necessità, e della quale ciascuno può fare l'uso che preferisce.
Anche la variazione timbrica è in continua evoluzione, ed il suono limpido e nitido si fa a tratti scuro, per poi dar modo alla tromba di Mazurek di urlare ancora la sua energia lancinante e riaprire squarci luminosi, in un ciclo interminabile del quale la musica è linfa vitale.
In uno dei momenti più concitati del concerto, reso tale dall'alto volume della base pre-registrata, quest'ultima si interrompe improvvisamente lasciando in campo solo una voce umana, sulla quale Taylor si inserisce con una percussione leggera e Mazurek, dopo aver disteso una sottile distorsione elettronica, crea un'ambientazione "noir" con la sua tromba, passeggiando per la chiesa per produrre echi e riverberi, in un irresistibile mix elettronico, acustico e "underground" reso ancora più ipnotico dal suono più scuro e greve che la mbira sia capace di produrre. E quando nel bis, dopo l'ennesima esplosione sonora, tutto si placa e dal silenzio emerge l'incedere lento ed epico della tromba, sottolineato dai tamburi di Taylor, la memoria vola sulle grandi praterie e ci ritorna un canto tribale di una tribù di nativi americani; allora comprendiamo la vera forza della musica di questo duo: saper esprimere un linguaggio universale che tutti, davvero tutti possiamo comprendere.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna