Stampa

Chiasso in salsa techno

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Recensione concerti

La seconda serata del Festival di Chiasso è dichiaratamente all’insegna dell’elettronica, pur se combinata in contesti alquanto differenti. Sicuramente la proposta più significativa della serata è il quartetto di Craig Taborn, che si esibisce in compagnia di Chris Speed al tenore e clarinetto, Chris Lightcap al contrabbasso e basso elettrico e David King alla batteria.


Craig TabornLa seconda serata della diciottesima edizione del Festival di Chiasso è dichiaratamente all’insegna dell’elettronica, pur se combinata in contesti alquanto differenti. Sicuramente la proposta più significativa della serata è l'Heroics Quartet di Craig Taborn, eclettico pianista che si esibisce in compagnia di Chris Speed al tenore e clarinetto, Chris Lightcap al contrabbasso e basso elettrico e David King alla batteria.
Sintetizzando e semplificando mi verrebbe da dire che il gruppo è notevole, sia per personalità che per potenzialità, ma non tutto mi è piaciuto. Se sono indiscutibili le prerogative tecniche di ogni strumentista è altrettanto vero che un uso eccessivamente prolungato di sequenze affidate alle numerose tastiere elettroniche alla lunga produce un soporifero effetto di "deja entendu".
Invece assolutamente magnifiche le progressioni collettive affidate prevalentemente ad un brandello di accordi e tese fino allo spasimo in un crescendo entusiasmante.
A cavallo tra suggestioni minimaliste e impronte monkiane Taborn si ricava uno spazio del tutto originale al pianoforte, e i suoi tre comprimari non sono da meno. Infaticabile il prodigarsi di King tra poliritmi e scansioni raddoppiate, essenziale il ruolo di Lightcap, sempre magnifico anche se un po’ compresso nelle architetture di Taborn il suono di Speed.
Molto diversi i commenti nel foyer durante il cambio palco: da quello che ho percepito l’umore del pubblico era in buona parte critico, e d’altronde la proposta era in maniera evidente rivolta più ad una cerchia limitata di appassionati che non agli occasionali.
Questi ultimi si sono rifatti con il set di Maria Joao, la brava cantante portoghese che si è reinventata in un contesto pop-elettronico con tocchi in parte originali. Grande presenza scenica e, come sempre, una voce mirabile, ma il contesto non mi ha affatto convinto.
Sotto la vernice luminescente di sostanza ce n’è troppo poca, tutto si gioca su ritmi techno, effetti elettronici e sulla fascinazione di vocalizzi spericolati. Per nulla nuovo, anche se ascoltare Maria in un contesto che più si addice a Bjork è stato curioso. Ovviamente nessuna traccia di jazz, cosa di per sé non indispensabile a patto di ascoltare qualcosa di fresco e di palpitante. Non è stato questo il caso.
L’ora si è fatta tarda e non ho avuto cuore di ascoltare il successivo gruppo svizzero: l’abbuffata di effetti e distorsioni era più che sufficiente e la strada per casa piuttosto lunga.


 

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna