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Orchestre diverse in scena a Milano

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

A pochi giorni di distanza, la rassegna "Jazz al Piccolo-Orchestra senza Confini" presenta al suo pubblico l'Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti, e l'"Atelier Musicale" ripropone, venti anni dopo, il progetto su Zappa della Riccardo Fassi Tankio Band, in una "North Special Edition" creata per l'occasione. Due modi diversi di rinnovare la tradizione, aggiornandola.


Jazz al Piccolo-Orchestra senza ConfiniA pochi giorni di distanza, la rassegna "Jazz al Piccolo-Orchestra senza Confini" presenta al suo pubblico l'Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti, e l'"Atelier Musicale" ripropone, venti anni dopo, il progetto su Zappa della Riccardo Fassi Tankio Band, in una "North Special Edition" creata per l'occasione. Due modi diversi di rinnovare la tradizione, aggiornandola.
Una delle tappe più interessanti della rassegna jazz del Piccolo Teatro di Milano è stata per anni la serata denominata "Italian Jazz Graffiti", durante la quale una decina di solisti diversi si univa alla Civica Jazz Band per eseguire nuovi arrangiamenti di pagine che hanno fatto la storia del jazz italiano e, più in generale, della nostra musica.
Lunedì 26 gennaio "Italian Jazz Graffiti" ha assunto una nuova veste, ed in collaborazione con il Teatro Puccini di Firenze ha proposto un'orchestra di 28 elementi, composta da studenti provenienti dai dipartimenti jazz dei Conservatori italiani e delle scuole pareggiate (come Siena Jazz e la Civica Scuola di Musica C. Abbado di Milano) e diretta da Paolo Damiani, sostituito in un paio di occasioni alla bacchetta dal padrone di casa Enrico Intra e da Dino Betti Van der Noot, per dirigere brani di loro composizione. In linea con l'approccio di sempre, i "Graffiti" hanno omaggiato la tradizione, con un particolare riguardo, nell'occasione, alla "canzone" italiana, in un programma variegato ed applaudito dal pubblico presente, purtroppo non numeroso come in passato.
La presenza di ben cinque voci femminili ed una maschile, spesso unite in espressioni corali, ha contribuito a definire l'ambientazione cinematografica di diversi brani, con rimandi al maestro Morricone ed al cinema italiano degli anni '70; la qualità degli arrangiamenti e delle orchestrazioni ha impreziosito il valore intrinseco delle partiture e la presenza, nella seconda parte dello spettacolo, di un ospite della statura dell'altoista Rosario Giuliani, pur creando qualche naturale imbarazzo nella sezione fiati, ha impregnato le esecuzioni di jazz e lirismo.
Tra gli episodi più riusciti, "Trasparente" di Paolo Fresu nell'arrangiamento di Luigi Giannatempo, introdotto dalle forme libere delle due batterie che si risolvevano in uno swing time da cui sono emersi i momenti solistici di chitarra e tromba e, soprattutto, del bel violino di Federico Zaltron, prima di un finale in stile calypso con i giochi vocali di Alessandro Castriota Scandenberg in evidenza.
Interessante anche "Dedicato a Jelly Roll" di Roberto Rossi, per il gioco iniziale tra voci e tromboni, per un altro bel solo di Zaltron e per il finale, in cui il tema dell'orchestra era continuamente spezzato da veloci inserti di una sezione ridotta, come se tra i suoni della "swing era" si aprissero squarci sull'imminente nascita del bop.
"Where are you going?" di Dino Betti van der Noot ha visto susseguirsi atmosfere cupe e ritmi ipnotici, tutti giocati sui piatti della batteria, forme free e scenari solari e luminosi, fino al finale di matrice bandistica, quasi circense. L'ospite Giuliani è entrato in scena per "News? Lewis!", diretta dal maestro Intra e manifesto della sua poetica musicale; suggestiva ambientazione iniziale da cui ha preso il volo il sax alto solista, cambio di atmosfera e flusso musicale reiterato ed incalzante, continuamente spezzato da breaks e stacchi, su cui si innestavano gli interventi di batterie e voci, fino al diminuendo conclusivo con spazio al duo piano/tastiere ed alla chitarra di Massimo Imperatore.
Il trio di canzoni conclusivo ("Come d'autunno sugli alberi le foglie" di Paolo Damiani con testo di Guelfo Guelfi, "Anna e Marco" di Lucio Dalla nell'arrangiamento di Paolo Ceccarelli e il bis "Ma come hai fatto" di Domenico Modugno) è risultato forse la parte meno riuscita del concerto, almeno per i puristi del jazz e per gli amanti delle soluzioni un po' più ardite; in particolare la canzone di Dalla ha sofferto l'imbarazzante confronto con l'originale. Tuttavia, nei tre brani, la voce calda ed i ricami del sax di Rosario Giuliani ed i suoi dialoghi con la splendida voce di Camilla Battaglia sono riusciti ancora a regalare qualche sussulto agli spettatori.
Di tutt'altra pasta la proposta dell'"Atelier musicale" di sabato 31 gennaio; il pianista e compositore varesino Riccardo Fassi, con una versione inedita e "nordica" della suo Tankio Band, ha riportato sotto la luce dei riflettori un progetto edito su CD Splasc(h) nel lontano 1995, dall'eloquente titolo "Riccardo Fassi Tankio Band Plays the Music of Frank Zappa".
L'impianto musicale è lo stesso, anche se diversi arrangiamenti sono stati riveduti per l'occasione (e come tutti ci auguriamo per qualche altro concerto nel prossimo futuro...), e la band, per quanto priva di ospiti illustri quali Antonello Salis e Flavio Boltro che avevano caratterizzato l'incisione discografica, annovera tra le sue fila elementi di spicco, quali Riccardo Luppi ai sassofoni e flauti (che aveva partecipato anche al progetto originale), il sassofonista Rudi Manzoli, il vibrafonista Luca Gusella ed il batterista Tony Arco, attivi da tempo sulla scena meneghina. Undici musicisti sul palco (più Luca Missiti della Civica Jazz Band dietro le quinte, in qualità di Assistente alla Direzione), ma nessuno strumento elettrico e nessuna chitarra, scelta particolare per eseguire brani di un musicista che, sebbene impossibile da classificare, ha avuto certo una predilezione per tale strumento e per il rock in genere.
Dopo una breve introduzione di Maurizio Principato, collaboratore di Radio Popolare e Musica Jazz ed esperto della musica di Zappa, che ha illustrato come la volontà della famiglia del musicista sia quella di diffondere le sue pagine rispettandone rigorosamente i contenuti, con la possibilità di aggiungere qualcosa ma non sottrarre nulla, il concerto ha preso il via con "King Kong", uno dei pezzi più celebri della produzione zappiana, come del resto gran parte del repertorio del CD e di questo concerto. La classica formula temi-assoli-tema ha concesso spazio ad uno spericolato intervento pianistico del leader, ad un bel solo del bravo Andrea Andreoli al trombone sullo swing della band ed alla batteria di Tony Arco.
"Uncle Meat" è iniziata a tempo di marcia con le note del flauto di un Luppi in grande spolvero, che dopo il solo di vibrafono di Gusella si è prodotto in una serie di passaggi arditi al soprano. "Twenty Small Cigars", dall'album "Chunga's Revenge", è stata resa in forma di ballad da fumoso night club, con begli assoli di Andreoli al trombone e Manzoli al baritono, nonchè un momento cantabile per il contrabbasso di Vito Zeno.
Magici alcuni passaggi del "Medley" tra "Let's Make the Water Turn Black", "Eat That Question" e "I'm the Slime", dall'introduzione free dei tre sassofonisti all'esposizione del tema del primo brano a cura di Marco Mariani alla tromba e al break per solo sax baritono di Manzoli. E via via si sono susseguite le note di "Eric Dolphy's Memorial Barbecue" e "Oh No", entrambi estratti dall'album "Weasels Ripped My Flesh" e caratterizzati da un bel break del trombone "growl" di Andreoli la prima e dalle fughe di pianoforte e vibrafono la seconda, per poi chiudere con la meravigliosa "Peaches en Regalia", in cui si sono messi in luce l'introduzione per tromba di Mariani sulle scansioni rock di Tony Arco, le belle dinamiche della sezione fiati ed il solo "jazzy" di Fassi.
Il bis "The Idiot Bastard Son", da "We're Only in It for the Money", ha regalato al numeroso pubblico che ha gremito la sala un ultimo solo di Luppi al soprano, intenso ed ispirato come sempre.
In estrema sintesi, un bello spaccato del repertorio zappiano, per quanto gli arrangiamenti spesso (ma non sempre) rifuggano volontariamente dai tipici breaks del genio di Baltimora e dalle sue forme dirompenti di caos organizzato; prevale invece la volontà, attraverso gli eccellenti arrangiamenti, in grado di dar spazio in egual misura a tutti i solisti, ed alla classica orchestrazione da big band, nonostante la dimensione moderatamente contenuta della formazione, di mettere in evidenza la qualità dei temi e dei contenuti artistici delle pagine memorabili di uno dei più grandi artisti del novecento.

 

 

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