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Marc Ribot Trio a Brescia

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensione concerti

Marc Ribot, alla testa del suo trio, con Henry Grimes e Chad Taylor, col quale ha peraltro recentemente inciso il suo "Live At Village Vanguard", ha fatto registrare un successo ampio col suo concerto inserito nella rassegna Jazz in Eden di Brescia, conducendo le danze senza risparmiarsi per più di 90 minuti.


Marc Ribot TrioMarc Ribot, alla testa del trio col quale ha peraltro recentemente inciso il suo "Live At Village Vanguard", ha fatto registrare un successo ampio col suo concerto inserito nella rassegna Jazz in Eden di Brescia.
In un teatro completamente esaurito il chitarrista, più scapigliato che mai, ha condotto le danze senza risparmiarsi per più di 90 minuti, segnati lentamente da una clessidra curiosamente tenuta davanti a sè, e dimostrando, nel caso ce ne fosse bisogno, una sobria integrità artistica capace di tenere insieme tutti gli ingredienti di una sapiente e densa proposta ("It's a soup, a concert is like a soup, and oh...i don't know the title of my tunes..." confesserà davanti al borderò da compilare nel post concerto).
Nota di menzione per i partner che hanno affiancato Ribot nella cavalcata che senza soluzione di continuità ha spaziato tra lisergici blues, scarnificate ballads e violente scorribande distorte: Henry Grimes, classe 1935, una carriera incredibile che lo ha portato ad incidere con la Sacra Triade del jazz avanguardistico, vale a dire Cecil Taylor, Albert Ayler e Archie Shepp, prima di prendersi pause decennali dai palcoscenici, è tutt'ora sulla breccia, felice di seguire con disinvolta nonchalance il leader sostenendolo soprattutto nei passaggi più impervi e liberi fornendo al contempo spunti dissonanti, sempre ricchi di pathos, in alcuni casi volutamente fuori fuoco; Chad Taylor, per chi scrive vera sorpresa della serata, batterista di stanza a New York ma proveniente dalla scuola di Chicago, a suo agio con le formazioni jazz più avanzate così come i progetti indie più curiosi e riusciti (gli Iron And Wine, per esempio) e che per tutto il concerto ha mostrato uno squisito equilibrio, spostando più volte su di sè il baricentro, di per sè gradevolmente sdrucciolevole della proposta musicale ribotiana.
Dello stile di Marc Ribot conosciamo ormai piuttosto bene ogni ansa, ed è stato un piacere vederlo rilucere in forma smagliante durante il concerto, chitarrista capace di lavorare magnificamente coi contrasti, perennemente in bilico tra catastrofe e catarsi salvifica, simpatiche marcette Low-Fi che spalancano baratri spettrali prima di spargere sale su ferite emozionali ancora aperte con crescendo rumoristici violenti, o musica che d'improvviso invoca spazi ampi, si fa colonna sonora di viaggi obliqui e straniti, approda a ballads capaci di beffare il tempo ed alterare per qualche istante i battiti dei miocardi degli astanti, ormai presi nel vortice.
"Thank You" è stata l'unica frase pronunciata al microfono da un visibilmente soddisfatto Ribot a fine concerto, oltre ai nomi dei fidati compagni di viaggio Grimes e Taylor.
Nel repertorio proposto, segnaliamo anche un'irriconoscibile versione di "Sun Ship" di Coltrane, accenni a temi monkiani e citazioni inaspettate, da "Down By The Riverside" a "When The Saints Go Marchin in", a testimonianza di un radicamento culturale afroamericano ben preciso, a dispetto di orbite musicali ora ellittiche ed ora sghembe, sbeffeggianti ogni possibile distinzione di genere.


 

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