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Al Manzoni, l'aperitivo è mistico con Charles Lloyd

Scritto da Ernesto Scurati & Roberto Dall'Ava on . Postato in Recensione concerti

Secondo appuntamento stagionale con "Aperitivo in concerto"; sul palco del teatro Manzoni di Milano è salito per la prima è unica data italiana Charles Lloyd, che ha presentato in esclusiva italiana "Wild Man Dance Suite", affascinante affresco sonoro nel quale è stato affiancato dal greco Sokratis Sinopoulos, specialista della lyra di Costantinopoli e del laouto. Ecco la nostra doppia recensione del concerto.


Charles LloydOttanta minuti di grande musica senza soluzione di continuità; questo è quello che ci ha regalato Charles Lloyd la mattina di domenica 9 novembre al Teatro Manzoni di Milano.
La sua "Wild Man Dance Suite" è stata eseguita dal leader esclusivamente al sax tenore; insieme a lui sul palco tre tra i migliori esponenti della nuova generazione del jazz d'oltre oceano (Gerald Clayton al pianoforte, Joe Sanders al contrabbasso ed Eric Harland alla batteria) ed il greco Sokratis Sinopoulos, virtuoso della lyra di Costantinopoli e del laouto, cordofoni ampiamente utilizzati nelle terre d'origine.
Il fraseggio nitido del tenore, dal suono caldo nel registro basso, si faceva articolato e a tratti trascinante negli acuti, a dispetto dei 76 anni compiuti del sassofonista di Memphis, che è parso ancora lucido nella composizione e fisicamente integro, come ha dimostrato nel lungo bis dove, oltre ad abbracciare finalmente il flauto traverso, ha intonato un rap e persino abbozzato qualche passo di danza, tra gli applausi scroscianti del pubblico che gremiva il teatro.
I suoi interventi solistici, talvolta lirici, in altre circostanze più liberi e nervosi, si sono perfettamente raccordati con i tappeti armonici e ritmici prodotti dal trio statunitense guidato da Clayton, che ha saputo interagire a dovere con il leader, alternando momenti percussivi ad altri ora puntillistici ora circolari, talvolta spigolosi e dissonanti, ma sempre di grande sostanza.
La sezione ritmica, dal canto suo, ha dimostrato tutto il suo spessore, con un Harland destabilizzante che ha spezzato continuamente la scansione metrica ed un Sanders più misurato, estremamente funzionale all'insieme e scevro di inutili virtuosismi, a favore della continua evoluzione del flusso sonoro.
La grande scommessa era l'inserimento di Sinopoulos, che sebbene non abbia naturalmente potuto apportare il suo contributo per tutta la durata del concerto, ha sfruttato al meglio il particolare timbro della sua strumentazione, il cui lirismo ed intensità hanno a tratti ricordato quelli di un violino. Oltre che nelle introduzioni e nelle ambientazioni che collegavano i diversi momenti della suite, i momenti migliori del musicista greco si sono concretizzati in pochi ma intensi dialoghi con il contrabbasso, durante i quali i due archetti si sono incrociati per tessere una fitta trama di colori di grande suggestione.
In estrema sintesi, un'esperienza emozionante, dall'intensità e dalle dinamiche continuamente cangianti, con il quartetto capace di sostenere, senza mai strafare, la voce vibrante di un leader la cui musica continua a distinguersi nel panorama variegato del jazz contemporaneo.
(Ernesto Scurati)

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Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: il concerto è stato pienamente godibile e all'altezza delle aspettative riposte nel nome del leader. Il gruppo d'altronde offre sicurezze indiscutibili a partire dalla sezione ritmica: la scommessa era semmai la riuscita integrazione di uno strumento anomalo al linguaggio jazzistico come la lira cretese. 
Ebbene, il concerto non ha sciolto i dubbi: a lungo lo strumento di Sinopoulos è rimasto ai margini, quasi estraneo e comunque ininfluente allo sviluppo della "Wild Man Suite", salvo i brevi inserti in solo ed un efficace duo con il contrabbasso di Sanders. 
Piuttosto poco rispetto magari ad un altro fiato che avrebbe potuto contribuire in maniera più corposa. Presumibilmente non pare esserci un luminoso futuro per la lira, checchè ne dicano gli euroscettici, tantomeno per gli appassionati di jazz. 
Il suono strumentale e la stessa figura allampanata e gravida di storia di Lloyd invece continuano a trasmettere emozioni anche se il vigore e la forza fisica non possono ragionevolmente equiparare quelli di un tempo. Personalmente ho trovato magnifici i lunghi momenti in cui Clayton, un pianista da seguire con attenzione, ha potuto dialogare con il solido Sanders ed il terrificante Harland. 
Grande musica, poi ulteriormente innescata dal suono fortemente impregnato di essenze coltraniane del tenore. Teatro esaurito e pubblico partecipe hanno completato la festa.
(Roberto Dall'Ava)


 

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