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Atelier Musicale raddoppia tra canzoni e avanguardia

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Doppia esibizione la scorsa settimana sul palco della Camera del Lavoro di Milano; giovedì sera il Giovanni Mazzarino Trio ha presentato il suo nuovo cd "Songs", mentre sabato pomeriggio è stata la volta del Riccardo Luppi Mure Mure, quartetto a cui si è aggiunto per l'occasione un ospite d'eccezione, il batterista e percussionista Filippo Monico.


Giovanni MazzarinoUn trio raffinato ed elegante quello composto dal pianista siciliano Giovanni Mazzarino e da una delle ritmiche più affidabili del jazz italiano contemporaneo, Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Stefano Bagnoli alla batteria. 
La formazione si muove decisamente lungo le matrici del moderno mainstream nazionale, ma grazie alle grandi doti tecniche dei musicisti che la compongono e dall'eccellente livello di interplay raggiunto non risulta mai banale, nemmeno quando affronta, come nello specifico, la semplice forma canzone, conferendole sapori mai scontati.
Il repertorio proposto spazia da "O Que Serà" di Chico Buarque de Hollanda alla Broadway di Jerome Kern ("Nobody Else but me"), da "Waltz for Ruth" di Charlie Haden a "Wrong Together" di Steve Swallow, tutte eseguite con perizia, competenza e rispetto della tradizione, ma è nei due brani conclusivi che il quartetto ci regala le perle più preziose. "Piazza", una composizione del pianista tratta dal suo album in quartetto "In Sicilia una Suite" (Jazzy Records 2011), dopo una suggestiva introduzione del leader in completa solitudine, che sprigiona i profumi della sua terra natia, è un continuo crescendo di intensità e tensione emotiva, impreziosita da un notevole intervento pianistico dello stesso Mazzarino, sostenuto a dovere dallo slap di Fioravanti e da un impeccabile drumming di Bagnoli. "Moonlight Serenade" di Glenn Miller, arrangiata a tempo di beguine, dopo la sghemba introduzione del pianoforte accompagnato a mani nude da Bagnoli, si articola in una sequenza di ritmi cangianti, ricca di invenzioni e sorprese, ed in particolare da un solo di Fioravanti particolarmente cantabile e comunicativo, da un creativo momento di Mazzarino che si avvicina e si discosta dalla melodia originale e da un finale soffuso con una serie di breaks che favoriscono la presentazione degli artisti impegnati sul palco.
Anche nei brani precedenti, tuttavia, e nel piccolo bis che segue, per un totale di 65 minuti di musica, ad un pubblico non numeroso ma competente non possono sfuggire il tocco e la sensibilità pianistica di Mazzarino ed il decisivo contributo dei suoi due compagni di viaggio, che si fondono in un trio assolutamente paritetico, tra i più interessanti del panorama nazionale attuale.
Di natura completamente diversa il concerto del sabato pomeriggio, con il quartetto europeo di Riccardo Luppi "Mure Mure", attivo ormai dal 2007 e che ha già dato alle stampe il CD "Live in Milano" (Negocito Records 2011), senza però il prezioso ospite Filippo Monico (batteria e percussioni), che aggiunge al gruppo un particolare valore per la sua "performance" musicale, coreografica e fisica. Oltre a lui e al leader, impegnato ai sassofoni tenore e contralto ed al flauto traverso, salgono sul palco la cantante e manipolatrice di suoni belga Lynn Cassiers, il contrabbassista Manolo Cabras ed il batterista Joao Lobo, noto per la frequentazione dei gruppi del pianista Giovanni Guidi.
Si tratta di una musica tanto difficile quanto affascinante, decisamente non catalogabile, che prende spunto da una miriade di mondi musicali (non da ultimo ambient, rumorismo, avanguardia e musica eurocolta) per costruire improvvisazioni istantanee sulla base di poche linee guida messe a disposizione dal leader, i cui titoli ispirati forniscono agli artisti sensazioni ed indicazioni relativamente alla direzione che dovrà prendere il flusso sonoro ("Travelling Pangea", "Caronte's Bell", "Mure Mure Mure", "Cross Fades", "Sure Enough", "Any Ghost Up There").
Più di 70 minuti di processo creativo, con atmosfere diverse che si susseguono spesso senza soluzione di continuità, e che possono stordire od entusiasmare l'ascoltatore, disorientarlo o coinvolgerlo, a seconda della sua disponibilità a partecipare o meno alla narrazione e a viverla come esperienza unica ed irripetibile, proprio perchè creata istintivamente.
Luppi mette in campo la sua voce melodica ma anche la sua verve più free, alternando frasi circolari e piccole cellule tematiche a soli brucianti, specie quando imbraccia il tenore; la Cassiers alterna il canto tradizionale ad un uso strumentale della sua meravigliosa voce, talvolta naturale, spesso filtrata dall'elettronica per ottenere melodie angeliche, echi zappiani e suoni che richiamano alla memoria l'Europa del Nord, in un continuo dialogo con il leader ma anche con lo spericolato Monico. Quest'ultimo aggiunge colore alla già ampia tavolozza ritmica del gruppo, integrata da un utilizzo misurato e mai invasivo dell'elettronica, e percuote di tutto con gli strumenti che ha a disposizione, aggiungendo un pizzico di sale in più con la sua fisicità, che lo porta a danzare, salire in piedi sui tamburi, fare bolle di sapone ed intonare un canto tribale, che crea un fenomenale contrasto con le voci bianche prodotte dalla cantante belga. Un cavalletto per segnalare i lavori in corso, una pioggia di foglie sui tamburi, dei sacchetti di carta per il pane, un giornale sfogliato, due fascine usate come bacchette, cocci di argilla e di ceramica, lastre di plastica, un bidoncino pieno d'acqua per metà, due cucchiai, una canna da pesca con all'amo un serpente di gomma, della carta stagnola, un rotolo di nastro adesivo, le mani nude: tutto si trasforma in musica e colore nelle mani del percussionista, che talvolta tuttavia si concede ad un batterismo più tradizionale per raddoppiare la scansione ritmica prodotta da Joao Lobo, anch'essa certamente non tradizionale, continuamente spezzata e dalla metrica irregolare. In qualche circostanza Manolo Cabras funge da batterista aggiunto, percuotendo con le mani il legno del suo strumento, ma solo quando non è impegnato in potenti strappi sulle corde, ambientazioni free con l'archetto, pedali veloci e precisi o divagazioni solistiche di notevole tecnica e spessore artistico. 
Il prodotto finito è una materia musicale ricca di sorprese, contrasti, accelerazioni e frenate, in continuo movimento in relazione agli umori e alle percezioni mutevoli dei cinque musicisti, perfettamente a loro agio ed integrati tra loro nonostante la "prima volta" di Monico e la quasi totale assenza di strutture di riferimento.

 

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