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Jazz in Eden riparte dalla pura essenza dell'arte

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

La nuova stagione di Jazz in Eden, rassegna bresciana che vede in cartellone progetti eterogenei che spaziano dall'avanguardia di New York ai suoni del Nord Europa fino alla musica cubana, ha preso il via il 21 ottobre con l'atteso concerto del Sylvie Courvoisier/Mark Feldman Quartet.


Il gruppo, che naviga da tempo nella galassia di John Zorn, è composto dai due leader (la pianista Sylvie Courvoisier, svizzera di nascita ma di stanza a New York ormai dal 1998, ed il suo compagno di palcoscenico e di vita, il violinista statunitense Mark Feldman), egregiamente coadiuvati per l'occasione da una coppia ritmica perfettamente calata nel contesto, di cui fanno parte il contrabbassista californiano Scott Colley e il batterista Billy Mintz, nato 67 anni fa a New York. 
E' un concerto impegnativo per chi suona e per chi ascolta, in cui reminescenze cameristiche, avanguardia e jazz si fondono in una musica irregolare, spigolosa, dai tempi e dalle dinamiche in costante mutamento, capace però di trasmettere emozioni forti e rivelare, ad un ascolto attento, la pura essenza dell'arte che è capace di sprigionare.
La lunghezza dei brani proposti, mai inferiore ai dieci minuti e addirittura prossima ai trenta nella suite che conclude il concerto, la dice lunga sull'approccio del quartetto, che rielabora continuamente il materiale musicale, fatto di piccole cellule tematiche, dilatando le strutture all'inverosimile e variando ritmi, colori, intensità e dinamiche attraverso la spontanea creazione di duetti o trii all'interno del gruppo, i quali, grazie ad un invidiabile interplay, restituiscono suoni e atmosfere sempre in movimento e diverse rispetto a quelle appena ascoltate.
Questa continua cangianza, a volte persino spiazzante per l'ascoltatore, è l'elemento caratteristico delle esecuzioni già a partire dai primi due brani del repertorio ("The Good Life" di Feldman e "Travesuras" della Courvoisier), composto esclusivamente di partiture originali, in parte contenute nel recente album Intakt del quartetto "Birdies for Lulu". Si ascolta di tutto: jazz, musica classica, minimalismo, neo-romanticismo, avanguardia, reminiscenze di musica religiosa, swing, rumorismo, in una sequenza di schegge musicali che, come impazzite, si manifestano, spariscono e ritornano, ma quasi inspiegabilmente riescono a conferire coerenza ad un prodotto musicale di altissimo contenuto artistico. 
La pianista e compositrice svizzera, in un periodo particolarmente fecondo dal punto di vista creativo, che in pochi mesi ha dato alla luce, oltre all'album in quartetto sopra menzionato, altre due produzioni (una in trio con Kenny Wollesen e Drew Gress per Tzadik ed una in duo, sempre per Intakt, con Feldman), sviscera un pianismo asimmetrico, a tratti percussivo, altrove puntillistico, ed utilizza tutte le tecniche possibili sullo strumento, suonando ora sulla tastiera, ora direttamente sulle corde come se imbracciasse una chitarra, percuotendo il legno, arpeggiando a trilli con la mano destra, passando da momenti solistici di ampio respiro ad episodi convulsi ma non per questo meno efficaci. I suoi interventi, mai basati su un virtuosismo fine a se stesso, sono sempre misurati e funzionali all'esecuzione.
Feldman, a cui spesso è affidata l'esposizione del tema prima che inizi il processo continuo di elaborazione sopra descritto, alterna momenti estremamenti lirici alla produzione di suoni estremi nei registri alto e basso, che talvolta diventano persino stridenti, per poi rientrare perfettamente sulla cellula melodica come se nulla fosse accaduto.
Laddove il drumming di Mintz, talvolta un pò troppo secco e meccanico ma sempre leggero sia sui piatti che sui tamburi e mai invadente, conclude i suoi brevi ma frequenti momenti in solo, o segna per un attimo il passo, è il suono caldo del contrabbasso di Colley, dalla cavata decisa e potente, a farsi protagonista, alternando l'archetto al pizzicato, e sostenendo lo swing con grande precisione e con un virtuosismo evidente ma mai eccessivo. 
Il risultato di tanta maestria è un concerto immaginifico, fatto di continue emozioni e sorprese fino all'ultima nota del bis, che arriva quasi novantacinque minuti dopo l'inizio, mentre ci si rende conto di aver ascoltato una miriade di ambientazioni diverse ma, in fondo, solo sei composizioni.