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Jazz al Mi.To. tra luci e ombre

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Milano ha ospitato una tre giorni di concerti nell'ambito della rassegna "Mi.To Settembre Musica". Tra gli eventi più attesi inseriti nelle giornate milanesi del cartellone, spiccano il progetto "Almah" di Avishai Cohen, l'esibizione del Vibes 4et di Jason Marsalis ed il concerto dei Material di Bill Laswell con i Masters Musicians of Jajouka.


Avishai CohenIl 13 settembre, in un teatro Franco Parenti gremito di pubblico, il gruppo Avishai Cohen with Strings presenta, al termine di un lungo tour, il suo "Almah", già pubblicato su CD da Parlophone a novembre dello scorso anno; progetto interessante che vede sul palco contemporaneamente il più classico dei trii jazz (oltre al leader al contrabbasso e voce, il pianista Nitai Hershkovits ed il batterista Daniel Dor), un talentuoso dell'oboe (Yoram Lachisch) ed un quartetto d'archi composto da violino (Cordelia Hagmann), due viole (Amit Landau e Noam Haimovitz Weinschel) e violoncello (Yael Shapira). 
Atmosfere yiddish e musiche popolari israeliane spruzzate di jazz, spesso interpretate dal leader con voce non sempre intonatissima ma personale e gradevole, si susseguono in una miscela di brani originali, medley di matrice araba, standard del songbook americano ("A child is born" di Thad Jones), persino una canzone in ladino ed una melodia proveniente dall’esercito russo. 
Le due diverse anime dell'ottetto (jazz e classica), ben raccordate dal leader, che le incarna entrambe, e ottimizzate dalla scelta inusuale quanto suggestiva di utilizzare un suono caratteristico come quello dell'oboe, trovano un fecondo terreno d'incontro nelle melodie ebraiche ed appaiono sufficientemente integrate, nonostante le ormai note difficoltà che contraddistinguono operazioni di questo tipo, affascinanti ma sempre a rischio di scivolare nella banalità o, peggio, in approcci commerciali privi di contenuto artistico.
L'inevitabile omogeneità delle melodie viene spezzata dalla dinamicità dell’esecuzione, caratterizzata da frequenti variazioni timbriche e ritmiche anche all’interno dello stesso brano, e dalla scelta azzeccata di alternare esecuzioni dell'ottetto al completo con momenti in trio o per soli archi.
Per quanto concerne i singoli,una particolare menzione meritano il virtuoso Lachisch, che contribuisce molto come già detto all'integrazione dell'ottetto, e il pianista Hershkovits, dal tocco fluido e cristallino; il leader, dalla cavata delicata e dal suono sottile come non mai, è particolarmente impegnato nella direzione dell'insieme, e riesce a mettersi al servizio del progetto, senza eccedere in virtuosismi che risulterebbero fuori luogo.
Nonostante l'estrema cantabilità delle melodie e l'apparente semplicità delle strutture, il prodotto finale risulta originale e ben concertato. Ottanta minuti di musica sono seguiti da un lungo bis, che include un bel solo di Cohen su tempi veloci, una delicatissima versione di "Alfonsina y el mar" ed un finale molto ritmato con assolo di batteria e partecipazione del pubblico. Quest'ultimo saluta poi con una standing ovation i musicisti, che ricambiano regalando loro un ulteriore brano (in trio con il supporto della voce della Shapira); Cohen manda infine tutti a casa con un breve riff pianistico, tra le acclamazioni dei presenti. 
Abbastanza deludente, invece, l'esibizione del 15 settembre al Blue Note del quartetto di Jason Marsalis, accompagnato da Austin Johnson al pianoforte, Will Goble al contrabbasso e David Potter alla batteria, anziché dai ben più accreditati Marc Copland, Drew Gress e Joey Baron, annunciati dal programma (per la precisione si segnala che questa recensione è relativa al secondo set, quello delle ore 23). 
Nonostante la ritmica che accompagna il leader sia quella che ha inciso con lui il recente CD del Vibes Quartet "In a world of mallets", le forti aspettative dei presenti non trovano riscontro nell'esibizione di un gruppo tecnicamente pulito ma che non graffia e trasmette poco dal punto di vista emotivo.
Il programma, perfettamente inserito nel solco della tradizione, è imperniato essenzialmente su ballad originali e blues a tempo medio-lento, ma c'e' anche spazio per un valzer parigino, un brano del Duca, un po' di swing e qualche ambientazione stile "jungle", con improvvisazioni moderate e qualche citazione a brani storici del jazz tradizionale ("When the saints go marching in").
Il tutto scorre pero' via senza lasciare il segno, tra tanta noia e qualche sbadiglio, nonostante una parte del pubblico dimostri di apprezzare; il resto dei presenti, quelli che si aspettavano di ascoltare un gruppo particolarmente personale e creativo, trascinato da una ritmica da urlo (quella annunciata), resta invece deluso da un concerto che non sarebbe corretto definire di scarsa qualità, ma che è doveroso classificare di routine.
La sera successiva il Teatro Manzoni è affollato da un pubblico desideroso di ascoltare (30 anni dopo e purtroppo senza Ornette Coleman) i Master Musicians of Jajouka, diretti da Bachir Attar, che salgono sul palco con abiti e copricapi tradizionali marocchini per esibirsi con i Material di Bill Laswell, composti, oltre che dal leader al basso elettrico, da Hamid Drake alla batteria, Aiyb Dieng alle percussioni, Graham Haynes alla tromba e alla cornetta, Peter Apfelbaum al sax tenore, melodica e flauti. 
Il concerto ha inizio con il quintetto di Jajouka che intesse le sue melodie popolari con percussioni, fiati e violino, prima di essere raggiunto sul palco dai Material; sul pubblico si abbatte allora un muro di suono che per 90 minuti sovrappone una potente ritmica elettrica di matrice jazz-rock con i suoni arabeggianti del Marocco.
Certo non si puo' parlare di dialogo tra i due gruppi o di interplay, come e' comprensibile per un gruppo che si riunisce dopo una trentina d'anni e neanche nella stessa formazione, ma l'impatto è davvero notevole, e l'atmosfera energica ed elettrizzante. 
Purtroppo il volume da stadio, di sicuro effetto, limita la definizione del suono e non risulta di conseguenza possibile percepire tutte le sfumature ed i colori di alcuni strumenti, primi fra tutti i flauti; questo tuttavia non impedisce di apprezzare le citazioni di temi che hanno fatto storia, quali la coltraniana "Africa / Brass" e "Brown Rice" di Don Cherry. 
Mentre il basso elettrico del leader risulta un po' annegato nel magma sonoro, emergono la potenza del set percussivo di Dieng ed il trascinante motore propulsivo della batteria di Drake, impressionante nei cambi di tempo e catalizzatore dell'energia dei dieci musicisti sul palco.
Ottima anche la performance della front line dei Material, e particolarmente apprezzabile la scelta della cornetta per Haynes e del tenore per Apfelbaum, il che evita imbarazzanti confronti col maestro Coleman. Tra i musicisti marocchini spiccano le voci di flauto, oud e violino, che quando non espongono la melodia la sostengono con particolare efficacia.
In estrema sintesi, un concerto affascinante anche per le coreografie, tra le quali la proiezione di un cielo stellato dietro i musicisti in un momento di magica atmosfera e quattro dei musicisti di Jajouka che si concedono una passeggiata per suonare tra il pubblico; la suggestività e l'energia profusa rendono trascurabile qualche piccola pecca, la più rilevante delle quali risulta l'inevitabile limitata integrazione tra due quintetti così diversi e distanti tra loro.

 

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