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I "Duke's Dreams" di Pieranunzi e Giuliani

Scritto da Carlo Magni on . Postato in Recensione concerti

Dopo le prime due serate agostane, la terza tappa del Beat Onto Jazz Festival, che ha raggiunto la sua 14a edizione, ha visto dividersi il palco, posto nella splendida Piazza Cattedrale di Bitonto in provincia di Bari, il quartetto della trombettista giapponese Hikari Ichihara ed il duo formato da Enrico Pieranunzi al pianoforte e Rosario Giuliani al sax alto.

Start con un bel tema della Ichihara, memore del miglior Kenny Weehler, sul versante compositivo e nell’assolo, dove si sono potuti apprezzare l’ottimo timbro strumentale e le belle idee melodiche. A supportare egregiamente l’artista nipponica, con il classico pulsare in quattro della ritmica tutta made in Puglia ci pensavano Mimmo Campanale alla batteria, Luca Alemanno al contrabbasso ed il talento emergente William Greco al pianoforte, autore anch’egli di un pregevole intervento solistico.
Di seguito il quartetto proponeva un altro original della Ichihara su tempo latin e con reminiscenze di un altro grande della tromba moderna, lo svizzero Franco Ambrosetti. Nel brano si sono evidenziati alcuni momenti difficili dal punto di vista ritmico, forse per una presenza un po’ invadente del basso. Sul finale assolo di Campanale, con il classico accompagnamento “montuno” da parte di Greco che ha fatto lievitare il pezzo.
Lo stesso Greco introduceva il terzo brano in programma, con un lirico preludio “alla Jarrett”, che sfociava nel bel tema in 3/4. Via con gli assoli, senza particolari scossoni. Poi un classico standard americano “There is no greater love”, proposto su un tempo medium-fast e con un interessante tema spezzato da scambi con la batteria. Anche in questo caso, purtroppo, la ritmica ha manifestato qualche indecisione, Greco ha lavorato troppo di mano sinistra, ma ci ha pensato Mimmo Campanale a riportare il tutto nei giusti canoni, con un assolo pregnante dal punto di visto poliritmico, prima sfruttando le peculiarità dei piatti, poi giocando sulla timbrica dei tamburi.
Finale emozionante, con il celeberrimo “Love Theme”, firmato Andrea Morricone (il figlio del Maestro Ennio) e tratto dalla colonna sonora di “Nuovo Cinema Paradiso” del regista Giuseppe Tornatore. Questa volta la Ichihara imbracciava il flicorno, faceva cantare lo strumento, pur con qualche stecca di troppo. Bello il tema finale, con una coda funkeggiante basata su due soli accordi. In conclusione, un set con alti e bassi ma che ha incontrato il favore della piazza.
La seconda parte del concerto era dedicata alle composizioni di Duke Ellington, uno dei massimi geni mai apparsi sulla scena della musica afro-americana, del quale ricorre il quarantennale della scomparsa, datata appunto nel 1974. A misurarsi con questo gigante del jazz è stato chiamato il nostro più rappresentativo esponente sulla scena internazionale, Enrico Pieranunzi, affiancato da un altrettanto formidabile compagno di viaggio, Rosario Giuliani.
Pronti via e con “Cotton Tail” si capiva subito che il concerto avrebbe toccato vertici di pura bellezza, vuoi per la magnificenza delle composizioni, vuoi per il dialogo incessante tra il sassofono di Giuliani e gli ottantotto tasti di Pieranunzi. Sulla struttura dei “Rhythm Changes” di gershwiniana memoria il pianista romano si scatenava in un walking bass incessante, con la mano destra a contrapporsi magistralmente in ritmi che apparivano sempre freschi e pronti ad interagire con gli arabeschi del sax alto, a sua volta perfetto come intonazione, pienamente dentro ad un linguaggio di matrice hard-boppistica e padrone assoluto del fraseggio. E già così poteva bastare, ma ecco Pieranunzi in assolo e la mano sinistra sempre più attiva ad inventare linee contorte, cariche di swing, sulle quali la mano destra interveniva nella costruzione di frasi melodico/ritmiche che facevano materializzare sulla scena le geniali idee di Lennie Tristano, un bianco come Pieranunzi, ma con l’anima profondamente nera. Finale scoppiettante, con una parte modale che sfociava in momenti free, con raddoppi di tempo e con il tema finale suonato all’unisono dai due strumenti, con qualche battuta dove Pieranunzi s’inventava uno spostamento cromatico della melodia.
Secondo brano in programma era “Satin Doll”, con Pieranunzi memore della lezione di Erroll Garner, altro straordinario pianista spesso bistrattato. Inizio con i block chords, solo in stile “Stride Piano”, per poi dare voce al sax di Giuliani, questa volta e a ragione più misurato. Scambi finali tra i due, che davano al pezzo quel tocco di originalità che spesso manca in brani abusati come il medesimo.
Interessanti gli interventi di Pieranunzi, tra un brano e l’altro, con aneddoti sull’orchestra di Ellington e sul carisma che il compositore/pianista/bandleader americano sapeva emanare una volta sul palco, come nel 1971 al Piper Club di Roma, occasione in cui Enrico ebbe modo di ascoltare (e vedere) dal vivo il “Duca”.
Chicca del concerto di Bitonto era “Day Dream”, pezzo firmato dall’accoppiata Billy Strayhorn-Duke Ellington, ma molto probabilmente da attribuirsi più al primo che al secondo. Difficile dirimere la questione, rimane il fatto che il brano è bellissimo, Pieranunzi ha lavorato di cesello, riarmonizzando il tema, cosa che ne ha aumentato il lirismo e che ha permesso anche a Giuliani di far gustare al pubblico il meraviglioso timbro del suo sax alto. Molto di “pancia”, reminiscenze di quel grande sassofonista che è stato Massimo Urbani, con Pieranunzi autore di un altro pregevole assolo, iniziato con un’idea ad ottave. Altra considerazione sulla melodia: in un frammento di qualche battuta ricordava il tema de “Il bidone”, a firma di Nino Rota per la colonna sonora della pellicola di Federico Fellini, al quale proprio Pieranunzi ha dedicato uno dei suoi migliori lavori, “Fellini Jazz”, con i purtroppo recentemente scomparsi Charlie Haden e Paul Motian, oltre ai fiati di Kenny Weehler e Chris Potter.
Ed eccoci al Blues, con una versione di “Take the Coltrane”, brano scritto da Ellington per il disco con John Coltrane, un’idea di Bob Thiele, boss dell’etichetta discografica Impulse. Il titolo chiaramente rimandava a “Take the “A” train”, sigla dell’orchestra di Ellington. Preso a tempo medio e con Pieranunzi che riprendeva a macinare linee di basso mai scontate, con Giuliani autore di un bell’assolo che faceva lievitare il pezzo. Toccava poi al pianista capitolino iniziare a swingare: una delizia assoluta, perché Enrico era pervaso dal sacro fuoco, faceva emergere i suoi inizi di jazzista, legato al linguaggio del be-bop ed in particolare alle tormentate vicende artistiche ed umane di Bud Powell. Una lezione di jazz, intrisa di “negritudine”, appannaggio di due musicisti bianchi, che hanno dichiaratamente sposato la causa afro-americana, così come Ellington si richiamava spessissimo all’Africa. Sul finale dei chorus inanellati, Pieranunzi se ne usciva con un altro omaggio ad un pianista amato, Chick Corea, per poi concludere ancora una volta con scambi tra il sax ed il piano.
Il quinto brano in programma era “In a mellow tone”, con un introduzione di Giuliani all’alto, il tema proposto dallo stesso e con un magistrale accompagnamento del maestro al pianoforte. Seguivano l’assolo di Pieranunzi e di Giuliani, scambi finali.
Un’altra chicca era la ballad seguente, “I Got it bad and that ain’t good”. Tema eseguito prima da Giuliani al sax, in maniera libera e che permetteva di memorizzare le note della melodia, poi riproposta nella sua interezza su un tempo di bossa-nova, che paradossalmente ne aumentava ancora la poesia intrinseca. Primo assolo per Giuliani, con continui raddoppi di tempo, grazie allo stimolo incessante di Pieranunzi, dal punto di vista ritmico e armonico. Seguiva l’intervento solistico del pianoforte, in un’alternanza tra linguaggio tradizionale e moderno. Coda finale.
Altro cavallo di battaglia dell’orchestra di Ellington era il celeberrimo “Caravan”, composizione del trombonista portoricano Juan Tizol. Ancora tanta energia da parte di Giuliani e Pieranunzi, magistrali nel giocare sul tema, sul ritmo e sugli accordi di questo famoso brano. In particolare si segnalano l’instancabile mano sinistra del pianista e i sovracuti del sax sul finale del brano. Pubblico in visibilio e richiesta di bis, con un altro classico, “It don’t mean a thing”, con l’ennesima idea originale, un impro a due in apertura, seguito dai “fragments” di Pieranunzi, accordi stretti che hanno consentito al pianista di costruire giochi ritmico/melodici di pregevole fattura, con Giuliani che concludeva il suo intervento mostrando una maturità artistica e strumentale notevole, a diciott’anni dalla vittoria nel concorso dedicato a Massimo Urbani.
In sintesi, concerto di alto livello che ha nobilitato una manifestazione meritevole certamente di un posto di rilievo nel panorama festivaliero italiano.


 

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