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Clusone Jazz chiude tra fiordi norvegesi e ritmi africani

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Anche nel suo ultimo fine settimana il festival di Clusone ha ottenuto un notevole riscontro di pubblico, grazie alle condizioni metereologiche che hanno concesso insperate tregue nei momenti più opportuni.

Venerdì 1 agosto, nella tradizionale Corte S. Anna, più di 250 persone hanno assistito all'esibizione del quartetto norvegese Mørk, guidato dal pianista Benjamin Mørk e completato dal chitarrista Kristian Svalestad Olstad (che ha usato, come il leader, anche un laptop e diversa strumentazione elettronica), dal contrabbassista Dag Okstad e dal batterista Christer Jørkgensen.
Il folto e attento pubblico ha dimostrato di apprezzare una musica di facile ascolto caratterizzata da atmosfere affascinanti, per quanto priva dei riferimenti stilistici cari agli appassionati di jazz; il mix sonoro, anche se lontano dal tradizionale suono nordico e glaciale cui sarebbe facile pensare, è tuttavia sembrato troppo edulcorato, e la tecnica minimalista adottata dall'intero ensemble ed in particolare dallo stesso Mørk, insieme alla mancanza di momenti solistici apprezzabili, ha creato situazioni un po' troppo controllate e sospese, prive del fondamentale relax jazzistico che sa suscitare nell'ascoltare le emozioni più profonde.
Nella scaletta di brani originali si sono alternati ritmi sostenuti e strutture di matrice pop a tempo medio o lento, il tutto corroborato dai tappeti elettronici prodotti da Mørk e Svalestad Olstad e dalla ritmica misurata di Okstad e Jørkgensen; il pianismo del leader è fatto di accordi molto semplici e di interventi percussivi più personali, talvolta direttamente sulle corde dello strumento anzichè sui tasti, mentre il chitarrista ha prodotto suoni eterei ed atmosfere evocative, certamente ispirato dal più noto collega e compatriota Eivind Aarset ma anche da riferimenti altri, quali i Pink Floyd. Il suono profondo del contrabbasso di Okstad e le percussioni leggere di Jørkgensen hanno ulteriormente ampliato la tavolozza timbrica a sostegno del suono dilatato del quartetto.
I momenti più interessanti del concerto, tutto sommato, sono risultati i passaggi più informali, specie quelli piuttosto lunghi, in cui il gruppo ha avuto modo di mettere in campo il suo vasto campionario di suoni e colori, così come le rare occasioni in cui l'approccio di Mørk si è fatto più concreto e ritmato, in particolare nel brano conclusivo. Nel bis, reclamato a gran voce dal pubblico, il pianista è tornato sul palco da solo, sostenendo il suono del suo pianoforte con la solita buona dose di elettronica, in un pezzo dall'incedere lento e particolarmente melodico che ha richiamato alla memoria la terra da cui proviene.
Sabato pomeriggio, dopo la presentazione mattutina al Museo Arte e Tempo di Clusone del libro di Luca Vitali "Il suono del nord" ed una breve intervista ai Mørk a cura dell'autore, perfettamente integrate nel profilo prevalentemente nordico delle tre giornate in esame, il festival si è spostato ad Ardesio, all'interno della manifestazione "Vino Divino", per il concerto del quartetto No Pair di Francesco Chiapperini, il cui esito ben si riassume nella frase "il concerto giusto nel posto più sbagliato".
Una quarantina di persone venute appositamente per il concerto si sono infatti trovate involontariamente immerse in un contesto chiassoso e decisamente avulso dalle location suggestive e spesso intimistiche del festival, e soprattutto in una folla di passanti completamente disinteressata alla proposta artistica.
Nonostante siano ben comprensibili le motivazioni che di questi tempi costringano gli organizzatori a tali scelte, e pur considerando che il sound energico del quartetto era probabilmente l'unico del cartellone compatibile con il contesto per la grande energia profusa, che ha almeno in parte bilanciato il rumore di fondo, l'ingestibile situazione acustica ha inevitabilmente influito sul risultato della performance, di per sè decisamente molto interessante e da valorizzare.
Il giovane quartetto è composto da Francesco Chiapperini ai clarinetti soprano e basso, Gianluca Elia al sax tenore, Dario Trapani alla chitarra elettrica ed effetti e Antonio Fusco alla batteria, tutte figure interessanti che ben rappresentano il potenziale futuro del jazz nazionale, ed ha proposto tutte composizioni originali del leader, inserite in un CD di prossima pubblicazione (gennaio 2015).
In un racconto a quadri dal soggetto mutevole che scorreva sotto gli occhi dei presenti si sono alternate, spesso senza soluzione di continuità, una serie di cellule tematiche di breve durata esposte coralmente dai componenti del quartetto, infarcite di momenti solistici ed improvvisazioni di qualità; il tutto raccordato da frequenti break di zappiana memoria e da frammenti eterei suggestivi ed efficaci.
Certo non si tratta di musica di facile fruzione, ma non sono mancati riferimenti energici ed accattivanti diretti ad un pubblico più vasto, senza distinzioni di genere.
Il suono del leader ha prodotto ora richiami alla musica klezmer, spesso inevitabili quando si utilizza il clarinetto soprano, ora apprezzabili melodie di matrice contemporanea, sia nei diversi assoli che nelle parti in quartetto, sostenendo spesso il ritmo con il clarinetto basso ed esibendo un fraseggio particolarmente disinvolto; da sottolineare la profondità di Chiapperini quando i temi o i soli si fanno più morbidi e sinuosi.
Il tenore di Elia si è profuso in vorticose improvvisazioni a figure libere ed in consistenti contrappunti rumoristici, apparendo perfettamente integrato con i clarinetti del leader e dimostrando confidenza con lo strumento, tecnica invidiabile ed anche una voce personale, non robusta ma di grande intensità, specie laddove il fraseggio free si appoggiava a metriche spezzate e mutevoli.
Anche quando i ritmi si sono fatti più sostenuti e la scansione decisa e rockeggiante, la front line ha lavorato con pregevole equilibrio, garantendo la variabilità delle dinamiche ed aumentando e dimuinendo senza sosta la tensione, grazie ad un'efficace coesione ed un evidente interplay, che trasparivano peraltro anche nei dialoghi più melodici.
Trapani alla chitarra è forse quello che più ha sofferto il rumoroso contorno, che non ha consentito di apprezzare la grande varietà di colori ed effetti prodotto dalla sua pedaliera e ha vanificato, ma solo in parte, il suo infaticabile lavoro di raccordo, fatto di break di matrice rock, ma anche di luminosi momenti soft a singole note e di accordi precisi a sostegno dei solisti.
Fusco, dal canto suo, è apparso a suo agio sia quando chiamato a sostenere il ritmo con energia e potenza sia nei momenti più coloristici, ed in particolare in un paio di pregevoli e fantasiosi assoli, dove ha utilizzato anche le mani nude e, com'è suo solito, un tubo di gomma in cui soffia aria per variare il timbro della percussione. Un drumming di rilevante tecnica ed assolutamente personale, come è possibile apprezzare anche nel suo CD di recente pubblicazione "Suite for Motian" (Parco della Musica Records).
In estrema sintesi, una proposta di qualità che avrebbe meritato ben altro contesto per esprimersi al meglio.
Il momento magico del fine settimana, e di certo il più atteso di tutto il festival, è stata la serata di sabato, ancora in una Corte S. Anna gremita di pubblico, dove il duo composto dal batterista e percussionista afro-americano Hamid Drake ed il vibrafonista Pasquale Mirra non ha tradito le aspettative, incantando i presenti con un dialogo serrato che ha dispensato emozioni fino all'ultima nota.
Il duo, che in sei anni di vita ha al suo attivo più di 70 concerti, ha raggiunto un livello di empatia che, sommato alla tecnica ed al virtuosismo dei suoi componenti, è in grado di coinvolgere anche il pubblico più critico ed esigente. Ed il palco di Corte S.Anna, con il riverbero naturale prodotto dalla sua nuova collocazione, ed il calore del pubblico hanno prodotto ulteriori stimoli nei musicisti, che hanno saputo a loro volta creare il climax ideale per una serata di grande musica.
In scaletta due brani di Hamid Drake ("Meeting and Parting" e "Togetherness") e due di Mirra ("Bibu-B" e "Perchè parli mentre suono?"), oltre a "Brown Rice" e "Togo" di Don Cherry, il tutto collegato da interminabili improvvisazioni dei due talentuosi protagonisti della serata.
Momenti decisamente free si sono contrapposti a melodie raffinatissime, sempre sostenute da una sensibilità jazzistica e da un ritmo afro coinvolgenti e trascinanti. E' davvero apprezzabile l'equilibrio con cui si sono alternate galoppate percussive in cui i due musicisti sembravano affrontarsi in un duello a colpi di bacchette ed episodi delicati ed introspettivi, con temi raffinati del vibrafono sostenuti da un accompagnamento batteristico colorato e leggero.
Drake, potente macchina da ritmo, ha esibito altresì il suo drumming fantasioso, fatto di ritmi continuamente cangianti, che svariano dal classico approccio sul set percussivo ad un sound più ricercato, giocato sui timbri ed ottenuto strofinando e percuotendo i tamburi con le spazzole e con le mani; Mirra, dal canto suo, ha esposto le melodie in modo apparentemente elementare, divagando poi spesso sul tema esposto e girandogli intorno, e quindi cambiando rapidamente direzione, producendosi ora in ostinati percussivi estremamente funzionali al contesto musicale, ora in assoli a velocità vertiginosa, per poi rientrare sul tema con estrema naturalezza, come se nel frattempo nulla fosse accaduto.
Il rischio di una certa uniformità del suono, insito in uno strumento come il vibrafono, è stato evitato dalla tecnica cristallina dell'artista, che ha variato i suoi colori utilizzando l'archetto di un violino per estrarre gli armonici dalle lamelle metalliche, ricoprendo la tastiera con del pluriball per attutire il suono (ricordate il pianoforte preparato di John Cage?) o percuotendo il suo strumento con bacchette da batterista. In "Brown Rice" Mirra ha suonato addirittura a mani nude per produrre singole note e scale pianistiche.
Dopo un break di qualche minuto necessario per riprender fiato, durante il quale Drake ha ringraziato gli organizzatori sottolineando quanto sia difficile, soprattutto di questi tempi, sostenere l'arte e la cultura praticamente in tutto il mondo, il momento più intimo e toccante del concerto ha visto il batterista imbracciare il tamburo a cornice per omaggiare il Togo, sostenuto prima dai soli armonici di Mirra e poi dal suono riverberato del vibrafono, che si è poi stemperato in un bel solo di matrice afro a note singole prima di lasciare nuovamente spazio al lamento di Drake, che a sua volta ha dato il via ad un'altra improvvisazione dell'artista italiano, che ritornava sul tema per chiudere il brano.
La chiusura del concerto è stata affidata ad un ostinato di accordi reiterati del vibrafono, ora in solitudine ora sorretto dalle multiformi scansioni di Drake, fino ad una chiusura swingante e rilassata affidata ancora a Mirra, con il batterista a sostegno.
Il pubblico, chiedendo con forza il bis, ha richiamato anche la pioggia, per un finale con gli spettatori accalcati sotto i portici e le suggestive note di "Water" di Jim Pepper; neanche a farlo apposta ci si sarebbe riusciti.....
La trentaquattresima edizione del festival ha chiuso i battenti domenica 3 agosto sul sagrato della parrochiale di Bratto, frazione di Castione della Presolana, con il concerto dell'altro gruppo norvegese presente in cartellone, i Cortex (Thomas Johansson alla tromba, Kristoffer Alberts al sax contralto, Ola Hoyer al contrabbasso e Gard Nilssen alla batteria).
Pubblico ancora numeroso, superiore alle 200 persone, nonostante la temperatura, scesa fino a 13 gradi, che tuttavia si è rilevata l'unico elemento nordico della serata; il suono dei Cortex, infatti, tutto sembra fuorchè scandinavo, dal momento che il quartetto propone una musica dai chiari riferimenti afro-americani, prevalentemente basata sulle logiche del free jazz e che deve molto ad Ayler e Coleman, in cui si intravedono però anche tracce di bop e, talvolta, rimembranze dell'orchestra di Ellington, in particolare nel ricordare la famosa "Caravan" di Juan Tizol.
La sequenza di brani originali proposta dal quartetto, prevalentemente a tempi sostenuti e dalla classica struttura tema-assoli-tema, ha evidenziato il solido approccio trombettistico di Johansson, dal suono un po' sporco e ruvido ma potente, in ottima sintonia con il sax di Alberts, virtuoso e bruciante anche se talvolta un po' statico e ripetitivo negli assoli; i due hanno alternato momenti all'unisono e dialoghi intensi, liberi da strutture formali.
Buono anche il lavoro della sezione ritmica, specie negli episodi più sostenuti, che ha ben sorretto i temi e gli assoli della front line; apprezzabili in particolare la propulsione del contrabbasso di Hoyer, che si è anche ritagliato lo spazio per intermezzi solistici caldi ed intensi, e la flessibilità nell'operare numerosi cambi di tempo all'interno dello stesso brano. L'immancabile solo di batteria è apparso invece potente ma poco fantasioso e limitato nella variazione ritmica.
Il bis non ha aggiunto nè tolto nulla alla proposta del quartetto, se non un tocco lievemente esotico in alcuni passaggi; i quattro giovani norvegesi, nonostante una scaletta un po' troppo uniforme, hanno certamente dimostrato un notevole potenziale ed una buona metabolizzazione del linguaggio jazzistico cui fanno riferimento, ed hanno tutti i requisiti per poter consolidare, nei prossimi anni, la loro competenza in un progetto di maggior personalità.
Una degna chiusura per un festival che, considerato nella sua interezza, ha raccolto consensi sia dal pubblico che dalla critica, e che lascia davvero ben sperare in una trentacinquesima edizione di rinnovato prestigio, come gli organizzatori, con il loro impegno e la loro perseveranza, hanno dimostrato di meritare.


 

Commenti   

#1 Riccardo 2014-08-07 00:11
Bell'articolo, minuzioso e mirato alla sostanza centrale ma anche alla periferia e nemmeno lo sfondo, è stato trascurato. attraverso la lettura, è come avessi un poco partecipato, pur non ero presente. vorrei scrivere a proposito del quartetto norvegese, stendo un velo pietoso. Non si capisce il criterio usato e che li ha posti a calcare un palco che poteva benissimo essere messo a disposizione di altri semi-sconosciut i italiani, magari anche bravi e più inerenti al jazz. E' evidente che, venire dall'estero ad esibirsi in Italia, instilla automaticamente negli astanti, presi per i fondelli attraverso un messaggio subliminale, chissà quale fama e percorso musicale, questi, possiedono. Sono praticamente sconosciuti, fossero bravi, ben vengano. A mio parere, sono per preparazione tecnica e capacità effettive musicali, davvero scarsi. E fanno anche uso di sistemi elettronici: basi preregistrate, strumenti musicali fantasma, inesistenti.. posso capirlo da un tastierista di piano bar, e nemmeno tanto. Ma questi... e che poca abilità di diteggiatura, appena l'essenziale. Il chitarrista poi... non ho parole, un dilettante alle prime armi. A mio parere, per quel poco che è pubblicato in youtube e che ho ascoltato: Pessimi!
Ciò detto, i miei compimenti per la bellissima recensione che ho letto con la stessa avidità con cui si tracanna una bibita rifregerante, in una giornata assolta!
Mi si scusi, per eventuali errori ortografici. ho poca dimestichezza con la grammatica
Ciao Riccardo
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