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Tra Impegno e Divertimento continua Clusone Jazz

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Da venerdi' 25 a domenica 27 il festival di Clusone, per il secondo dei tre fine settimana occupati dal suo variegato programma, rientra nella sua sede principale, quella Piazza dell'Orologio che per tanti anni è stata scenario di concerti indimenticabili. Il venerdi' sera, per il prologo alla Danza Macabra, il violino di Emanuele Parrini, in solitudine, ha incantato più di 150 spettatori che hanno sfidato il maltempo per assistere al concerto.

L'artista fiorentino ha eseguito senza soluzione di continuità la suite "Viaggio al centro del violino", che trova spazio sul suo CD di recente pubblicazione dallo stesso titolo (fatto salvo la precisazione che si tratta di un volume 1), introdotta da un brano del polistrumentista Paolo Botti intitolato, guarda caso, proprio "Danza Macabra".
Parrini è un riconosciuto maestro del suo strumento, e riesce a trarne una moltitudine di suoni, rendendo dinamica e cangiante una dimensione, quella del solo, che per sua natura non lo è, ed evitando con ogni mezzo il pericolo della staticità della sua musica. In 30 minuti circa Parrini ha riassunto buona parte della storia del violino jazz, proponendo ad un pubblico attento sonorità che spaziavano da Stephàne Grappelli a Billy Bang; parti melodiche si sono alternate ad aperture free, suoni morbidi ad altri quasi stridenti, e mentre l'archetto regalava un apprezzabile swing sui tempi più veloci (raddoppiato dal battito del piede laddove necessario, per conferire piu' ritmo alla musica) oppure faceva salire la tensione emotiva, i bruschi passaggi al pizzicato e l'utilizzo coloristico dello strumento risolvevano il crescendo musicale in episodi di difficile ascolto, talvolta persino rumoristici, quasi come se le due diverse anime del musicista, quella viscerale e quella informale, dialogassero tra loro in una disputa mai conclusa.
Dopo la menzionata suite, Parrini è stato raggiunto sul palco dalla contrabbassista Silvia Bolognesi, con la quale ha eseguito due duetti davvero interessanti, il primo dei quali si è aperto con un'improvvisazione in cui i due musicisti si sono più volte scambiati i ruoli di accompagnatore e solista, successivamente confluita in un brano della musicista senese dedicato proprio all' amico con cui condivideva il palco e ad Albert Ayler ("My friend who looks like a ghost"); qui si sono fuse la vena più melodica del violinista, che ha anche sfiorato sonorità rollinsiane, e la versatilità della Bolognesi, che ha saputo sostenere il partner con pedali ritmici opportuni, per poi prodursi in momenti in solo ispirati, percuotendo legno e corde del suo strumento con mani e archetto in modo da ampliare la tavolozza timbrica utilizzata. Il secondo duetto, totalmente improvvisato, è apparso particolarmente carico di swing e lirismo, a dispetto della formazione estremamente ridotta.
Ancora qualche minuto per un acclamato bis in solo di Parrini e poi tutti a casa, con il pubblico decisamente soddisfatto dell'esibizione.
Il sabato pomeriggio, nonostante la pioggia, una settantina di persone si è riparata sotto i portici della Piazza dell'Orologio per assistere al concerto del duo Udu Calls di Daniele Cavallanti (sax tenore) e Tiziano Tononi (batteria e percussioni).
In una scaletta di una cinquantina di minuti composta da brani originali, hanno trovato spazio due suggestivi dialoghi (definiti "Udu Calls") tra il ney, un flauto di canna di legno proveniente dall'Asia occidentale, e l'udu trum, tamburo di terracotta utilizzato da alcune etnie nigeriane. La combinazione tra questi strumenti richiama alla mente sinuosi ritmi ancestrali, molto diversi da quelli proposti dal duo utilizzando il sax tenore ed il set percussivo tradizionale.
I due musicisti hanno alternato momenti brucianti, dalle forme particolarmente libere, ad altri più swinganti e melodici; il tenore di Cavallanti, dal suono pieno e corposo, ha percorso ora la strada del blues, ora quella della melodia popolare, accompagnata dal drumming fantasioso e coloristico di Tononi, capace di modificare tempi e ritmi a sostegno dell'esposizione del tema, ma anche di sciorinare efficaci momenti in solo quasi in ogni brano. Il duo si è confrontato anche con la forma della ballad lirica e profonda, anche se in una sola occasione, con Tononi impegnato alle spazzole anche durante l'immancabile assolo. "I see you now, Jim", scritta a 4 mani, ha chiuso il concerto con momenti solistici dei due musicisti tra i più riusciti.
Qualche ora dopo, sullo stesso palco, con una piazza molto affollata nonostante le difficili condizioni metereologiche (ma senza pioggia), si è esibito il gruppo più atteso del fine settimana, il Brotherhood Creative Trance Music Ensemble di Daniele Cavallanti, composto da dieci tra i più quotati jazzisti nostrani, la maggior parte dei quali provenienti da Milano e dintorni.
Si tratta di musica creativa ad alto tasso di energia, basata su una certa progettualità e su molte parti scritte per l'insieme, che lasciano tuttavia adeguati spazi ai solisti; buona la presa sul pubblico, anche se alcune sbavature, quali il drumming un po' ingombrante, sono risultate evidenti, specie per quegli spettatori che hanno preso posto sotto il porticato, dove l'imperfetta acustica ha amplificato ulteriormente la potenza del suono della batteria.
Nella scaletta del concerto (circa un'ora di musica piu' una quindicina di minuti per il bis), pur non mancando un omaggio a Duke Ellington, hanno prevalso i brani originali, dove peraltro il tentetto ha dimostrato di sapersi muovere con maggiore competenza ed originalità di approccio.
Dopo il muro di suoni iniziale che si abbatte sul pubblico, il tema di "Creative Mesa" (brano firmato dal leader) impegna la sezione fiati all'unisono, sebbene inframezzato da pertinenti assoli di Luca Calabrese alla tromba, Gianluigi Trovesi al sax contralto e di Cavallanti al tenore, nonchè da un apprezzabile stacco pianistico di Alberto Tacchini, sostenuto dalla ritmica dei contrabbassi di Gianluca Alberti e Silvia Bolognesi e dalla percussione rumoristica di Tiziano Tononi.
La successiva "Trance minutes" è un riff ipnotico basato su ritmi ancora sostenuti, che mette in evidenza il brillante pianismo di Tacchini e lancia gli assoli del leader, del trombonista Beppe Caruso e del sax baritono di un ottimo Massimo Falascone; apprezzabile l'intermezzo free prima del finale con il tema ripreso dalla sezione fiati.
"Sounds of hope", dopo l'introduzione affidata al ney di Cavallanti ed alle conchiglie di Tononi, prevede l'esposizione del tema a cura del violino di Emanuele Parrini, doppiato dai fiati in contrappunto, prima di due cavalcate solistiche dello stesso Parrini e di Caruso, che ci trasportano alla chiusura ad opera dei fiati. Omaggio al Duca con il blues "Things Ain't What They Used To Be", che pur destando qualche perplessità nel riprodurre il suono di un'orchestra di tale grandezza ci regala un bel solo al contralto di Trovesi, con il suono caratteristico e al tempo stesso pregno di dolphiane reminescenze, ed uno di Calabrese, limpido e perfettamente sincronizzato con la scansione ritmica; ancora in evidenza il pianoforte di Tacchini, sostenuto da un Tononi più contenuto, ed i due contrabbassisti, che ci offrono due momenti in solo e poi un dialogo serrato prima della coda eseguita dalla band all'unisono. C'e' ancora spazio per "Black 'Ol Blues" di Cavallanti, bossa introdotta ai tamburi da Tononi con il tema esposto dall'intera sezione fiati e interventi solistici di Trovesi e Parrini, e per l'immancabile bis, con un finale ad alto impatto sonoro proprio come era iniziato il concerto, nel quale emergono il tenore del leader ed il solo "urlato" del miglior Trovesi.
L'impressione finale è che il progetto sia di notevole interesse, pur mancando ancora quella coesione che consentirebbe di mettere a punto gli incastri sonori e bilanciare le parti all'unisono con quelle solistiche, il che si potrà ottenere solo suonando molto ed in formazione stabile, cosa purtroppo molto difficoltosa di questi tempi, specie per le formazioni così numerose, a causa dei noti problemi economici di cui soffre ogni forma d'arte nella nostra penisola.
La domenica pomeriggio, in una gremita sala Legrenzi del MAT (Museo Arte e Tempo), è andato in scena il progetto "Un piano per tre", dove tre pianisti emergenti si sono divisi le quasi due ore a disposizione in un programma complessivamente vario e articolato.
Il giovanissimo Carlo Maria Nartoni, di impostazione classica ed allievo di Stefano Battaglia, ha eseguito brani di sua composizione, proponendo un pianismo contemporaneo ed aperto a tutte le forme, anche se certamente referenziabile al suo mentore e a Keith Jarrett; nonostante qualche inevitabile incertezza ed una certa ripetitività nei brani più dilatati, Nartoni ha mostrato un notevole potenziale ed una buona tecnica, specie con la mano destra, che al termine del necessario processo di maturazione gli permetteranno certamente di inserirsi tra le nuove voci del piano jazz italiano. Tra le composizioni vale la pena di citare almeno "Bartokiano", che si apre con un pedale insistito su una nota grave sul quale si innestano un bell'arpeggio melodico ed un tema malinconico, presto sostituiti da un ritmo più accentuato costruito su accordi decisi, anche a due mani, e da un fluido fraseggio sulla parte destra della tastiera, fino a sfumare nel silenzio più assoluto alla fine dell'esibizione.
Simone Daclon ha invece proposto un programma nel solco della tradizione, esibendo un pianismo già maturo, ma forse più tecnico che emotivamente intrigante; climax da fumoso locale della New York di fine anni sessanta, suono jazzy, brani originali, Kurt Weill, Jobim e Joe Henderson si susseguono in un'esibizione impeccabile ed apprezzata dai presenti anche se un po' monocorde, dove gli episodi più interessanti sono due brani scritti dal pianista ("Itself" e la ballad "Pezzopiano") e "Inutil Paesagem", o se si preferisce "Useless Landscape" di Jobim, nella più classica tradizione brasiliana. Nell'ultimo brano gli accordi si fanno più decisi ed il ritmo certamente ne guadagna, per una bella chiusura applaudita dal pubblico.
Per ultimo è salito sul palco il milanese Niccolò Cattaneo, il più maturo dei tre protagonisti, pianista neo-romantico versatile e fortemente comunicativo. La scaletta includeva brani scritti dal pianista, ma anche "The Nearness Of You" e "Skylark" di Hoagy Carmichael, nonchè "Matilda" di Perico Sambeat. Cattaneo può risultare un pò introverso nell'approccio, ma sa essere lirico e melodico quando necessario, e suona con eleganza e con una cifra stilistica sufficientemente personale.
Particolarmente riuscite le esecuzioni di "Falena", con la mano destra che si sovrappone alla sinistra per produrre singole note gravi e accordi precisi a centro tastiera, "Neanche", che arriva diretta all'ascoltatore grazie all'uso del crescendo ed all'apporto bilanciato delle due mani, la ballad "Matilda", per la sua profondità, e il mix che ha chiuso il concerto, inclusivo di "Preludio", brano intenso e toccante, e "Dear Heart", in cui un pedale di due sole note reiterate si sviluppa in un tema lirico esposto da preziosi arpeggi della destra.
L'intenso fine settimana si è chiuso con il concerto di domenica sera, ancora in Piazza dell'Orologio, protagonista il francese Uptake Quartet, gruppo di giovanissimi pluripremiato in patria guidato dal trombonista diciottenne Robinson Khoury (che ha anche utilizzato una tastiera per modulare il suono della sua stessa voce), a cui si aggiungono il pianista e tastierista Bastien Brison (propenso all'utilizzo di Rhodes e Korg), il bassista elettrico Pierre Gibbe ed il batterista Paul Berne.
La serata piacevole ha favorito l'affluenza di pubblico nonostante si esibisse un gruppo ancora sconosciuto dalle nostre parti, che ha eseguito esclusivamente brani originali a firma di tutti i suoi componenti ad eccezione di Gibbe, il che è da sottolineare data la giovane età dei musicisti.
La proposta del quartetto è apparsa un po' leggera, trattandosi di un impianto dal sapore fusion, intriso soprattutto di pop e di scansioni rock ma corroborato da venature funky e da certi riflessi della dance music nera anni '70; l'utilizzo dell'elettronica, mai invadente, non ha tuttavia evitato di mettere in luce l'ottima tecnica degli strumentisti (ed in particolare del leader e del pianista), se relazionata all'età anagrafica, il che ha coinvolto ancora una volta il pubblico, che ha reagito ascoltando attentamente il concerto e dimostrando un certo apprezzamento, a conferma della qualità di questa edizione del festival.
Dopo un inizio un po' teso, come era inevitabile data l'importanza dell'evento, i quattro ragazzi hanno preso confidenza con il palcoscenico, suonando con l'attesa energia ma mostrandosi anche disinvolti nelle parti più melodiche; l'uso della voce ha talvolta spostato il baricentro musicale sulla forma canzone, se non propriamente sulla ballad jazzistica, ma sono gli interventi solistici di Khoury e di Brison i momenti più rilevanti dell'esibizione. Tra i brani vale la pena di citare almeno "G.A.B." del leader, che per quanto strizzi l'occhio al pop è introdotto da un bel tappeto di batteria e percussioni ed include soli apprezzabili di tutti i componenti del gruppo, ed "Awake" di Paul Berne, che dopo l'introduzione in duo di trombone e Rhodes alterna tempi veloci ad altri più lenti e dà spazio a dialoghi della batteria sia con il pianoforte che con la tastiera.
Anche il bassista ha l'occasione di mostrare la sua competenza sullo strumento, con una lunga introduzione in solitudine e con interessanti contrappunti in occasione di alcuni dialoghi a due degli altri componenti del quartetto.
Nell'immancabile bis, richiesto a gran voce dal pubblico, il quartetto si produce in un jazz elettrico impreziosito da un bel solo di Rhodes e da un riff conclusivo di matrice rock, che chiude il concerto liberando sui presenti tutta l'energia residua rimasta. Un'esibizione magari non esaltante per i puristi del jazz, ma certamente divertente.

 

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