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Stefano Bollani Napoli Trip - Teatro Carlo Felice Genova

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensione concerti

Mancando dai concerti di Bollani ormai da qualche tempo, non mi ero reso conto delle dimensioni raggiunte dal “fenomeno”. Per questo, osservando, lunedì 8 gennaio, il Teatro Carlo Felice di Genova riempirsi in ogni ordine di posti, nonostante i prezzi dei biglietti non certo abbordabili, cercavo di capire quanti, all’interno di quella folla eterogenea, conoscessero i trascorsi propriamente jazz del pianista milanese/toscano e mi chiedevo se raggiungere un pubblico così numeroso potesse servire a diffondere la conoscenza di valenti e navigati jazzisti...


Stefano Bollani Napoli TripMancando dai concerti di Stefano Bollani ormai da qualche tempo, non mi ero reso conto delle dimensioni raggiunte dal “fenomeno”. Per questo, osservando, lunedì 8 gennaio, il Teatro Carlo Felice di Genova riempirsi in ogni ordine di posti, nonostante i prezzi dei biglietti non certo abbordabili, cercavo di capire quanti, all’interno di quella folla eterogenea, conoscessero i trascorsi propriamente jazz del pianista milanese/toscano, e mi chiedevo se raggiungere un pubblico così numeroso potesse servire a diffondere la conoscenza di valenti e navigati jazzisti come Daniele Sepe e Nico Gori o del giovane talento Bernardo Guerra che accompagnavano Bollani in questo Napoli trip.
Domande senza risposta, o meglio, domande che è preferibile non porsi, se poi si partecipa ad un concerto che sembra avere, come motivo principale di condivisione, la risata: disponibili gli artisti, sul palco molto rilassati e pronti a cogliere e rilanciare le occasioni “cabarettistiche” , anche a costo di fermare la musica, più che predisposto il pubblico, che già dalle prime note sembra fremere in attesa dei conosciuti “giochi” verbali e musicali del pianista.
Ovviamente tutto parte dalla musica, e non si può certo dire che, sotto questo profilo, siano mancati i contenuti: Bollani è il solito istrionico virtuoso in grado di sublimare in pochi minuti a velocità supersonica l’essenza della tradizione musicale partenopea, mixandola con suggestioni ed accenni che rimandano ad altre epoche e latitudini, ma è capace anche di collocarsi al servizio del collettivo, quando contribuisce con le note basse del Fender Rhodes alla struttura ritmica di questo quartetto bassless.
Sepe, forse meno incisivo del solito, e Gori sono solisti di grande forza espressiva, rispettivamente al sassofono ed al clarino, con il secondo che spesso diventa protagonista di alcune estese ed intense parti soliste. Bernardo Guerra, fiorentino del 1988, è, infine, un vero talento della batteria: già titolare di autorevoli collaborazioni nonostante la giovane età, si fa apprezzare per inventiva ed uso creativo del set, pur conducendo autorevolmente l’essenziale ruolo di motore ritmico. Per attitudine e spirito, un piccolo Bollani della batteria?
Il concerto, introdotto da una lunga ed articolata suite pianistica nello stile “frullatore” ben conosciuto, ha vissuto momenti molto eterogenei, dalle limitate parti ad organico pieno (“Maschere”) a frequenti duetti o assoli, con larga parte del suo svolgimento affidata all’estro improvvisativo, anche sviluppato cogliendo da chissà dove una suggestione istantanea, come nel caso della sigla del “Pranzo è servito” trasformata in un dialogo tra pianoforte e batteria e culminata in un solo di Guerra costruito per progressive accumulazioni.
Nel complesso, il progetto Napoli Trip appare come una raccolta di piccoli racconti, debolmente collegati fra loro, ed ispirati vagamente ad una napoletanità più surreale che terrena, oscillante fra parti pienamente riuscite, costruite con l’apporto dei compagni di viaggio (il dinamico duetto piano/clarino di “Napoli’s blues”, la destrutturazione di “O’guappo innamorato”, l’estensione del piccante tema di “Lo choro di Napoli” ) ed altre francamente trascurabili (la comparsa del finto cantante neomelodico Enzo Savastano in una canzone che ironizza sul genere indie, il pezzo cantato da Bollani e dedicato al microchip).
C’è un momento che vale però l’intera serata: è la versione di “Putesse esse allero” di Pino Daniele, che Bollani affronta quasi con pudore, accennando il tema ed il breve bridge improvvisato con una grazia ed una sensibilità che può derivare solo dal vero amore per chi ha scritto quelle note.

 

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