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Jazzmi 2: Sun Ra Arkestra

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

È bene premettere che questo articolo si svilupperà su due piani ben distinti e differenti. Da una parte le annotazioni di un appassionato un po' agee’ di fronte ad un concerto che riporta in scena una formazione che carsicamente e perifericamente ha attraversato la sua esperienza di ascolto. L'altro versante è viceversa la cronaca di un incontro piuttosto singolare tra una formazione che bene o male racchiude in sé un pezzo di storia del jazz ed un giovane pubblico ignaro di tutta quest'eredità...


Sun Ra ArkestraÈ bene premettere che questo articolo si svilupperà su due piani ben distinti e differenti. Da una parte le annotazioni di un appassionato un po' agee’ di fronte ad un concerto che riporta in scena una formazione che carsicamente e perifericamente ha attraversato la sua esperienza di ascolto. L'altro versante è viceversa la cronaca di un incontro piuttosto singolare tra una formazione che bene o male racchiude in sé un pezzo di storia del jazz ed un giovane pubblico ignaro di tutta quest' eredità.
La maggior parte di noi che si sono accostati al jazz negli anni ’70 ha un conto aperto con Sun Ra, all’epoca considerato per lo più un personaggio folkloristico e bizzarro (e forse anche un tantino mistificatorio).
Invece si trattava di un artista che si poneva sulla scia di un riposto filone della cultura afroamericana, che proiettava sugli indeterminati ed estremi orizzonti della fantascienza le istanze di liberazione dei neri americani: un esempio letterario può esser rinvenuto nell'appartata Octavia Butler, la cui saga distopica ha di recente attirato l'attenzione della brillante flautista Nicole Mitchell (a noi ben nota).
Del resto la Liberia – terra promessa politica di Garvey - non si è rivelata approdo meno utopico del Saturno di Sun Ra. Tutto sommato nemmeno la teatralità della Arkestra - convinta e naif - poteva far problema, dal momento che all'epoca era moneta corrente quella dell’Art Ensemble of Chicago (questa però brechtianamente consapevole ed intenzionale).
Ed eccoci qui a distanza di tanti anni a riparare e risarcire la disattenzione di un tempo. E cominciamo proprio dal teatro: le promesse sono state ampiamente mantenute, anche se i costumi dell'Arkestra di oggi mi sono sembrati un po' più glamour e parecchio meno esoterici di quelli che avrebbe voluto Sun Ra.
In premessa, rammento che purtroppo non sono disponibili dettagli certi sulla formazione andata in scena: uno dei pochissimi nei di JazzMi, di cui abbiamo già avuto modo di parlare.
Considerato il DNA della formazione e le acque musicali che ha solcato negli ultimi lustri, mi attendevo una più massiccia incursione nei territori dell'elettronica più spinta e radicale, una sorta di elettrofunk: invece l'immagine musicale dell'Arkestra emersa dalla serata è stata decisamente più convenzionale, se si eccettua il ricorso ad alcuni bizzarri strumenti che combinavano una sorta di melodica con un modulatore ad anello. La musica di Arkestra è punteggiata di passaggi vocali e corali, nei quali primeggia una vocalist seduttiva e predicatoria, che arringa il pubblico ed i compagni coinvolgendoli in insistiti riff vocali con un declamatorio effetto di annunzio.
La band è in grado di generare un sinuoso ritmo continuo, nella linea fiati risuonano echi swing e rhythm ‘n blues, accenni di tromba growl. Ma occasionalmente ed improvvisamente Arkestra passa su registri ben più informali, affidandosi ai già citati strumenti elettronici modulati, sostituti poi da selvagge ed aspre sortite degli ottoni.
Riemergono molti degli stilemi del free primi anni 60, dai toni abrasivi all'insistito legato. A questo proposito, mi è sembrato che Il pezzo di maggior pregio della band fosse il pianista - tastierista, che ben padroneggia tutto l'arsenale del piano free, dai cluster a ad un certo tono scampanante e dissonante: il tutto senza negarsi qualche sortita che rasenta lo stride.
A livello di individualità è da lui che mi è giunto qualche brivido musicale, ancor più che dall'eroico Marshall Allen che a 93 anni suonati continua a prodursi in prodezze da sassofonista rhythm and blues. Ma del resto Arkestra non ha mai inteso esser un incubatore di ben distinte e spiccate personalità musicali: non a caso, il carismatico e dittatoriale Sun Ra che la creò e la condusse per decenni ebbe a definirla senza alcuna ironia “una prigione con le sbarre dorate”.
Cosicché il vecchio jazzfan ripone il suo taccuino con l'impressione finale che l'Arkestra prosegua la sua navigazione tenace e coerente, affidata ad un pilota automatico che la guida verso la luce di una stella talmente remota che potrebbe esser già spenta. Inutile cercare quel quid di arcano e conturbante che continua ancora dopo oltre cinquant'anni a sprigionarsi dai suoi dischi dei primissimi anni ’60, quando il suo imperscrutabile capitano Sun Ra riusciva a cavarne un inedito ed affascinante mix di sensualità quasi ellingtoniana e di inedite dissonanze, che sarebbero rimaste tali anche dopo anni di New Thing.
Ma ora è venuto il momento della cronaca di una vera serata-evento, in cui questa musica si è collocata. Infatti l'Arkestra è salita in scena alla Santeria, locale prettamente rivolto ad un pubblico giovanile e con un'ambientazione del tutto inusuale per un concerto jazz: vasta sala spoglia, arredata con solo palco e bancone bar, in mezzo un vasto spazio vuoto, niente sedie, solo posti in piedi, implicitamente pensato per il ballo. Ebbene, questo spazio si è completamente riempito di un pubblico la cui età media difficilmente superava i trent'anni, che ha seguito con crescente partecipazione ed entusiasmo il concerto di una band di cui dovevano esser pochissimi a sapere qualcosa di preciso.
L'azzardata reazione chimica è riuscita in barba a molte considerazioni di fondato buonsenso: ho l'impressione che qualcuno dei molti semi gettati nel parterre germoglierà. Da questo punto di vista, Arkestra ha reso un ottimo servizio didattico con il suo assortito pout pourri di stili e storia della black music, proposti con genuina e coerente naivete’ (molto meglio di certe punte di kitsch di Kamasi Washington, a mio avviso).
In altre parole, tra una ‘pogata' e l'altra i millennials della Santeria hanno portato a casa un autentico ‘sussidiario' della black music (per i nati dagli anni 70 in poi: il Sussidiario era il secondo libro che gli scolari delle elementari degli anni ’50 e ’60 maneggiavano, ben più affascinante del Libro di Lettura, retorico e grottesco quanto un cinegiornale Luce. Il Sussidiario invece era una fascinosa e sintetica guida turistica dell‘Universo, dal Big Bang a Gagarin in cento pagine cento, illustrazioni comprese - importantissime queste).
Bilancio finale: un'audace scommessa vinta con il pubblico giovanile. Non solo, ma l'indomani si sarebbe rilanciato con un azzardo ancora più grande: ma questa è storia di un'altra puntata...


 

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