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Note sorprendenti dal Parma Jazz Frontiere

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensione concerti

Il Festival Parma Jazz Frontiere, giunto nel 2017 alla ventiduesima edizione con la direzione artistica del compositore, contrabbassista e docente Roberto Bonati, è un raro esempio d’iniziativa attenta alle proposte originali con uno sguardo che prescinde dai confini di genere, e si rivolge a supportare, in un circolo virtuoso, istituzioni didattiche, realtà locali attive in campo musicale e nomi di spicco del panorama internazionale. Nella suggestiva Casa della Musica, sabato 18 e domenica 19 sono risuonate note sorprendenti...


Filippo VignatoIl Festival Parma Jazz Frontiere, giunto nel 2017 alla ventiduesima edizione con la direzione artistica del compositore, contrabbassista e docente Roberto Bonati, è un raro esempio d’iniziativa attenta alle proposte originali con uno sguardo che prescinde dai confini di genere, e si rivolge a supportare, in un circolo virtuoso, istituzioni didattiche, realtà locali attive in campo musicale e nomi di spicco del panorama internazionale.
In cartellone sono passati, da fine ottobre, il duo Evan Parker/Barre Phillips, un omaggio a Butch Morris con la Chronomic Orchestra diretta da Bonati, le improvvisazioni del contrabbassista Barry Guy e della cantante Savina Yannatou e, oltre ai concerti di cui riferisco, in programma figurano ancora un workshop con Paolo Botti (sabato 25 novembre), gli Human Feel di Jim Black (domenica 26 novembre) e molte altre sorprese. Il tutto sparso nelle varie locations per la musica di cui la fortunata e lungimirante Parma dispone, a partire dalla suggestiva Casa della Musica dove sabato 18 e domenica 19 sono risuonate note sorprendenti.
Il concerto del Filippo Vignato Quartet ha diffuso una sensazione di ottimismo e fiducia sulle sorti del jazz suonato dai giovani musicisti italiani, anzi, verrebbe da dire, della musica creativa in generale, tante sono le suggestioni e gli influssi che, insieme alla matrice jazzistica, connotano le composizioni del trombonista veneto e l’attitudine dei suoi interpreti.
In questa musica, incisa su “Harvesting Minds” il recente cd edito da CamJazz, il jazz è la matrice di partenza, il materiale sul quale i sui protagonisti hanno compiuto il percorso di apprendimento, e dal jazz proviene l’organico strumentale classico con la sezione ritmica e gli strumenti solisti. Ma nel risultato finale confluiscono tante componenti – classica, avanguardia, canzone - quante sono le suggestioni e le curiosità degli esecutori, senza mai abbandonare la propensione all’aspetto melodico che sembra essere cifra peculiare di Vignato.
Al trombone, il leader dimostra un concentrato controllo del fraseggio, alternato ad un ruolo più intimistico, in grado di definire con pochi accenni il mood di una interpretazione (Home, Nerland Last Days), spesso interpretato con l’uso della sordina, lasciando spazio a limitate sezioni free nel contesto delle dinamiche del collettivo.
Giovanni Guidi è il vero co –protagonista del quartetto. Il musicista che si è ascoltato a Parma è ormai distante anni luce dal giovanissimo pianista umbro scoperto da Rava, un esecutore in grado di conferire al proprio ruolo una cifra originale ed incisiva, sia nell’essenziale ruolo di supporto ritmico armonico alle parti tematiche, che in momenti solisti costruiti sempre con accorto e parsimonioso uso degli accordi, ma in grado di aprire mondi musicali davvero sconfinati.
Nel primo brano in programma, quando gli altri strumenti si fermano, il pianoforte di Guidi inizia a costruire con piccoli e progressivi accumuli di note, fino alla definizione di una struttura neo classica che può richiamare le istantanee composizioni di Jarret, per un risultato di grande efficacia espressiva. Perfettamente funzionale all’insieme il ruolo di Mattia Magatelli, motore propulsivo discreto ma eloquente al basso, e di Zeno De Rossi che sostituisce Attila Gyárfás alla batteria con un supporto ritmico essenziale e creativo.
Un concerto esemplare, con il solo rammarico della durata limitata, concluso con la perla di “There Is No Fault in Hope” un gioiello lirico condotto con l’ausilio di un carillion, che ha congedato nel modo migliore il folto pubblico della Casa della Musica.
Di tutt’altra natura la proposta del giorno successivo, con il trio di Louis Sclavis impegnato nella proposizione del vivo di una delle numerose recenti opere del fiatista francese, “Asian Fields Variations”, edita da Ecm lo scorso anno, con il trio completato dal violinista Dominique Pifarèly e dal cellista Vincent Courtois.
Anche qui il jazz sembra lontano, mentre si avvicina l’avanguardia in una dimensione cameristica che richiama la tradizione novecentesca occidentale. Poi, però, quando Courtois (in Fifteen Weeks) prende un lungo solo al violoncello senza archetto sembra di sentire un ancestrale strumento africano. Il violino di Pifarely è l’unico che io abbia ascoltato in grado di improvvisare in modalità free. Il clarinetto di Sclavis assicura una struttura melodica riconoscibile (Mont Myon), e si produce in alcune parti iterative grazie alla tecnica della respirazione circolare, che richiamano il minimalismo di Riley o Glass.
Insomma, anche qui musica totale, impegnativa ma gratificante, dove l’indubbia connotazione virtuosistica dei tre strumentisti non è mai fine a se stessa, ma fa parte di un puzzle collettivo funzionale ad un risultato musicale di grande impatto emotivo.

 

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