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Jazzmi Uno: Thumbscrew, l'alchimia

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Dopo mesi di sostanziale astinenza musicale, la vista di un concerto con Mary Halvorson, per di più nella collaudata e congeniale dimensione del trio Thumbscrew mi sembrava un miraggio. Quindi eccomi nell'avventuroso e raccolto spazio del Masada, che, affollato di reperti di modernariato, si è rivelato ideale per l'occcasione. Nonostante la perifericita' del palco, la serata è stata introdotta dallo stesso Luciano Linzi, una delle due anime di JazzMi insieme a Titti Santini. Mi sbaglierò, ma io ci ho letto una particolare sollecitudine verso le sue creature più bisognose di attenzione...


ThumbscrewMilano, 2 novembre 2017. Dopo mesi di sostanziale astinenza musicale, la vista di un concerto con Mary Halvorson, per di più nella collaudata e congeniale dimensione del trio Thumbscrew mi sembrava un miraggio. Quindi eccomi nell'avventuroso e raccolto spazio del Masada, che, affollato di reperti di modernariato, si è rivelato ideale per l'occcasione.
Nonostante la perifericita' del palco, la serata è stata introdotta dallo stesso Luciano Linzi, una delle due anime di JazzMi insieme a Titti Santini. Mi sbaglierò, ma io ci ho letto una particolare sollecitudine verso le sue creature più bisognose di attenzione (è successo anche in altre occasioni analoghe): molto bene.
Nella giornata della sua scomparsa (sembra serena ed improvvisa, ogni tanto c'è una Provvidenza anche nel backstage del jazz) non poteva mancare un ricordo di Muhal Richard Abrahms. Spontaneo pensare che senza di lui ed il suo approccio alla musica forse lo stesso gruppo sul palco non sarebbe stato nemmeno pensabile.
Ma eccolo in scena, Thumbscrew: l'esile Mary Halvorson con la sua chitarra amplificata classicissima (ma è solo un'impressione), Michael Formanek torreggiante al basso acustico (e non è solo questione di fisico, come si vedrà poi …) e l'agile Thomas Fuijwara alla batteria. Che un organico così sottile, nei numeri come nei suoni, abbia potuto resistere ed imporsi nella tormentata e caleidoscopica scena jazzistica di oggi, regalandoci due dischi alquanto ispirati, ha quasi del miracoloso e testimonia della determinazione dei musicisti, pure tutti impegnati in altre ed assorbenti esperienze.
Al contrario di altri gruppi di scena a JazzMi, Thumbscrew mi sembra aver applicato una qualche riduzione dell'utilizzo dell'elettronica dal vivo: saggia decisione, visto che altri su questo terreno hanno collezionato qualche dispiacere. Rispetto alla sua performance discografica – ambito in cui piccolo trio è in grado di generare paesaggi sonori di grande ampiezza e suggestione – abbiamo quindi ascoltato un Thumscrew più acustico e concentrato sulla densità dei suoi intrecci.
Pur essendo un collettivo del tutto paritario, in cui la scioltezza del passaggio del testimone della conduzione è tale da ricordare la mitica nazionale brasiliana degli anni ’70, non può esser taciuto che lo sguardo si appunta per primo su Mary Halvorson. Musicista timida e schiva, per molti anni ha contribuito non poco al successo di altri: discepola di Anthony Braxton ed assidua militante dei suoi quartetti dei primi anni duemila, presenza fissa nei grandi organici radunati da Rob Mazurek, controcanto di Marc Ribot negli Young Philadelpians etc., solo recentemente Halvorson ha trovato spazi adeguati per dimostrare la sua notevole ed insolita tecnica strumentale, al servizio di una vena compositiva del tutto originale (molto evidente nei suoi ultimi lavori per organici più ampi, vedi il bel “Away with you” – Firehouse 12). Del tutto aliena da quel divismo virtuosistico che io chiamo con insofferenza “chitarrismo”, la Halvorson ha ottenuto notevoli riconoscimenti per la sua tecnica strumentale anche in consessi americani di impronta alquanto conservatrice.
Il set comincia con passo insolitamente sorvegliato per gli standard del gruppo, con la Halvorson molto concentrata sullo spartito e molto attenta ad evidenziare, quasi compitandole, iniziali celle tematiche, cui vengono successivamente ancorate improvvisazioni più libere (ci verrà spiegato dopo che il gruppo sta presentando nuove composizioni, di qui alcune percepibili tracce di scrittura). Le linee sghembe e spesso lunghe della chitarrista imprimono molto dinamismo al suo discorso, che si vale anche di iterazioni di piccoli riff in impalpabile slittamento. La sua musica comunica sempre un sottile senso di vertigine e di instabilità, che può trovare un equivalente figurativo nei minuziosi, quanto geometricamente impossibili ambienti di Escher: è swing anche questo.
Nell’economia del Trio la mobilissima e liquida chitarra di Halvorson trova un complemento nella percussione leggera, spezzata, ricca di colori ed accenti di Fujwara, il batterista perfetto per questo piccolo combo nelle cui stanze appartate sembra talvolta spirare la stessa aria limpida e frizzante di certi gruppi tristaniani degli anni ’50.
Ma con Halvorson che distilla sottilmente, Fujwara che dipinge finemente, come fa a reggersi il piccolo edificio di Thumbscrew, vi chiederete voi? La soluzione è semplice ed evidente: Michel Formanek, che con il suo basso corposo, eloquente ed appassionato fornisce un architrave sempre percepibile e consistente al mobile e volatile trio. Del resto parliamo del caporchestra che è stato capace di radunare e guidare l’ammirevole, quanto eterogeneo Ensemble Kolossus (a proposito, a quando la seconda adunata?).
Nel frattempo – complice anche un pubblico coinvolto e sanamente inquieto come ogni platea jazz dovrebbe essre – il clima del concerto si è alquanto scaldato: dopo molti momenti pacati e rarefatti, ci viene dispensato un brano di ben più marcato e massiccio – direi quasi minaccioso - impatto sonoro, di impronta quasi grunge: ci viene così rammentato che nel passato di Thumscrew – e soprattutto in quello di Formanek ed Halvorson – sono corse suggestioni rock, di quello più puro & duro.
In una breve pausa, Formanek prende il microfono per annunciarci che il trio affronterà brani non propri, “Not properly ‘standards', but others' music” (quando si dice la capacità di sintesi…). L'ulteriore effetto di spiazzamento si amplifica quando si scopre che gli “others” sono l'argentino Julio De Caro (il cui pathos tanguero filtra quasi enfatizzato attraverso le liquide dissonanze di Thumscrew) e nientedimeno che Herbie Nichols. Ci piacerebbe risentire questa sofisticata “other's music” nel prossimo disco di Thumbscrew, che, al contrario di altri che trattano la musica altrui con filtri flou o colorati, la rifrange come un prisma, scomponendola nei suoi fondamentali .
Il clima del Masada è ormai talmente caldo e rilassato che persino la Halvorson (non esattamente una tigre del palcoscenico) si impadronisce del microfono per la prima volta per presentare un brano di Formanek dal titolo piuttosto contorto e bizzarro, che la chitarrista risolve in uno scioglilingua alla Mary Poppins: serpeggia il sospetto di un sottile sfotto' verso il collega.
Ormai stabilita una salda complicità con il compatto pubblico, ed accuratamente supportata dai compagni, la Halvorson non delude attese per i suoi noti approcci non ortodossi allo strumento. In una prima occasione ottiene suoni suggestivi lunghi ed oscìllanti sollecitando la chitarra sulla lunghezza delle corde con una sorta di ditali metallici applicati alle dita.
Infine in un brano di grande scioltezza e dinamismo assistiamo per qualche minuto ad un serrato duetto di chitarre: è sempre la Halvorson che dialoga con se stessa campionata in tempo reale in un frenetico andirivieni tra la chitarra ed un piccolo device elettronico. Il “metodo Halvorson per chitarra” si arricchisce di nuovi capitoli.
Dopo oltre un'ora e mezza di intenso concerto, Thumbscrew viene inchiodato sul palco da una ricattatoria ovazione ritmata del pubblico, degna dei migliori congressi del PCUS: si ottiene così un corposo bis, mi sembra uno “Smoke Tree” che ci accompagna appagati nella notte milanese.
Dai remoti dintorni della Ghisolfa di Testori e di “Rocco ed i suoi fratelli” JazzMi salpa con il vento in poppa: seguiranno approdi in porti più esotici, ma questi sono riservati alle prossime puntate. “Stay Tuned”


 

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