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Inside Quartet di Tino Tracanna al Blue Note di Milano

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Come avrete immaginato, difficilmente avrei mancato almeno qualcuno dell'infilata di concerti “italiani” programmati dal Blue Note di Milano e di cui vi ho parlato qualche giorno fa. Ed eccomi quindi a raccontarvi della serata del 20 settembre in cui è andata in scena una delle formazioni che fanno capo a Tino Tracanna, forse quella più stabilmente ancorata all'esperienza dei veterani che la compongono: l'Inside Jazz Quartet, che oltre al leader al sax tenore e soprano, annovera Massimo Colombo al piano, Attilio Zanchi al basso acustico ed Tommy Bradascio alla batteria.


Inside Quartet Come avrete immaginato, difficilmente avrei mancato almeno qualcuno dell'infilata di concerti “italiani” programmati dal Blue Note di Milano e di cui vi ho parlato qualche giorno fa. Ed eccomi quindi a raccontarvi della serata del 20 settembre in cui è andata in scena una delle formazioni che fanno capo a Tino Tracanna, forse quella più stabilmente ancorata all'esperienza dei veterani che la compongono: l'Inside Jazz Quartet, che oltre al leader al sax tenore e soprano, annovera Massimo Colombo al piano, Attilio Zanchi al basso acustico ed Tommy Bradascio alla batteria.
Motivo d'interesse della serata era la dichiarata volontà di attingere direttamente ed indirettamente a composizioni di coloro che in modo più o meno ampiamente condiviso emergono ormai dal grande fiume del jazz come “autori”, con figura distinta da quella di solista o bandleader per cui si sono affermati o sono maggiormente ricordati. Se il nome di Billy Strayorn – eminenza grigia di una delle più belle stagioni ellingtoniane – non farà certo inarcare sopraccigli, ben diverso è il discorso quando ad esser proposti come compositori in grado di alimentare attivamente ed autorevolmente il corpus degli standards di cui il jazz non potrà mai fare a meno sono uomini come Mingus, Monk, Shorter; più ancora quando è il caso di altri più vicini a noi ed il cui appeal autoriale appare meno evidente e conclamato come Yuseef Lateef, Dave Holland e Kenny Wheeler.
Con il loro nuovo disco “Four by Four” presentato nella serata al Blue Note è proprio questo potenziale implicito e nascosto che l'Inside Quartet intende rivelare: onore al merito, in un’epoca in cui troppi vogliono presentarsi come autori originali “a prescindere” (soprattutto da ben precise e maturate urgenze espressive….).
E così l'Inside Quartet ci ha proposto il proprio sviluppo pacato e riflessivo, oltre che disteso e leggibile, di temi di Holland (“Words for Wheeler “), di Wheeler (“Fox Trot”), di Strayhorn (“Chelsea Bridge”, molto rimaneggiato), oltre che composizioni dei singoli membri del gruppo dichiaratamente ispirate al mondo di alcuni di questi autori.
In tutte le performance ha spiccato come cifra distintiva del gruppo il fraseggio fluido e scorrevole di Tracanna, controbilanciato al piano da un Massimo Colombo più concentrato e conciso, spesso legato ai registri medi dello strumento: ma ci sono stati anche momenti (“Morning” di Yuseef Lateef, vero precursore di tanti “viaggi” jazzistici nelle musiche etniche, come ha ricordato Tracanna, ancora una volta presentatore colto ed autoironico – dote rarissima nell'ambiente) in cui un solo scintillante e coloristico di Colombo ha fatto da contraltare ad un Tracanna insolitamente più teso e convulso. Il basso acustico di Zanchi ha compensato con assoli ricchi di slancio una sonorizzazione poco felice, incline ad una certa sordità ed opacità del suono (c'è scappato anche un principio di “larsen”): è successo anche in altre occasioni, Blue Note dovrebbe coccolare un po' di più i bassisti. Bradascio si è fatto notare in più occasioni per un fine lavoro ai piatti.
Tra le diverse pagine di un songbook contemporaneo ormai sempre più riconoscibile e consolidato sfogliate dall'Inside Quartet, almeno un paio hanno suggerito qualche riflessione. La monkiana “Ask me now”, pur arrotondata e dilatata da Tracanna ed i suoi, non ha perso la sua cifra angolosa. Curiosa l'incessante attrazione esercitata su molti contemporanei da mondi musicali idiosincratici e dotati di insopprimibili caratteri originari, destinati comunque ad emergere nonostante approcci molto distaccati e filtrati: è il caso di Monk, ma a suo modo anche di Coltrane .
Diverso è stato il caso del “Remember Rockefeller at Attica” di Mingus, riletto da Tracanna ed i suoi con inclinazione nonchalant e scorrevole, immune dagli adrenalinici “stop and go” caratteristici anche del Mingus più rasserenato e maturo come quello degli stupendi “Changes One” e “Changes Two” (“I migliori dischi che abbia mai fatto” ). Una voce accanto a me commenta: “Ma Mingus non si suona così!”. Mi viene da commentare che il prezzo da pagare per accedere a quel gotha del Great American Songbook è proprio quello di veder le proprie creature migrare dal proprio mondo espressivo e trovare un loro posto anche in altri, spesso del tutto diversi e distanti.
Come che sia, frainteso o meno, il fantasma del Reverendo Mingus è tornato di prepotenza a riconquistare la scena con un finale “Better Git in Your Soul”, in cui il folto pubblico si è abbandonato ad un entusiastico ed infervorato accompagnamento scandito, fatto piuttosto inusuale per la platea del Blue Note. Motivo di più per metter in calendario altre serate in cui altri gruppi italiani abbiano modo di consolidare e rodare il loro rapporto con il pubblico in occasioni meno rare e più rilassate di quelle festivaliere.

 

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