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The Bad Plus nella seconda serata del festival Gezmataz a Genova

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensione concerti

Ascoltando il concerto di The Bad Plus venerdì 21 luglio nella seconda serata del festival Gezmataz a Genova, ed assistendo alla compattezza cronometrica di una macchina sonora senza leader, veniva da chiedersi come sarà il futuro del gruppo dopo l’annunciata sostituzione del pianista Ethan Iverson con il nuovo membro Orrin Evans. Sicuramente un nuovo e senz’altro interessante capitolo.


The Bad PlusAscoltando il concerto di The Bad Plus venerdì 21 luglio nella seconda serata del festival Gezmataz a Genova, ed assistendo alla compattezza cronometrica di una macchina sonora senza leader, veniva da chiedersi come sarà il futuro del gruppo dopo l’annunciata sostituzione del pianista Ethan Iverson con il nuovo membro Orrin Evans.
Sicuramente un nuovo e senz’altro interessante capitolo, ma l’evoluzione raggiunta da Iverson, Reid Anderson e David King in quindici anni e quasi altrettanti dischi, dalle cover di pezzi rock alla creazione di un linguaggio originale, è, di per sé, un pezzo della storia della musica che andrà consegnato agli annali.
Tutto è ritmo nel mondo di The Bad Plus, e non solo grazie all’instancabile macchina di pelli e metalli dell’entusiasta King o al profondo ed agile contrabbasso di Anderson: anche la parte melodica ed armonica di cui è responsabile il pianoforte di Iverson, è fortemente improntata di una dinamica percussiva che, dietro un’apparente pigrizia sui tasti, sostiene, frammenta e ricompone i frammenti tematici dei brani secondo una modalità ben conosciuta da gli ascoltatori del gruppo.
A questo punto, stabilire se suonano jazz, rock o classica perde completamente di significato, mentre quello che appare ben chiaro è che il trio ha saputo mettere a punto un sistema innovativo per creare il dialogo fra gli strumenti, dove lo spunto iniziale parte in genere da una figura ritmica della batteria, o da una cellula melodica del pianoforte, ma lo sviluppo, scritto o improvvisato che sia, vede il ruolo degli strumenti in continua alternanza, quasi a sovvertire i canonici ruoli della più classica formazione del jazz.
Il concerto è stato basato in gran parte su composizioni originali tratte da album meno recenti del trio (“Mint “di Iverson, “The Empire Strikes Backward” di King), con limitatissima presenza di cover, a differenza di quanto accaduto in altre date del tour in corso: l’unico pezzo in scaletta, “Lions”, era in pratica un esteso dialogo fra il contrabbasso e la batteria, mentre l’encore è stato riservato ad una frizzante “Walk the Line” di Johnny Cash, presente anche sull’ultimo “It’s Hard”.
Vivo entusiasmo ed apprezzamento in platea ed un doveroso ringraziamento all’associazione Gezmataz ed al suo direttore artistico, il chitarrista Marco Tindiglia, per una scelta che può fare davvero capire una delle tante direzioni future della nostra musica.

 

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