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A spasso per Piano City

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Spesso l'astinenza musicale induce ad avventure che in altre circostanze non ci avrebbero nemmeno lontanamente tentato. Il Milano Blues mi ha indotto ad immergermi nella grande sagra del pianoforte che si consuma da qualche anno a Milano a metà maggio. Nulla può esser più lontano da me di una sagra di tre giorni dove negli angoli più impensati ed incongrui della città sbucano strumenti del più vario lignaggio.  


Piano CitySpesso l'astinenza musicale induce ad avventure che in altre circostanze non ci avrebbero nemmeno lontanamente tentato. Il Milano Blues, di cui tempo fa ho scritto, mi ha alla fine indotto ad immergermi nella grande sagra del pianoforte che si consuma da qualche anno a Milano a metà maggio.
Come potrà ben immaginare qualcuno che mi legge da un po', nulla può esser più lontano da me di una sagra di tre giorni dove negli angoli più impensati ed incongrui della città sbucano strumenti del più vario lignaggio (e che in parecchi casi possono essere definiti “pianoforti” solo con molta immaginazione e buona volontà ).
Sorvoliamo sui programmi proposti (quasi sempre da comprimere in poco più di un'ora di concerto), spesso il maggior motivo d'interesse era costituito dal vedere come il malcapitato musicista sarebbe riuscito a trasmettere qualcosa delle musiche scelte in ambienti che sembravano fatti apposta per renderne problematica una qualche ricezione.
Ammaestrato da precedenti esperienze, mi sono tenuto ben lontano dai palcoscenici maggiori, dove la presenza massiccia di un pubblico presenzialista e poco motivato rendeva arduo un ascolto di una qualche serietà ed attenzione (un anno fa a far le spese di questo clima deconcentrato e dispersivo era stata una rara sortita milanese di Franco D'Andrea che avrebbe meritato ben di più ).
Dopo aver cercato vanamente qualche opportunità di ascoltare qualche brano di repertorio contemporaneo (non si vive di solo jazz…), ho ripiegato alla fine su concerti che proponessero - almeno sulla carta - autori della nostra musica. Anche qui la scelta si è rivelata tutt'altro che ampia e facile, ma alla fine setacciando a lungo qualcosa è venuto fuori (miracolo della bruta quantità …) e devo dire che il risultato finale è valso i lunghi vagabondaggi da un capo all'altro di una sonnacchiosa Milano che faceva le prove generali della noia domenicale estiva.
Una prima tappa è stata dedicata al duo pianistico Manuela Migliore e Sebastiano Di Gioia, che ha riproposto riduzioni a quattro mani di pagine orchestrali di quel grande snobbato che è George Gershwin, vero cantore del Secolo Americano che quasi mai sentiremo risuonare nelle nostre sale da concerto, saturate da risaputissimo repertorio romantico, quasi sempre deformato da interpretazioni enfatiche e narcisistiche (del resto del tutto in linea con le attese – ma sarebbe meglio dire le abitudini - del pubblico che le consuma… che avrebbe necessità di una bella rieducazione da un grande iconoclasta alla Glenn Gould, ma purtroppo ne nasce uno per secolo).
È piuttosto interessante veder “eseguito” in modo accademicamente ortodosso un autore che noi ‘cani sciolti' del jazz siamo abituati a vedere reincarnarsi in mille vite diverse attraverso i suoi indistruttibili standards, in cui pero' fa sempre capolino il disincantato, ironico lirismo di chi le create: basti ricordare la formidabile “overture” di “Manhattan” in cui Woody Allen e Gershwin fanno coppia sullo schermo con una felicità da far invidia a Prokopiev/Eisenstein in “Alexander Nevsky”.
Una lettura fresca e che affronta con nonchalance e senza esibizionismi passaggi virtuosistici (anche a quattro mani incrociate…) viene premiata da un caloroso applauso di un piccolo, ma tenace pubblico che segue senza defezioni il concerto assiepandosi sotto il portico di un centro commerciale. Peccato aver perso il primo tempo, in cui era in programma una medley di temi di Leonard Bernstein, tratti dalla ben nota “West Side Story”.
Lascio il Portello, cattedrale sconsacrata di quella che fu l’industria italiana (ci sorgevano le storiche officine Alfa Romeo, ricordate il finale consolatorio e risarcitorio di “Rocco ed i suoi fratelli” di Visconti, girato proprio li?), e con un bel viaggio nel tempo e nello spazio mi ritrovo in via Paolo Sarpi, cuore di un'estesa ed ormai extraterritoriale Chinatown milanese, che ormai nulla ha che spartire con le sue precedenti e ben più innocuamente pittoresche incarnazioni degli anni 60-80.
Qui è annunziato per il primissimo pomeriggio un concerto di Alessandro Sgobbio: stavolta siamo di fronte ad un giovane jazzista purosangue, che proporrà sue composizioni originali (particolarità da notare, significativamente la piccola manciata di altri ascolti jazz di Piano City erano invariabilmente ancorati ad un repertorio mainstream, riconoscibile e destinato a fungere da esca per pubblico non specialistico). Sgobbio è sì giovane, ma può vantare un palmares rilevante, tra cui spicca una vittoria nel concorso Conad per giovani talenti che da anni affianca Umbria Jazz (forse una delle poche cose ancora salvabili dell'intera kermesse per un vero appassionato di musica creativa ed improvvisata).
Considerate le ben note condizioni del nostro circuito concertistico e festivaliero, ovviamente la sua visibilità è stata molto limitata, ma sul web si può rintracciare qualcosa relativo a Periscope, il duo in cui Sgobbio fa rodata coppia con il sassofonista Enrico Vernizzi. Per esempio questo originalissimo video (complimenti anche alla regista):



Arrivato sul posto, non mi riesce di notare alcuna traccia del concerto che vi si deve svolgere a minuti: né palco, né di amplificazione, solo un gruppetto di persone assiepate ai piedi un palazzo che assicura un poco di ombra sotto un sole già da piena estate. Intorno solo l'indifferente ed imperscrutabile fluire dei consueti traffici degli empori e magazzini cinesi che proseguono ininterrotti anche di domenica pomeriggio (c'è da scommettere che sia così anche nel cuore della notte, il XXI sarà anche il “secolo cinese”, ma per quanto mi concerne se lo possono pure tenere...).
Che abbia preso una cantonata, mal decifrando le complesse mappe di Piano City? Ed invece non avevo fatto i conti con una delle ‘trovate' (non mi viene altro che di definirla così..) di Piano City. In capo a qualche minuto, infatti sbuca da una angusta viuzza un furgoncino Piaggio a cassone scoperto – avete presente la versione a quattro ruote dell'immortale Ape? – che parcheggia di fronte alla piccola folla, in pieno sole. Sul cassone si nota un coloratissimo strumento che, livrea a parte, sembra provenire direttamente dal saloon di uno di quegli indimenticabili “spaghetti-western” che da tempo Tarantino si sforza inutilmente di imitare (ironia ribalda e rabbia protestaria non sono mercanzia per epigoni).
Comunque lo “strumento” suona, diciamo che avrebbe strappato un fremito di commozione a Russolo, indimenticato futurista inventore dell'intonarumori. Ormai un po' ci conosciamo, vi risparmio quindi ulteriori riflessioni indottemi dal c.d. ‘piano a porter' (naturalmente, ed ove subdolamente provocato, parte la filippica del caso). L’importante è la performance di Sgobbio: perigliosamente seduto su uno sgabello malfermo e progressivamente sempre più esposto ad un sole a picco, ci ha dispensato oltre un'ora di una musica intensa, oscillante tra forti variazioni dinamiche e timbriche, ed attraversata da sempre mutevoli climi espressivi.
Come nell'originale creativa clip veneziana di cui sopra, Sgobbio non ha esitato a cavare dallo “strumento” tutto il possibile in termini sonori, sollecitandone direttamente la cordiera e utilizzandone percussivamente la cassa armonica, il tutto con risultati accuratamente calibrati ed in armonica continuità con le sonorità naturali del piano.
Dettaglio di cronaca: tra energici clusters e manovre sulle corde, l'Ape Piaggio ondeggiava pericolosamente, una performance che ha quindi a più riprese sfiorato la prova di ardimento. Una musica che riesce ad attraversare condizioni esecutive del genere, comunicando egualmente una forte sensazione di originalità e personalità, ha senz'altro a mio avviso qualcosa da dire. Sarebbe bello che oltre a riempire con due punti esclamativi una paginetta della smilza “agendina delle scoperte” del solito Milton, trovasse la strada di quelle ben più importanti di organizzatori che volessero far soffiare un po' di aria nuova e fresca nel jazz di casa nostra (Bollani e Conte prima o poi se la prenderanno qualche serata di riposo… o no?).
Per fortuna, il secondo appuntamento, quello con Simone Quatrana, si è svolto in contesto ben più adatto e protettivo rispetto alla musica proposta. Infatti, in quello che fu decenni fa uno dei cuori della Milano più autentica e popolare, Corso Garibaldi, sorge il palazzo che ospita la Fondazione Pini. Al primo piano, nel sancta sanctorum di una ex grande dimora borghese, arredata con sobria eleganza e piena di opere d'arte e pezzi di antiquariato che tuttora testimoniano il gusto sicuro dei proprietari, si apre una piccola sala in cui campeggia uno Steinway gran coda collocato ai piedi di una parete di fondo che funge anche da schermo di proiezione.
Ambientazione elegante ed ineccepibile, salvo che per la limitata capienza: solo una trentina di spettatori hanno potuto seguire quella che poi si è rivelata una vera e propria performance multimediale (di quelle serje, però…). Ma prima qualche parola sul pianista. Al contrario di Sgobbio, che è stato un felice “blind date”, l’appuntamento con Quatrana ha rappresentato il ravvivare le braci ancora calde del colpo di fulmine di due-tre anni fa. Giardini Pubblici di Via Palestro a Milano: un gruppo di diplomati della Scuola Civica suona sotto un gazebo per un pubblico occasionale e mutevole.
Esibizione piacevole, la band dimostra di padroneggiare bene i format appresi in tanta scuola, ançh'io ascolto con un orecchio solo, anticipando di qualche secondo i garbati e tecnicamente ineccepibili cliches che fluivano dal palco. Improvvisamente un sobbalzo: il pianista prende un solo al Fender Rhodes, la musica sembra cambiare nettamente marcia: niente più impeccabili luoghi comuni ben confezionati, qui ci sono idee al lavoro, sicurezza ed economia di mezzi nel proporle senza orpelli e sbavature. Era Simone Quatrana, anche lui entrato ìmmediatamente e sin da allora nella famosa ‘agendina’.
Dopo si è data un'altra occasione di incontro grazie ad un particolarissimo concerto organizzato mesi fa in una bella ed ospitale casa privata milanese. Per forza di cose allora si era solo in dieci ad ascoltare l’Insight Trio di Francesco Chiapperini (qui ai clarinetti basso e soprano), con un altro Simone Lobina alla chitarra elettrica ed elettroniche ed il nostro Quatrana al piano acustico ed elettrico. Questo vi dà un’idea di quel che vi siete persi, con fatica si potrebbe anche tentare di intercettare il cd “Paradigm Shift” pubblicato da Aut Records nel 2016:



L'appuntamento alla Fondazione Pini era quindi un poco come iscritto nel libro del destino, una sorta di verifica di un talento alla difficile prova del piano solo jazzistico (che per molti jazzmen affermati arriva solo dopo anni di esperienza e di professione). E qui è giunta un'altra sorpresa: dopo un paio di brani solidamente ancorati alla tradizione afroamericana (vista prevalentemente attraverso la lente delle rivisitazioni compiute nei tardi anni ’60 da sperimentatori come Herbie Hancock ed Andrew Hill), Quatrana ha accettato di improvvisare “senza rete” accompagnando la proiezione di suggestive ed evocative foto di Matteo Lava, immagini che il pianista vedeva per la prima volta come il pubblico.
Sarà stato perché le fotografie di Lava con le loro marine spopolate di esplicite presenze umane (solo evocate da oggetti sparsi e simbolici) e la loro quasi impercettibile serialità narrativa risultavano particolarmente in sintonia con la rarefatta e nitida concentrazione delle frasi di Quartana, prive di esitazioni e di momenti di sfuocatura, ma comunque il risultato finale è stato di sorprendente intensità ed efficacia.
Anche ascoltatori non specialisti e poco avvezzi alla musica di improvvisazione ne sono rimasti visibilmente colpiti. Posso solo suggerirvi questo ascolto esemplificativo, in cui Quatrana in trio si cimenta con un ancor “nuovissimo classico” come ”All Blues” (scelta di per sé eloquente sulla tempra e sulla profondità dell’uomo e del musicista... che tra l'altro ha avuto un approccio alla musica ed allo strumento talvolta contrastato e difficile per infelici esperienze con insegnanti sbagliati e fuori dal tempo, per fortuna dopo è venuto Franco D'Andrea che così ci ha fatto un altro regalo):



A questo punto, Vi posso augurare solo di aver aggiornato le vostre agendine e di tenerle sottomano per tutto il tempo necessario perché abbiate l'occasione di ascoltare dal vivo questi musicisti. Ci vorrà pazienza e prontezza nel cogliere qualche rara occasione, ma vi assicuro che difficilmente ve ne pentirete.

 

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