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Nel segno della contaminazione l’International Jazz day 2017 in Liguria

Scritto da Andrea Baroni on . Postato in Recensione concerti

Celebrazioni itineranti per l’International jazz day 2017 in Liguria, con un prologo dedicato alla presentazione del libro di Stefano Zenni “Che razza di musica” (Edt/Risonanze), presso la Biblioteca Berio di Genova, un concerto di valenti esponenti del jazz italiano, ribattezzatosi con qualche ironica allusione “The quintet”, tenuto a Chiavari, nella bella sala del Teatro Cantero.


Celebrazioni itineranti per l’International jazz day 2017 in Liguria, con un prologo dedicato alla presentazione del libro di Stefano Zenni “Che razza di musica” (Edt/Risonanze), presso la Biblioteca Berio di Genova, un concerto di valenti esponenti del jazz italiano, ribattezzatosi con qualche ironica allusione “The quintet”, tenuto a Chiavari, nella bella sala del Teatro Cantero, venerdì 28, e la giornata clou di domenica 30 con tante piccoli esibizioni culminate nel concerto serale di Javier Girotto e Bebo Ferra all’Auditorium del Teatro Carlo Felice.
Del libro di Zenni e della sua teoria della nautralità dell’ appartenenza razziale sullo stile musicale, portata alle estreme conseguenze di negare il concetto di razza, si è già discusso molto in varie sedi. Legittime tutte le opinioni al riguardo, c’è solo da segnalare, sulla sponda degli scettici, un intervento del critico genovese Giorgio Lombardi il quale, al termine delle estese e dotte dimostrazioni di Zenni dell’assunto alla base del libro, sosteneva, per contro, come sia stato dimostrato che le cantanti nere hanno un registro grave più sviluppato delle colleghe bianche.
Il pianoforte di Riccardo Zegna che ha punteggiato con celebri pezzi “neri a metà” la conferenza, ha messo d’accordo tutti, tacitando i possibili sviluppi della polemica. Del concerto chiavarese va innanzi tutto sottolineato come si tratti di una delle prime e più significative imprese del neonato Jazz Club Chiavari, associazione nata su iniziativa del music manager Rosario Moreno, e sostenuta da una amministrazione comunale particolarmente sollecita, che già aveva prodotto diverse edizioni del mini festival estivo Jazz On Air.
Il quintetto ascoltato al Cantero, con Flavio Boltro alla tromba, Emanuele Cisi al sassofono, Eric Legnini al pianoforte, Alessandro Rolff al contrabbasso ed Adam Pache alla batteria, ha offerto una soddisfacente performance, incentrata per lo più sulle ballads ed i temi medio lenti, concedendo solo all’inizio spazio al ritmo ed alla velocità, con il bel tema swingante di Rolff “Intercity” e l’encore di “Rhythm a Ning” di Monk.
Se di Boltro di conoscono l’agilità e la capacità narrativa dei solo, Cisi si è distinto per l’afflato lirico e la concentrazione nelle parti più intime, come nello standard “I Should Care”, mentre il pianoforte di Legnini si è rivelato fonte di mille suggestioni, sia in fase di accompagnamento che nelle sortite soliste, in particolare molto bella quella a ritmo sostenuto nel bis. Suo, inoltre, l’accattivante tema di “Night Birds” imbastita su un gioco di rimandi fra pianoforte e basso e quindi sviluppata per una corale improvvisazione.
Impeccabile il lavoro della ritmica, con Rolff e Pache a maneggiare con destrezza tutto il materiale in scaletta. Un po’ di mestiere fra le pieghe della musica, ma anche tanto entusiasmo e voglia di celebrare tutti insieme il jazz. La giornata genovese si è aperta con le numerose esibizioni dei gruppi conferiti “in dote” dai jazz club cittadini, il veterano Lousiana, Gezmataz, Count Basie, Top 1 Communication e la neonata Improland, che hanno allestito il cartellone in collaborazione con Ellington Club e Jazz Lighthouse.
Da segnalare i due trii basati su strumenti a corda, quello del bravissimo Luca Falomi, con Cervetto e Barbera a batteria e basso,orientato a sonorità world, e quello di Alessandro Florio, che è jazzista già di carriera avviata, con Fiore e Laureataci, nonché la proposta mainstream sempre condotta con piglio sicuro dal trombettista Felice Reggio.
Il concerto serale all’Auditorium del Teatro Carlo Felice sembrava ideato in adesione all’idea che il jazz oggi non è un linguaggio, ma un universo di culture nel quale confluiscono apporti di svariate origini, sui quali sviluppare creatività ed improvvisazione. Il duo di Javier Girotto e Bebo Ferra ha presentato un repertorio in parte attinto al disco del 2011 “Kaleidoscopic Arabesque”, (“Paoletta”, “Fernando”) in parte derivante da altri progetti per il cinema o letterari (“Luna di mezzogiorno”, “Il problema”), interamente composto dal chitarrista sardo nella sua tipica vena evocativa e melodica, ove trovano posto suggestioni folk e spunti ritmico armonici più articolati.
Girotto ha modellato, con il sax soprano, una veste dalle forti tinte per le composizioni di Ferra, spesso operando al servizio della struttura dei brani, e ritagliandosi spazi solisti nei quali la capacità tecnica ed il virtuosismo sono sempre al servizio dell’emozione da trasmettere. In alcuni brani il sax è stato sostituito da strumenti tradizionali andini, fra i quali il Mexegno, una sorta di flauto traverso di grande dimensione, con un suono caldo e profondo, costruito per Girotto da un indigeno della provincia di Salta sulle Ande del Nord Argentina. Ha raccontato il musicista che in cambio dello strumento, l’indigeno non richiese denaro, ma un’impegno: seppellire del cibo per compensare la terra del sacrificio dovuto al taglio della canna necessaria per costruire il flauto.

 

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