Stampa

Primo d’Aprile: anche Brescia ha la sua notte del jazz

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Stavamo ancora smaltendo i postumi della grande abbuffata di Bergamo Jazz, che i riflettori si sono accesi su Brescia e sulla prima volta della sua grande notte del jazz. E l’aggettivo “grande” è più che meritato per un evento completamente “sold out”, con tanto di liste d’attesa, che per 14 ore filate ha riempito tutti gli spazi del Teatro Grande cittadino, per la direzione artistica del jazzista bresciano Emanuele Maniscalco.


La grande notte del jazzStavamo ancora smaltendo i postumi della grande abbuffata di Bergamo Jazz, che i riflettori si sono accesi su Brescia e sulla prima volta della sua grande notte del jazz. E l’aggettivo “grande” è più che meritato per un evento completamente “sold out”, con tanto di liste d’attesa, che per 14 ore filate ha riempito tutti gli spazi del Teatro Grande cittadino.
Dieci concerti serali più una proposta specifica per riempire gli intervalli, un laboratorio mattutino per i bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni, una masterclass per strumentisti esperti ed una conversazione pomeridiana sulla musica e su Alan Lomax: questo lo spiegamento di forze messo in campo dalla Fondazione del Teatro Grande di Brescia con il contributo del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, della Provincia di Brescia e della Fondazione Cariplo, per la direzione artistica del jazzista bresciano Emanuele Maniscalco.
Il programma serale risultava particolarmente articolato, con tre tipologie di abbonamenti/percorsi che includevano ciascuna tre concerti diversi (per un totale di nove proposte artistiche molto variegate, peraltro associate tra loro con mirabile competenza), nonché la “grand opening” del nuovo trio di Pietro Tonolo e gli intervalli dello sperimentatore newyorkese RJ Miller per tutti, nella Sala Grande del teatro. Uno spaccato del jazz italiano e non solo (in cartellone anche giovani provenienti dalla penisola scandinava e la pianista slovena Kaja Draksler, degna di attenzione), con i diversi percorsi che a rotazione hanno tutti toccato i diversi spazi collaterali del teatro, in modo che il pubblico, qualsiasi fosse la sua scelta, potesse ammirarne in ogni caso la suggestività; in particolare quella dell’allestimento Borsoni, ricavato direttamente sul palcoscenico principale con il magnifico scenario della sala debolmente illuminata alle spalle dei musicisti, o quella del Salone delle Scenografie all’ultimo piano, con tanto di travi a vista e palco per i gruppi più numerosi che si sono esibiti. A conti fatti, un ottimo esempio di musica di qualità e di proposta artistica non convenzionale, che senza concedere troppo alla tradizione non l’ha comunque trascurata, ed un’esperienza resa possibile solo da un’organizzazione logistica davvero eccellente, maniacale in ogni dettaglio, che ha prodotto un risultato di gran lunga superiore alle aspettative.
Anche noi abbiamo dovuto operare delle scelte, perché sarebbe stato impossibile, in tale complessità programmatica, consentire anche solo agli operatori di attraversare i percorsi predefiniti senza creare squilibri di affluenza, con potenziali conseguenze anche sulla sicurezza degli spettatori. Abbiamo quindi ascoltato il concerto di apertura e poi ci siamo addentrati nel percorso “Ground”, per assistere alle esibizioni di seguito descritte, assaggiando negli intervalli la non irresistibile colonna sonora delle composizioni di RJ Miller, che sarà anche un raffinato sperimentatore, ma dal palchetto più centrale del teatro ha diffuso nella sala un’ambientazione fatta di musica per batteria e campionamenti buona più per un videogame di nuova generazione o per una rilassante seduta di massaggi, piuttosto che per una sala da concerto.
Pietro Tonolo ha stupito per la varietà timbrica e stilistica della proposta del suo nuovo trio, dialogando per mezzo dei suoi sassofoni con l’imprescindibile chitarra di Giancarlo Bianchetti, entrambi appoggiati sul drumming ben bilanciato e scevro da sovrabbondanze di Marco Frattini. In scaletta soffici ballate per sax tenore (l’originale “Onirico”), riff di chitarra acida, interventi al soprano lirici ma affilati, un omaggio a Monk di sapore medievale per chitarra e flauto, l’ellingtoniana “Oclupaca” intrisa di blues e sinuosi arabeschi orientali (con Tonolo che utilizza tutte le tecniche per flauto, canoniche o meno) e slanci progressive. Meritevole di una particolare menzione il brano originale “Flutax”, che porta il nome di uno strumento a fiato ideato dallo stesso Tonolo, simile ad un sax soprano ma dal timbro più scuro.
Niente di nuovo sul fronte di Fausto Beccalossi, che in compagnia solo della sua fisarmonica e della sua voce, usata spesso per raddoppiare il tema ed aumentare la potenza espressiva, ha coinvolto nel suo climax mediterraneo dal tratto un po’ malinconico il Ridotto del Teatro Grande, ricorrendo per l’occasione più allo swing che al tango. Sempre affascinanti, in ogni caso, la struggente melodia di “Marco”, con sviluppi da pelle d’oca, e la fusione tra “Blue Moon” e “Nuovo Cinema Paradiso”, in alternanza tra tempi lenti e veloci, tra concessioni al virtuosismo e riflessioni soffuse, tra momenti in pianissimo e tensioni vocali urlate.
Il progetto dedicato ad Alan Lomax dal Leaping Fish Trio di Paolo Botti, Enrico Terragnoli e Zeno De Rossi, che per l’occasione si fa quartetto con l’aggiunta del pianoforte di Fabrizio Puglisi, è un tuffo nel passato che non può non soddisfare tutti, anche quelli che pensano di poterne fare a meno e guardare solo avanti. Sono in quattro, anzi, in tre più l’ospite, che sembra a tratti un po’ avulso dal contesto, ma la varietà timbrica apportata dalla diversa strumentazione utilizzata e l’approccio a 360 gradi dei musicisti li fa sembrare un’orchestra intera, con gran dispiego di ritmi e colori. E’ la magia che deriva dalla caleidoscopica e continua mutazione di organico (dal solo al duo, dal trio al quartetto) e di strumentazione (dobro/banjo, viola/chitarra), nonché dall’utilizzo di timbri (banjo tenore, salterio, podofono) e di approcci non convenzionali (percussioni a mani nude, utilizzo diretto della cordiera del pianoforte e di oggetti appoggiati sulla stessa per alterare il suono). E dal flusso musicale che compenetra i generi, con Muddy Waters che si polverizza in una melodia irlandese, con il merengue che lascia spazio alla Sicilia ed alle Solfatare interpretate da viola e piano, da cui riemerge Jelly Roll Morton, ricordato ancora da Puglisi e dal banjo tenore di Botti. E poi ancora gli Appalachi in trio pianoless, il salterio suonato con l’archetto della viola, il valzer per quest’ultima in duo con la melodica, il blues (“See See Rider”) introdotto in solo da un Terragnoli acustico, ed il calypso che chiude le danze. Come sarebbe piaciuto a Lomax. E come è piaciuto a noi.
Come diceva un noto cantautore italiano che poco ha a che fare con queste meraviglie, “…E’ notte alta e sono sveglio ….”, per ascoltare il violino di Eloisa Manera ed il suo ensemble (composto da Gianluca Barbaro ai flauti dolci ed EWI, Piero Bittolo Bon ai sassofoni e al clarinetto, Andrea Baronchelli al trombone, Pasquale Mirra al vibrafono, Marco Rottoli al contrabbasso e Ferdinando Faraò alla batteria). Le “Invisible Cities” di Calvino nell’omonimo CD di recente pubblicazione sono rappresentate “per tipologia di città”, in un’alternanza di composizioni per duo e per settetto, ma per l’occasione il gruppo trascura i duetti e propone solo brani collettivi. E proprio qui sta la forza del progetto, nella compattezza dell’insieme da cui emergono tuttavia squisiti interventi solistici, dalla forza delle armonie e delle melodie, dai continui cambiamenti di climax che ben identificano la calviniana crescita e trasformazione delle città. C’è swing, c’è Broadway, c’è il jazz moderno e rinnovato dalla tradizione, ci sono momenti liberi e informali quando altrove c’è forte strutturazione, c’è il funky, c’è il “jungle” di Ellington (in un superbo momento a due per batteria ed EWI). Le città della memoria si trasformano con un canto gregoriano che evolve fino al blues, quelle sottili crescono in dinamica da un tema soffice per la delicata voce del flauto fino a scansioni rock con il violino in prima linea, e quelle dei morti, che poi così cupe non sono, trovano la loro identità nel suono scuro (lugubre) del contrabbasso, dopo che la leader e Mirra hanno acceso la luce con i loro preziosi momenti strumentali. Bisogna elogiare tutti i musicisti, la Manera per la capacità di mantenere il controllo su artisti di tale spessore, che tutto amano fare fuorché farsi controllare; Barbaro per aver conferito dignità alla voce dei flauti dolci, il cui uso non è certo così diffuso, e per suonarli con tanta competenza; la ritmica per l’assoluta coerenza con il contesto e la capacità di scegliere sempre la soluzione più adeguata; Mirra per l’insostituibile apporto armonico prima ancora che solistico. E, scusate se mi schiero, un elogio particolare va alla maestria di Piero Bittolo Bon ed alla potente eleganza della sua voce strumentale, ed al giovane talento di Andrea Baronchelli, che ha saputo creare fondali sabbiosi e mobili per tutto il concerto, senza che i suoi colleghi corressero mai il rischio di sprofondarvi.
Serata da leccarsi i baffi, specie di questi tempi. Uscendo sono passato per il botteghino, chissà che fossero già in vendita i biglietti per la prossima edizione …; era chiuso, ma sono certo che era solo per l’ora tarda.

 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna