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Bergamo Jazz 2017: tempo di consuntivi (prima parte)

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Si è chiusa da qualche giorno l’edizione 2017 di Bergamo Jazz, che va in archivio registrando un notevole afflusso di pubblico, tale da dover impedire l’ingresso agli spettatori accorsi nelle locazioni più prestigiose ma ad accesso limitato, un numero davvero importante di eventi e di artisti intervenuti, nonché un livello qualitativo globalmente elevato, a prescindere da qualche immancabile momento non esaltante.


Dave DouglasSi è chiusa da qualche giorno l’edizione 2017 di Bergamo Jazz, che va in archivio registrando un notevole afflusso di pubblico, tale da dover impedire l’ingresso agli spettatori accorsi nelle locazioni più prestigiose ma ad accesso limitato, un numero davvero importante di eventi (oltre 30) e di artisti intervenuti (un centinaio), nonché un livello qualitativo globalmente elevato, a prescindere da qualche immancabile momento non esaltante.
Dave Douglas, al suo secondo anno di Direzione Artistica, si è confermato personaggio istrionico, presente a tutti gli eventi e anche nei backstage, perfettamente integrato e a suo agio in un contesto sempre più esteso; finalmente la città (sia Alta che Bassa) è coinvolta in una manifestazione a tutto tondo, con un programma strutturato ed articolato che va ben oltre quello che, sino a qualche anno fa, prevedeva semplicemente tre o quattro serate al Teatro Donizetti. Il Teatro, scenario degli eventi principali, verrà a mancare per almeno un paio d’anni per lavori di restauro ormai improcrastinabili, e sarà bene pensare da subito ad una sistemazione adeguata per il festival 2018, ma intanto si sono concretizzate collaborazioni che hanno reso disponibili palcoscenici particolarmente suggestivi, come la Biblioteca Angelo Mai e l’Accademia Carrara, anche se non certo adatti per le grandi capienze. Douglas ha operato scelte poco rischiose ma mai troppo scontate, al punto che ogni tanto si è persino sentita la necessità di ascoltare un po’ di jazz “tradizionale”.
In questo momento di consuntivi, merita una particolare menzione tutto lo staff organizzativo, davvero efficace nel risolvere le inevitabili piccole criticità che nascono sul campo durante eventi di questa portata. Un plauso particolare va poi a Tino Tracanna, Direttore Artistico di “Scintille di Jazz”, imprescindibile rassegna nella rassegna che ha dato adeguato spazio al giovane jazz del territorio, raccogliendo un ottimo successo, per quanto qualche location non si sia rilevata all’altezza della situazione.
Si comincia domenica 19 marzo con l’evento che chiude Bergamo Film Meeting e al contempo apre Bergamo Jazz, come è ormai tradizione, all’Auditorium di Piazza della Libertà; dopo la proiezione del film di Seth Holt Nowhere To Go (1958), con la colonna sonora di Dizzy Reece, va in scena Paris Qui Dort di René Clair (“Parigi che dorme”, film muto francese del 1923), per una sonorizzazione davvero ben riuscita del trio Drops. La storia è surreale, tra il fantascientifico di quegli anni e la commedia comica; DJ Bonnot, con i suoi suoni elettronici, guida le danze senza invadere però il campo, e lascia ampio spazio al soprano di Tino Tracanna ed alla magnetica chitarra di Roberto Cecchetto. Terminata la proiezione, il trio si fa quintetto, con l’aggiunta dell’ottimo trombonista Andrea Baronchelli e della cantante Awa Fall, dalla voce calda ed apprezzabile sia nel registro alto che in quello basso, ad accompagnare un “live painting” dell’artista spagnolo Zësar Bahamonte. Il quintetto recupera parte della sonorizzazione appena conclusa e vi aggiunge altro, tra cui due ballate datate di Tino Tracanna (“292”, che nella parte centrale si risolve in un DJ set comunque non eccessivo e molto godibile, ed “Eterninna”, in trio per sax tenore, chitarra e voce, quest’ultima però per quanto piacevole poco coerente con il contesto dell’azione pittorica). Ecco, a voler trovare qualche pecca, la performance musicale e quella di Bahamonte non sono perfettamente sincronizzate, e la scelta della forma canzone, cui sarebbe stato preferibile un uso strumentale della voce, non è sembrata la più idonea.
Si riprende mercoledì 22 con l’inaugurazione al Ridotto Gavazzeni della mostra fotografica curata da Luciano Rossetti “Il jazz di Riccardo Schwamenthal. Tra composizione e improvvisazione”, sentito omaggio della città di Bergamo ad un grande appassionato di jazz da poco scomparso, seguita dalla proiezione serale del film-documentario Enrico Rava. Note Necessarie, per la regia di Monica Affatato, squisito per l’approccio non auto-referenziale di cui spesso soffrono pellicole di questo tipo, e per la presenza di immagini di repertorio davvero significative.
Si entra tuttavia nel vivo del festival solo il giorno successivo, scenario la suggestiva Città Alta, dopo che la mattina, all’Auditorium di Piazza della Libertà, hanno preso il via gli incontri didattici con le scuole a cura di CDPM Europe, che si ripeteranno fino al sabato, impreziositi dagli interventi musicali della CDPM Europe Big Band e dalla presenza del musicologo Maurizio Franco (tema centrale l’arte di Duke Ellington). Partenza con la prima delle “Scintille”, Tri(o)ttico (Federico Calcagno ai clarinetti, Davide Sartori alla chitarra e Victoria Kirilova al contrabbasso), che al Caffè della Funicolare propone una miscela di standard rivisitati e brani originali dai colori cameristici, come intuibile dall’organico e dal frequente uso dell’archetto sul contrabbasso. Dal solco della tradizione mainstream emergono Mingus e Konitz, una versione di “A foggy day” confezionata ad hoc per l’approccio chitarristico di Sartori, nonchè la competenza di Calcagno, specie al clarinetto basso. Quattro gocce di pioggia bastano per trasformare in un’occasione perduta l’esibizione della Maxentia Brass Band, che arriva quando ormai tutti sono a cena per poi raggiungere in tempo il Teatro Sociale, dove prende vita una delle serate più riuscite del festival. L’OriOn triO del batterista afro-americano Rudy Royston si propone come un “supertrio” paritetico, la cui direzione musicale circola liberamente tra il leader (dall’approccio creativo e cangiante, spesso irregolare, mai eccessivo e perfettamente riconoscibile), il sassofonista Jon Irabagon (voce bruciante al tenore, un po’ sottile e sfuocato al soprano, spesso protagonista) ed il formidabile contrabbassista Yasushi Nakamura (capace di invenzioni davvero personali e straripante quando viene lasciato in completa solitudine). E’ musica asciutta e scarnificata, dalla cifra stilistica personalissima anche quando propone un blues che più blues non si può, e che solo quando vira su terreni più consueti si appoggia su una scansione ritmica ben definita. Qualcuno in sala li trova difficili, ma a voler per forza trovare qualcosa che non funziona è che qualche tema pare invece sin troppo melodico, quasi ammiccante al pubblico meno preparato. Che trova grande liberazione nella proposta del Tinissima Quartet di Francesco Bearzatti (con Giovanni Falzone alla tromba, Danilo Gallo al basso elettrico e Zeno de Rossi alla batteria), la cui suite “This Machine Kills Fascists”, scritta ispirandosi a Woody Guthrie, inventore della “protest song” americana, viene eseguita senza soluzione di continuità. Il jazz tradizionalmente noto sta a questa suite come i famosi cavoli alla merenda, ma alla fine non importa a nessuno, perché la musica è divertente, espressiva ed immediatamente fruibile. Si ascoltano rock, folk, reminiscenze di Messico e di Oriente, ma con i suoni ed i colori del jazz, che esplodono nel bis, unico pezzo scritto dall’omaggiato ma che presto si trasforma in un acceso dixieland, con il pubblico che canta il ritornello e Bearzatti e Falzone a passeggiare per la sala. La formula vincente? Grandi spazi aperti per i solisti, un interplay consolidato da dieci anni di vita del gruppo, i vividi contrasti sia nel suono che nella presenza scenica (si consideri per esempio quanto sono diametralmente opposte la gestualità di Falzone e la compostezza di De Rossi). Il pubblico è davvero in tripudio, perché “se non sai cos’è, allora è jazz !!!”. L’ora tarda non aiuta, ma la seconda “Scintilla” del contrabbassista Roberto Frassini Moneta al Tucans Pub (in un quartetto completato dalla tromba di Gabriele Mitelli, dal clarinetto di Francesco Ganassin e dalla batteria di Nelide Bandello), smentisce tutti quelli che sono convinti che i musicisti giovani hanno poche idee. Un progetto creativo costruito intorno al silenzio, che è un “entità” che esiste in quanto è questa a creare poi per contrasto il suono ed aprire lo spazio a quest’ultimo. Molto John Cage, molto ‘Round Midnight (persino adatto alla location, che è un pub dalla buona acustica), tanta sperimentazione, mai banale. Tutti bravi i musicisti, specie il leader per la grande apertura al dialogo con i suoi sodali e Bandello nel togliere sicuri e facili ancoraggi. Anche in questo caso devo impegnarmi per trovare un elemento negativo: a tratti è un po’ troppo soffuso.
Il venerdì prende il via con la performance in solo di Evan Parker al sax soprano, nella sala lettura della Biblioteca Angelo Mai di Piazza Vecchia, ambiente ristretto ma dal grande fascino. E’ uno dei momenti più elevati ed intensi della rassegna; trentacinque minuti di improvvisazione radicale con l’ausilio della respirazione circolare, interrotti solo dopo due terzi della durata da una piccola concessione alla melodia (“The Dumps” di Steve Lacy, ad anticipare la successiva presentazione di Francesco Martinelli, che lo ha tradotto in italiano, del libro di Jason Weiss su questo poliedrico artista, “Conversazioni con Steve Lacy”). La magia della performance sta nella produzione di polifonie multiformi, spesso completamente indipendenti tra loro, generate dagli inneschi armonici dello stesso sax soprano; tutti si chiedono come è possibile, e certamente occorrono studi teorici molto approfonditi per arrivare a tanto, ma è questa una delle più grandi lezioni di Lacy: sono suoni che generano altri suoni contemporaneamente, tanto che le numerose persone rimaste all’esterno della sala ormai gremita raccontano di aver sentito suonare un organo… Aggiungeteci il lavoro di Parker sulle variazioni micro-tonali ed ecco che sentirete dipanarsi un’onda, srotolarsi una matassa, scorrere un fiume in piena di suoni e timbri. Non è bello, è Evan Parker !!!
Segue una presentazione concisa del libro ad opera, appunto, del suo traduttore, che in un ammirevole sforzo di sintesi e con estrema semplicità ci racconta la figura di Lacy, le sue diverse prospettive artistiche (quella europea, quella americana, quella compositiva), il suo amore per il testo e la poesia, la sua curiosità per tutte le forme d’arte, la sua intellettualità a 360 gradi. Il libro è composto da 35 interviste che attraversano il Novecento ed il percorso intellettuale di Lacy, ed è interessante notare come le risposte alle stesse domande si modifichino nel tempo, così come la direzione musicale presa dell’artista, che per quanto libera deve approdare sempre a lidi diversi, per evitare di trasformarsi a sua volta in routine; nell’edizione italiana è stato aggiunto un po’ di materiale tra cui due interviste, appunto, effettuate nel nostro paese. Conclude il pomeriggio un gustoso siparietto a tre con Martinelli, Douglas e Parker, che rivivono momenti del loro rapporto artistico con Lacy e disquisiscono sulla sua necessità di libertà espressiva e sui suoi insegnamenti, che hanno ispirato e stimolato Parker ad approfondire lo studio dello strumento e delle tecniche compositive, fornendo anche alcuni dettagli relativi al lavoro sui semitoni usato nell’improvvisazione appena conclusa e sui metodi di limitazione “casuale” (quasi per sorteggio) della gamma armonica utilizzata per comporre.
La prima delle tre serate al Teatro Donizetti è riservata a due proposte di grande richiamo. Apre Bill Frisell, con un concerto che riflette il mood dell’ultimo periodo di questa icona della sei corde, ed è un raffinato viaggio nella musica del ‘900 americano, che passa per il country, la canzone, la musica psichedelica e quella per immagini, Dylan, Bacharach, e naturalmente ma non soprattutto il jazz, in quanto elemento imprescindibile della storia degli States (si ascoltano “Lush Life”, “Oleo”, “Misterioso”). Chitarra ovviamente centralissima, con Kenny Wollesen compagno di viaggio ideale, molto flessibile e sempre al servizio del dialogo artistico. Lavoro eccellente per quanto a basso rischio e dal risultato un po’ troppo “soft”, almeno per chi scrive: un paio di scatti in avanti con spunti chitarristici notevoli (uno su terreni allucinati che ricordano la musica dei Pink Floyd, l’altro di matrice blues in “Misterioso”), ma tra un ruggito e l’altro, si sa, il leone talvolta nella savana sbadiglia.
Poco stimolante poi l’attesa esibizione di Regina Carter (una delle più belle voci del violino jazz, in quartetto con il chitarrista Marvin Sewell, il bassista Reggie Washington e il batterista Alvester Garnett), che peraltro rappresenta solo alla lontana l’universo musicale dell’omaggiata Ella Fitzgerald; un’apertura folk completamente estranea al contesto, una sequenza di brani di facile presa, peraltro dal percorso poco coerente, l’utilizzo del blues più come palestra per solisti che per reale esigenza espressiva, per un risultato molto melodico e professionale ma dalle scarse vibrazioni emotive. Meritano una lode Marvin Sewell, all’apparenza co-leader del gruppo, per qualche buon arrangiamento, ed il sempre impeccabile sound della Carter, ma onestamente è troppo poco per chi non riesce più ad emozionarsi con le note dei Santi che marciano…
Chiude la serata la terza “Scintilla” della rassegna, quella del chitarrista bergamasco Tommaso Lando e del suo trio, che vede impegnati Marco Rottoli al contrabbasso e Federico Donati alla batteria e che si esibisce proprio di fronte al Teatro, all’interno del Balzer. Proposta di sicuro interesse per un classico “guitar trio”, dal suono elegante e pulitissimo, troppo disturbato però da una location estremamente dispersiva e rumorosa, ed alla presenza di un pubblico ormai troppo stanco per mantenere viva l’attenzione necessaria per un ascolto approfondito. (continua)

 

Commenti   

#2 Ernesto TDJ 2017-04-07 16:30
Rod, posso darti una risposta ufficiosa, non ufficiale, perché non sono parte del Direttivo di BG JAZZ

L'anno prossimo, a meno di colpi di scena clamorosi e sempre con beneficio di inventario, sarà l'ultimo anno di Direzione Artistica di Dave Douglas, in quanto l'incarico è triennale come per i precedenti direttori

Che poi l'incarico venga prolungato o meno per ora non è dato sapere

Credo che l'esperienza di Douglas sia molto positiva per BG JAZZ, in quanto lui garantisce una partecipazione assidua durante tutto il festival e si è fortemente impegnato in termini di presenza e di coinvolgimento del territorio, così come ha dimostrato di apprezzare e sostenere i giovani jazzisti locali (vedi rassegna "Scintille di Jazz" per quanto nei fatti organizzata e gestita da Tino Tracanna, ma sotto la sua supervisione)

Non ci resta che aspettare conferme ufficiali

Grazie per la domanda
Ernesto Scurati
Tracce di Jazz
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#1 Rod 2017-04-06 14:32
una domanda: anche l'anno prossimo Dave Douglas come Direttore?
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