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Fabrizio Bosso & Blue Moka: i mille colori del jazz

Scritto da Francesca Bonacini on . Postato in Recensione concerti

Quando ti ritrovi ad ascoltare un ensemble di musicisti del calibro di Fabrizio Bosso e dei Blue Moka devi essere pronto a sgomberare la mente per farti guidare solo e soltanto dalla musica in un viaggio spettacolare e inebriante! A me è accaduto tutto questo il 03 marzo 2017 in occasione del “Guastalla Jazz”, il primo festival di musica jazz organizzato nel teatro comunale Ruggero Ruggeri.


Fabrizio BossoMetti una sera in concerto… Fabrizio Bosso e i Blue Moka.
Istruzioni per l’uso:
- Prepararsi ad entrare in una dimensione parallela.
- Abbandonare testa e cuore al loro inconfondibile ritmo e alle loro uniche sonorità che ti faranno viaggiare attraverso mondi ancora inesplorati.
- Rimanere estasiati.
E’ proprio questo che ti succede quando ti ritrovi ad ascoltare un ensemble di musicisti del calibro di Fabrizio Bosso e dei Blue Moka… devi essere pronto a sgomberare la mente per farti guidare solo e soltanto dalla musica in un viaggio spettacolare e inebriante!
A me è accaduto tutto questo il 03 marzo 2017 in occasione del “Guastalla Jazz”, il primo festival di musica jazz organizzato nel teatro comunale Ruggero Ruggeri di Guastalla.
La prima ad incantarti è sempre lei e non potrebbe essere altrimenti: la tromba vulcanica di Fabrizio Bosso, proprio lui, una leggenda internazionale che riesce a stupirti ogni volta che lo ascolti, alla continua ricerca di nuove e inaspettate sonorità, con quel tocco sempre nuovo, fatto di eleganza e raffinatezza, di energia e passione, con quella magia che solo lui riesce a creare e con quel mix esplosivo di tecnica vorticosa ed emozione allo stato puro.
E al genio di Fabrizio Bosso si unisce uno strepitoso quartetto composto dall’hammond di Alberto Gurrisi, dal sax di Emiliano Vernizzi, dalla chitarra di Michele Bianchi e dalla batteria di Michele Morari, che shakerando sapientemente hard-bop newyorkese, r&b, jazz anni ’60 e nu-jazz ti travolgono con sonorità frizzanti e affascinanti: e tra le rivisitazioni e gli inaspettati arrangiamenti di brani come l’incantevole “Love is a losing game” di Amy Winehouse ti ritrovi catapultato nel loro universo più personale e privato grazie a melodie scritte di loro pugno, come “I felt this for you”, bellissima e particolarissima, veramente da brividi…
Originalità: credo sia questa la parola che più si addice a descrivere al meglio questo quintetto d’eccezione. Originalità di scrittura e originalità interpretativa.
E poi forza, energia e intensità: quella stessa forza, energia e intensità che Jackson Pollock, nella sua continua ricerca di libertà espressiva, al di là di ogni limite e di ogni regola, dipingeva. No, non sono impazzita passando dal Jazz alla pittura!
Ascoltando l’arte mi vengono in mente altre forme di arte… ed ecco che l’esibizione di Bosso con i Blue Moka mi ha fatto pensare a Pollock, lui che ha dipinto i suoi famosi drippings ascoltando musica Jazz e ha riempito le sue tele non più di identità e di soggetti definiti, ma di sensazioni, emozioni e movimento, semplicemente improvvisando. La musica si trasforma in gocce di colore, il suono diventa materia.
“…La mia pittura non nasce sul cavalletto. Non tendo praticamente mai la tela prima di dipingerla. Preferisco fissarla non tesa al muro o per terra. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro, perché, in questo modo, posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, ed essere letteralmente nel quadro…”. Proprio come i grandi jazzisti che ho potuto ammirare … sono letteralmente dentro la musica, camminano dentro la musica, la vivono e la creano con tecnica, emozione ed improvvisazione.
E poi ho pensato ad un libro, “Jazz”, «il più ammirevole e memorabile libro d’artista che mai sia stato creato” scritto da Henri Matisse e pubblicato nel 1947. Si tratta di una sorta di collage di immagini e testi, creato secondo quel principio di improvvisazione tanto caro alla musica Jazz. Tavole con rappresentazione di circo, danza, viaggio e teatro, oltre a frasi e pensieri, nulla di direttamente riferibile al Jazz ma tutto riferibile al Jazz per il ritmo sincopato e imprevisto sotteso al modo di creare e assemblare immagini stilizzate e testo, con parole definite proprio da Matisse come “sfondo sonoro”.
E ora non rimane altro da fare che attendere l’uscita del disco per assaporare ancora una volta i mille colori del jazz targato Fabrizio Bosso e Blue Moka e per farsi catturare dai loro guizzi travolgenti, che lasciano il pubblico senza fiato: perché tu che li ascolti non sei semplicemente spettatore, no; sei lì con loro, su quel palco, un tutt’uno con la musica.
"Ci sono cose meravigliose nel vero jazz, il talento per l'improvvisazione, la vivacità, l'essere un tutt'uno con il pubblico." Cit. Henry Matisse . mai parole furono più calzanti!

 

Commenti   

#5 loris 2017-04-05 14:01
Si dovrebbe chiedere, a chi scrive recensioni, una dose minima di senso della misura e di sobrietà. Forse anche un minimo di prospettiva storica. Nella storia del jazz il termine genio si applica a pochi trombettisti. Inutile fare il gioco dei nomi, chi li conosce lo sa. Personalmente non userei i termini "leggenda" o "genio" per trombettisti attualmente in attività da molto più tempo di Bosso e assai più titolati per quanto strettamente riferibile al jazz.
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#4 LYM Andrea Gaggero 2017-04-05 11:01
Concordo in pieno con il Sig. Arienti. Nel mio riferimento al passaggio a miglior vita c'era anche molta ironia. Oltre al termine "leggenda" troviamo qui anche altri epiteti elogiativi fuori misura "...e al genio di Fabrizio Bosso si unisce...". Altro termine abusato che andrebbe usato con estrema parsimonia, almeno su un blog di questo tipo, onde evitare di avallarne ulteriormente lo svuotamento di valore e significato. Dispiace che la Sig.ra Francy Bolani possa usare l'abuso di elogio come giustificazione ..." se dicono che il tale (che evidentemente non lo è) è un genio perchè non posso dirlo del caro FB che è musicista sicuramente superiore?" Questo il suo ragionamento con il quale finisce per avallare l'assenza di giudizio critico oggi imperante sui media nazionali. L'appellativo di genio peraltro sarebbe davvero meglio lasciare che fossero il tempo lungo e la storia a decretarlo... Concordo anche sul Bosso prezzemolino. In una recente presentazion di un suo concerto il solerte presentatore ha sottolineato le collaborazioni di Bosso con Gualazzi e Cammariere (sic!). Provi ad ascoltare, con calma e serenità, il quintetto di Max Roach con Clifford Brown e magari Sonny Rollins, Lee Morgan con i Jazz Messengers di Art Blakey, Miles Davis in lungo e in largo. Forse così avrà una prospettiva storico-critica più ampia e forse un maggior senso delle proporzioni.
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#3 alberto arienti 2017-04-05 10:22
Personalmente sarei molto prudente sull'uso della parola leggenda, anche per musicisti con più fama internazionale. La parola rievoca qualcosa di misterioso e favoloso che pone l'artista gratificato a un livello superiore e mitico. Bosso è bravissimo e diventerà una stella internazionale, se vorrà impegnarsi, invece di fare il prezzemolino con ogni cantante pop che si vuole atteggiare a jazzista.
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#2 Francy Bonacini 2017-04-03 20:35
Gent.mo Andrea Gaggero, per prima cosa la ringrazio per aver letto la mia recensione e per averla commentata: ricevere un feedback e confrontarsi è sempre stimolante. Sinceramente non mi pare di essermi lasciata prendere la mano dall'entusiasmo . Ovviamente il gusto personale porta ad esprimere pensieri non condivisibili da tutti ma aver utilizzato il termine "leggenda" per definire Fabrizio Bosso non credo sia stato così "scandaloso": se guardiamo sul dizionario, tra i vari significati del termine compare anche "persona che per particolari doti è diventata famosa". Solo dopo il trapasso di un artista gli si può attribuire questo termine? Visti gli innumerevoli abusi di elogi che vengono profusi quotidianamente a favore di cantanti e musicisti che spesso non hanno né arte né parte, quando finalmente mi trovo davanti ad un talento riconosciuto a livello internazionale per tutto ciò che ha scritto, che ha suonato e per le persone con le quali ha collaborato , mi sembra il minimo sottolinearlo con parole che possano rendere immediatamente l'idea. Per quanto riguarda invece il controllo e la freddezza di cui parla, non vorrei che Lei confondesse la musica in sé e per sé con l'atteggiamento di Bosso sul palco: è un musicista sempre molto composto e compìto, mai sopra le righe, a volte quasi distaccato da tutto il resto, forse in questo senso può dirsi freddo e controllato, ma a me sembra solo il suo modo di stare sul palcoscenico: quello che esce dallo strumento è tutt'altro, nettamente in contrasto con le sue maniere contenute e riservate: oggettivamente non può arrivare freddezza dalla sua musica. Gli assoli mi hanno sempre stupito, non li ho mai trovati simili a se stessi, mai noiosi e mai banali, considerando oltretutto che ho assistito a tre concerti in date piuttosto ravvicinate, quindi il rischio di sentire le stesse curve dinamiche poteva essere in agguato, ma ciò non è accaduto: oltre alla tecnica ho sempre ammirato la capacità espressiva di Bosso, sempre alla ricerca di qualcosa che vada oltre ciò che si è già sentito
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#1 LYM Andrea Gaggero 2017-04-02 18:25
Gent.ma Francesca Bonacini

anche se la formazione e il gusto personale, in quanto tale non discutibile, sono fattori importanti mi pare qui che l'entusiasmo, (legittimo!) Le abbia un poco preso la mano spingendola ad affermazioni sicuramente eccessive. "La prima ad incantarti è sempre lei e non potrebbe essere altrimenti: la tromba vulcanica di Fabrizio Bosso, proprio lui, una leggenda internazionale che riesce a stupirti ogni volta che lo ascolti, alla continua ricerca di nuove e inaspettate sonorità, con quel tocco sempre nuovo, fatto di eleganza e raffinatezza, di energia e passione, con quella magia che solo lui riesce a creare e con quel mix esplosivo di tecnica vorticosa ed emozione allo stato puro.
E al genio di Fabrizio Bosso si unisce uno strepitoso quartett..." Che Fabrizio Bosso sia una leggenda internazionale. ..aspettiamo perlomeno che passi a miglior vita (il più tardi possibile ovviamente). Trovo invece nella sua musica, e oltre un talento ed una tecnica smisurati, un controllo ed una freddezza che lasciano interdetti. L'ho ascoltato in diverse occasioni e ogni volta ho avuto la conferma della prima impressione: tecnica superlativa, controllo del fraseggio sui sovracuti di rara precisione ed eleganza e pochissimo altro. Assoli consequenziali ma inesorabilmente costruiti tutti con la stessa curva dinamico "espressiva". Che Clifford Brown, Freddie Hubbard, Woody Shaw siano tra i suoi riferimenti non c'è nulla di male solo che il nostrano Bosso (come tanti altri qui da noi e pure oltreoceano) al quel modo di intendere il jazz è rimasto
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