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Roscoe Mitchell, o dell’intensità

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Un gennaio ad alto voltaggio, quello dell’Aperitivo di quest’anno. Al pubblico del Manzoni sono state proposte una dietro l’altra tre occasioni di ascolto di grande impegno: Wadada Leo Smith e Vijay Iyjer, l’Ensemble di Joseph Daley e, dulcis in fundo, il gruppo di Roscoe Mitchell. Ovviamente l’eccezionalita’ di questa tripletta ha assicurato sempre il sold out, data la caratura dei personaggi in campo.


Roscoe MitchellUn gennaio ad alto voltaggio, quello dell’Aperitivo di quest’anno. Al pubblico del Manzoni sono state proposte una dietro l’altra tre occasioni di ascolto di grande impegno: Wadada Leo Smith e Vijay Iyjer, l’Ensemble di Joseph Daley e, dulcis in fundo, il gruppo di Roscoe Mitchell. Ovviamente l’eccezionalita’ di questa tripletta - che non ha uguali nella recente programmazione italiana – ha assicurato sempre il sold out, data la caratura dei personaggi in campo.
Giunti in prossimità della data riservata a Mitchell e presa visione dei dettagli della formazione e del programma, credo che molti siano stati silenziosamente toccati dal mio stesso dubbio: Roscoe Mitchell plays John Coltrane? Innanzitutto, Mitchell non mi sembra uomo da celebrazioni, sia pur più che legittime come quella del cinquantenario della morte di Coltrane. In secondo luogo, l’estatico, magmatico flusso sonoro dell’ultimo Trane appare mille miglia lontano dall’universo rarefatto e sempre razionalmente dominato di Mitchell. Nell’attesa si insinuava quindi una sottile tensione per timore di esser delusi o da una dedica puramente estrinseca e di circostanza o da un’ennesimo stanco ‘tributo’, volto a mascherare un vuoto di creatività propria. Insomma, si poteva pure temere un Roscoe che per la prima volta avrebbe rinnegato il suo se stesso più autentico.
La struttura della formazione poteva richiamare un tratto di alcune di quelle dell’ultimo Coltrane: per esempio il raddoppio di alcune voci strumentali (i due bassi di Junius Paul e Silvia Bolognesi, per di più affiancati in registri contigui da altri due archi, il violino di Mazz Swift ed il violoncello di Tomeka Reid). Anche la solitudine del solista di fronte ad una sfidante ritmica ipertrofica risultava piuttosto evocativa.
E invece ancora una volta il Grande Vecchio di Chicago è riuscito a darci scacco: il concerto è iniziato con una “Countdown” spiazzante e quasi provocatoria nel suo appiattimento e dilatazione in una sorta di slow motion: la lontananza del Mitchell strumentista e solista dal modello di Coltrane non poteva esser più vistosamente esibita. Difficile anche ritrovare in Mitchell l’abbandono estatico e vitalistico di Trane: il chicagoano non rinuncia mai ad un lucido controllo intellettuale sulla sua musica.
Non per questo l’evocazione della figura di Coltrane è stata estrinseca o quasi opportunistica. A smentire questo sospetto sta l’inesausta e vibrante pulsazione del gruppo, squilibrato verso il registro basso dal suo vero architrave, il formidabile duo di contrabbassi Bolognesi/Paul: apriamo una piccola parentesi di compiaciuto campanilismo per notare la splendida prova della nostra bassista, che è riuscita a tener botta al suono ed al fraseggio poderosi di Junius Paul, intrecciando dei duetti in cui ciascuno dei due passava alternativamente dal pizzicato all’archetto per differenziarsi e nello stesso tempo completare il suono dell’altro. Si può solo rimpiangere che nel massiccio flusso di energia così scatenato, siano usciti un po' sacrificati i due archi più leggeri ed esili della Swift e dell’ottima Tomeka Reid (a buon diritto veterana dei concerti dell’Aperitivo e ben presente anche in altre scene della musica di ricerca italiana).
Nel suono così denso e compatto di un simile gruppo è apparsa formidabile la capacità del batterista Victor Davis di inserire il suo flessibile drumming in ogni possibile interstizio che si apriva: i risultati di una lunga militanza con Mitchell si sono visti in questo e nel momento dell’unico, parco assolo concessogli, in cui il progredire del discorso musicale ha continuato svilupparsi con immutata intensità e chiarezza, senza quella sensazione di pausa che talvolta accompagna gli interventi solistici dei batteristi.
E Roscoe? Si è stagliato su quest’onda di energia ora con concentrata laconicita’, ora con la tenace costruzione per accumulo dei suoi soli, sospinta dalla prodigiosa energia sprigionata dalla sua band. In entrambi i casi, nell’uno per contrasto, nel secondo per assimilazione, il risultato si può riassumere in una sola parola: intensità. Ed è proprio questa l’eredità di Coltrane che Mitchell ha voluto rivendicare e riproporci.
Sotto molti riguardi, questi non sono affatto tempi propizi a questa virtù, tutt’altro: ma il solo fatto che tutti siamo stati colti di sorpresa da quella che soggettivamente è sembrata la fine prematura di un concerto che sul quadrante dell’orologio breve non è stato, la dice lunga sull’arte dell’alchimista Mitchell, che sorprendentemente è stato capace di una presa sul pubblico più forte dei pur validi Wadada-Iyer e del set ‘a programma’ di Daley. E ciò in pur in presenza di un ascolto più impegnativo di quello richiesto dalle due occasioni precedenti.
A questo punto cosa augurare al sempre lucido e battagliero Roscoe (vedi la sua candida ironia sulle “accademie del jazz”, cfr. Musica Jazz di gennaio e febbraio, speriamo che il messaggio sia ricevuto anche alle nostre latitudini..)?
Mille altri incantesimi come questo, naturalmente.


 

Commenti   

#1 milton56 2017-02-07 14:48
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un’autorevole rettifica (Gianni Morelenbaum Gualberto, che ringraziamo):

“….In realtà, il primo brano era Countdown, costruito come Giant Steps, ma in origine una riarmonizzazion e di Tune Up di Eddie Cleanhead Vinson….”

Franco Riccardi
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