Stampa

Vijay Iyer e Wadada Leo Smith al Manzoni di Milano

Scritto da Baroni, Dall'Ava & Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Di fronte alla musica astratta di Vijay Iver e Wadada Leo Smith la concentrazione di ciascun ascoltatore può attribuire forme e significati diversi. Immaginare, ad esempio, che il concerto rappresenti una sorta di dialogo fra l’umano ed il trascendente, dove le grida strozzate, gli urli ed i sussurri della tromba, facciano da contraltare ad una voce spirituale “alta” nelle note del pianoforte e della sottile elettronica.


Vijay Iyer e Wadada Leo Smith Di fronte alla musica astratta di Vijay Iyer e Wadada Leo Smith, proposta al Tetro Manzoni di Milano domenica 15 gennaio, la concentrazione di ciascun ascoltatore può attribuire forme e significati diversi. Immaginare, ad esempio, che il concerto rappresenti una sorta di dialogo fra l’umano ed il trascendente, dove le grida strozzate, gli urli ed i sussurri della tromba di Smith facciano da contraltare ad una voce spirituale “alta”, che articola scie e spirali sonore nelle note del pianoforte e della sottile elettronica di Iyer.
Oppure intravvedere, condensato in un’ora e mezza, l’anelito individuale e sociale ad un’esistenza pacifica per l’uomo, sottolineata dallo speech finale di Wadada, incitazione ad usare la parola “amore” solo se e quando abbia un significato.
Sul piano più vicino alla cronaca, il concerto mattutino della sempre interessante rassegna Aperitivo in Concerto ha ricalcato il recente lavoro dei due, “A Cosmic Rhythm With Each Stroke” pubblicato di recente dalla ECM e prima prova in questo formato di due personalità che, nonostante il salto generazionale, hanno dato vita da anni, nell’ambito del Golden Quartet, ad un connubio artistico basato sulla consonanza del sentire.
Dal vivo la suite dedicata all’artista indiana Nasreen Mohamedi costituisce un flusso unico che alterna momenti lirici e rarefatti, come la parte iniziale con la tromba sordinata accompagnata all’ovattato battere elettronico ed alle rarefatte note del Rhodes, spazi sonori più incisivamente scolpiti da tromba e pianoforte, e sezioni nelle quali i due protagonisti tessono una trama di silenzi ed espressione in tempo reale, senza mai guardarsi, e mantenendo viva una tensione emotiva che si trasmette all’intera, attentissima, platea.
Iyer assume il ruolo di regista, creando con la tastiera elettrica, il sottile ma essenziale contributo dell’elettronica, in funzione ora ritmica, ora di sfondo o raccordo, e l’uso percussivo del pianoforte un tappeto per la voce di Wadada che sussurra, aggredisce e talvolta sembra letteralmente disgregare la materia sonora.
E’ palpabile il senso di un’esperienza unica e senza rete dove il problema del linguaggio utilizzato, jazz o altro, ha una rilevanza marginale. In gioco ci sono due esseri umani che hanno scelto la musica per esprimere se stessi e rappresentare il mondo che li circonda.
L’applauso finale della platea, subito timido, e quindi liberatorio, ha restituito il senso di un significato condiviso, ed è naturalmente confluito nel lungo rituale delle firme direttamente sul palco. (Andrea Baroni)

Un lungo e riflessivo flusso di coscienza, ecco in nuce il concerto domenicale del Manzoni. Una figura di riferimento per la musica afro-americana da più di mezzo secolo, Wadada Leo Smith, ed uno dei giovani più importanti della scena newyorkese, Vijay Iyer, hanno portato a Milano il concettuale "A Cosmic Rhytm With Each Stroke", ricucendo in una lunga ed ininterrotta suite di un’ora e dieci minuti le sette parti in cui era diviso originariamente l’album.
Musica di una bellezza astratta ed algida, in cui il labile confine tra scrittura ed improvvisazione si confronta con l’ispirazione del momento e la risposta del pubblico presente, cosi’ come i due bene descrivono nella interessante intervista di Tom Moon su The Log Journal.
L’uso sapiente delle elettroniche, inserite con pertinenza e moderazione, ma ancor più il fenomenale accompagnamento al pianoforte, ha creato una base di dialogo sulla quale la tromba dal suono acre e pungente di Smith ha creato, distrutto, raccontato e tessuto storie senza fine.
Il momento culminante è avvenuto più o meno verso metà concerto, quando Iyer ha creato una lunga sequenza di pattern in cui era possibile ripercorrere l’intera storia del pianoforte jazz, dallo stride al free, una musica contrappuntistica sulla quale la tromba ha raggiunto altezze vertiginose.
Non musica per la pancia, nessuna concessione, massimo rigore, assoluta onestà concettuale. Due cuochi molecolari, che cucinano con ingredienti inauditi, attenti a forme nuove, colori cangianti, sapori mai gustati. E quando si esce dal ristorante (il Manzoni), stupiti e affascinati, si viene assaliti da un incontrollabile appetito che il pranzo (il concerto) non è riuscito a saziare fino in fondo…
A quando il quartetto/quintetto di Smith e Iyer in Italia? (Roberto Dall'Ava)

Ogni canonizzazione richiede l’opera di un “Avvocato del Diavolo”, ruolo che mi permetto di assumere per l’occasione. Resta fermo che abbiamo goduto di una occasione di ascolto rara, per non dire unica nell’attuale contesto italiano. L’altissimo livello di intensità del concerto non deve pero’ portare a rimuovere del tutto alcune notazioni critiche (non necessariamente da metter in conto ai musicisti).
Appunto all’elevato grado di concentrazione richiesto da questa musica vanno messi in conto alcuni vuoti apertisi nella platea man mano che il concerto procedeva. Del resto, tutte le proposte artistiche veramente innovative e consistenti non coagulano mai la stucchevole unanimità che va tanto di moda da noi (purtroppo). Va però ammesso che la durata della performance – tra momenti di variabile intensità, ma sempre in unico, inarrestabile flusso – è stata molto notevole: forse quella ideale avrebbe potuto essere più breve, ma la serietà professionale dei musicisti li ha indotti ad offrire comunque l’equivalente dei classici due set.
Altra osservazione che vedrete serpeggiare anche tra queste colonne è quella relativa ad una certa ‘impermanenza’ di questo tipo di musica: ma qui il pubblico italiano - anche quello più avvertito e smaliziato – deve fare un po’ di autocritica, riconoscendo una certa nostra particolare dipendenza dagli elementi strutturali della musica, lascito inconscio di una tradizione dominata dal genere ‘canzone’ (come acutamente ricordava Trovesi in un post del nostro Blog di qualche giorno fa).
Viceversa Wadada ed Iyer ci hanno offerto una musica scolpita nel silenzio, tesa alla ricerca sul puro suono e sul timbro più che sugli elementi strutturali. Del resto in un mondo liquido dove persino l’economia – nuova divinità che dispone delle nostre vite – è espressione dell’aleatorieta’ più assoluta, perché dovremmo esigere dalla musica che rimetta ordine nel caos che ormai abitiamo quotidianamente?
Infine veniamo agli equilibri interni a questo piccolo, grandissimo ensemble. Come ha esplicitamente riconosciuto Wadada a fine concerto, il matrimonio artistico tra lui ed Iyer è uno di quelli combinati in paradiso. Soprattutto perché il solismo lirico e rapsodico di Wadada trova un necessario ed irrinunciabile pilastro nel pianismo solido e materico di Iyer, che si rivela la vera colonna portante del duo.
Iyer si destreggia con eguale sicurezza sia tra la solidità, l’energia e la nitidezza dei blocchi di accordi, che con la misurata creatività con cui attraverso l’elettronica vengono creati timbri inediti, spesso con la consistenza dinamica di un velo sottilissimo. Osa al punto di campionare ed elaborare anche il piano acustico, e ciò per autentica coerenza espressiva, al di fuori di qualsiasi sterile esibizionismo virtuosismo.
La ‘prova del fuoco’ offerta dal vivo al Manzoni mi spinge a dire che Iyer è uno dei musicisti che nei prossimi anni segneranno la strada del jazz e della musica di improvvisazione: e si tratta di uomini che si contano sulle dita di una mano. (Franco Riccardi)


 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna