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L'alchimia di SF Jazz Collective

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Come ogni autunno, Milano riapre una finestra su quel che di più vivo e stimolante avviene sulla scena internazionale della musica di improvvisazione e di ricerca. Da anni questa opportunità ci è concessa pressoché esclusivamente dall’Aperitivo in Concerto al Teatro Manzoni, ma l'esilità di questa occasione è compensata dalla qualità e dalla ricercatezza dell'offerta.


SF Jazz CollettiveCome ogni autunno, Milano riapre una finestra su quel che di più vivo e stimolante avviene sulla scena internazionale della musica di improvvisazione e di ricerca. Da anni questa opportunità ci è concessa pressoché esclusivamente dall’Aperitivo in Concerto, ma l'esilita' di questa occasione è compensata dalla qualità e dalla ricercatezza dell'offerta.
Come già altre volte, la parola definitiva a riguardo l'hanno detta i musicisti: "Molto onorati di esser qui, un questo splendido teatro.... e soprattutto inseriti in un programma così.. " (Matt Penman, bassista e portavoce di SF JAZZ COLLECTIVE, ad apertura del concerto). Detto da professionisti che da anni sono habitué delle scene internazionali, è il miglior complimento che si possa ricevere (soprattutto quando poi questi musicisti tornano, come spesso accade al Manzoni).
È proprio per questo che abbiamo seguito con qualche inquietudine il saluto di apertura di Gianni Gualberto, mente ed anima di quest'ormai trentennale istituzione, in cui ci è parso di cogliere qualche tono di bilancio retrospettivo, quasi presagio di un possibile distacco. Speriamo veramente di aver peccato di sovrainterpretazione, perché ormai non possiamo più far a meno di questa miracolosa combinazione di passione e professionismo che lascerebbe un vuoto incolmabile sia sulla scena musicale milanese che, diciamolo, anche su quella nazionale: su entrambe infatti hanno a lungo prevalso un provincialismo ed una banalità di scelte in cui si stenta a riconoscere la stessa Italia dei decenni passati, forse più naif e sprovveduta, ma tanto più aperta e curiosa. Speriamo che in qualche modo queste parole arrivino anche al "Signore seduto in platea" (che forse non amerebbe esser nominato), che ad un'indubbia ed autentica passione musicale ha aggiunto "dell'altro", senza il quale ben poco sarebbe stato possibile.
E veniamo alla "musica suonata". Manco a farlo apposta la prima domanda è: ma come è stato possibile non ascoltare sinora una formazione come SF, sulla scena sin dall'inizio degli anni 2000? Se aggiungiamo che quella dell'Aperitivo era l'unica data italiana, viene da commentare: "errare humanum, perseverare diabolicum".
Certo tra le file di SF non mancano le individualita' di rilievo, tali da funzionare da richiamo: Miguel Zenon con il suo sax alto limpido e sinuoso, Robin Eubanks con la sua fluida eloquenza rara sul trombone, a suo tempo l'indimenticabile Bobby Hutcherson e l'ora lanciato Avishai Cohen (a suo tempo altra 'primizia' dell’Aperitivo, tanto per cambiare). Quindi poche attenuanti anche sul piano del mero calcolo commerciale.
Qualcuno potrà alludere con velato scetticismo al fatto che SF è precipuamente votato ad un rigoroso, sofisticato lavoro di salvaguardia e rivitalizzazione di pagine fondamentali della tradizione afroamericana (alcune sciaguratamente un po' impolverate - quelle di Joe Henderson, altre – Stevie Wonder e Michael Jackson - che potrebbero esser facilmente guardate dall’alto in basso o, peggio, esser oggetto di ‘rivisitazioni’ furbesche ed ammiccanti…ne sappiamo qualcosa dalle nostre parti), ma anche un pubblico un po' salottiero e superficialmente trendy ben difficilmente potrebbe sfuggire al fascino che si sprigiona già da una lettura ‘di primo livello’ della musica del collettivo californiano, così preziosa e sofisticata nelle sonorità e cosi illusoriamente trasparente nell’interpretazione dei materiale tematici (lettura in cui viceversa chi ha qualche anno di consuetudine con questa musica sprofonda subito in una caleidoscopica ricchezza di rimandi e citazioni). Una ragione di perplessità in più per un’imperdonabile assenza.
Questa vera e propria ‘big band tascabile’ si è presentata al pubblico milanese con un mix di temi originali e una serie di notissime ‘milestones’ davisiane (in alcuni casi definirle ‘standards’ sarebbe improprio e fuorviante). A qualcuno che con qualche ragione potrebbe inarcare il sopracciglio di fronte ad un ennesimo “pellegrinaggio davisiano”, anticipiamo che l’approccio degli SF al Prince of Darkness è tutt’altro che estrinseco e celebrativo (e chi si attendesse ciò rimarrebbe amaramente deluso)
L’esordio è stato in qualche modo un po’ sorvegliato: l’organico è complesso, pur se ridotto, e poi SF è un vero collettivo senza leader carismatico (del resto non potrebbe esser altrimenti, con la parata di talenti individuali che racchiude). Del resto, SF ha alle spalle anni di milizia comune e di consapevoli scelte estetiche che le donano un suono personalissimo, rilassato e del tutto alieno dalle inevitabili rigidità di altri grandi organici meno rodati e coesi. Sarà mia impressione, ma a questo bel risultato contribuiscono non poco le origini caraibiche di alcune colonne di SF (Zenon, Sanchez, Simon), mentre ad altri la felina agilità di questo ensemble evoca suggestioni ellingtoniane.
Ma la cosa che più colpisce di questa “morbida falange” è la front line degli ottoni (Zenon, Sanchez, Jones, Eubanks), che per me avrebbe fatto sognare ad occhi aperti Gil Evans per morbidezza, duttilità, assoluta coesione e soprattutto per la palette dei colori, che contiene tutte le cangianti nuances care al grande canadese.
In un più indipendente ed affrancato ruolo di battitore libero abbiamo il vibrafono di Warren Wolf, tanto in evidenza da risultare quasi una cifra distintiva dell’ensemble californiano. Ingressi irruenti ed autorevoli, un turbinoso improvvisare tra sonorità spesso lievi ed iridescenti. Consentite una notazione personale ad un irrecuperabile sentimentale: vederlo seduto al posto del grande, sottovalutato Bobby Hutcherson da un’emozione speciale, che solo questa musica che è un romanzo a volte riesce a farti vivere. Ma le doti di Wolf non si esauriscono in quelle di uno strumentista fuoriclssse: come tutti gli SF, ha notevoli doti di arrangiatore e compositore. Alla sua penna dobbiamo uno dei vertici del concerto, un “In the Heath of the Night” elegante e sensuale, che sarebbe un hit perfetto per una radio che volesse offrire ai suoi ascoltatori un seduttivo invito al meglio del jazz contemporaneo. Ma si sa, con il modico canone che paghiamo via contatore, al massimo potremmo sperare di sentirlo qualche volta all’una di notte (“in the heath of the night…”, appunto…letteralmente) . Qui sotto invece ve lo godete subito - e gratis (con l’occasione, guardatevi bene intorno…)

Ma torniamo al Davis riletto dagli SF Jazz Collective.
Ascoltiamo un “So What” stilizzato, spogliato del lirismo più risaputo, in cui la tromba di Sean Jones rasenta il rischio del confronto con l’irripetibile modello, eludendo saggiamente qualsiasi evocazione dello stile strumentale di Davis (quello di Jones è piu classicamente corposo e muscolare), ma restituendocene in pieno la notturna laconicita’ ed i suoi affascinanti, impenetrabili ‘segnali’.
Nulla del lascito davisiano viene trascurato, compreso quello del “Miles perduto” (per molti, ma non per tutti) degli ultimi anni: ci viene offerto un aereo “Tutu”, grande e discusso hit (a qualcuno non piacque la troppa “musica ex machina” di Marcus Miller, molti altri furono invece conquistati dalla sua granitica perentorieta’, testimonianza di un mood insolito per il Davis musicista). Oltre ad un travolgente assolo di Eubanks al trombone, in questa occasione (cosi come in altri momenti dedicati al primo Miles elettrico ) viene in evidenza un ritmica affiatatissima, leggera ed allo stesso tempo nervosamente pulsante, efficacissima nel tratteggiare in punta di matita i grandi affreschi ritmici ‘fauve’ su cui l’ultimo Davis amava far stagliare per contrasto la sua tromba. Sulla nostra agendina rimangono soprattutto i nomi del pianista venezuelano Edward Simon e del misurato e preciso Obed Calvaire alla batteria.
Ma è in chiusura di concerto che si rivela appieno la relazione tra gli SF ed il mondo davisiano. Un concentrato solo ‘a cappella’ introduce irriconoscibilmente uno strabiliante “Nardis” in cui l’Oriente nascosto nella trama del tema improvvisamente esplode, bilanciato subito dopo dall’apollinea, dinamica ripresa della struttura del tema da parte del resto della band. Ecco il segreto del felice approccio degli SF, che come antichi alchimisti estraggono l’essenza irriducibile della musica di Davis, quegli elusivi miraggi che ancora oggi tentiamo di afferrare.
Formidabile congedo di una mattinata veramente unica. Nel pensare malinconicamente a quando li rivedremo ( forse mai, andando di questo passo…), condividiamo con Voi un po' dell’emozione di quel Nardis, fissato nella clip qui sotto. Ma mi raccomando, cercate anche altro (una capatina nella Grande Discoteca Svedese può dare risultati interessanti, purtroppo gli SF pubblicano cd in proprio ed in tirature limitate): non è facile, ma garantisco che il gioco vale la candela.


 

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