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I germogli di Mauro Negri

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

L’Associazione Culturale Secondo Maggio unisce le forze con JazzMI ed i 13 novembre riporta sul palco della Camera del Lavoro di Milano, dopo diversi anni, il cinquantenne clarinettista mantovano Mauro Negri, che in compagnia di tre promesse ruspanti è il protagonista del sesto concerto della XXIIIa edizione dell’Atelier Musicale, denominata “Tempo Controtempo”.


Mauro NegriL’Associazione Culturale Secondo Maggio unisce le forze con JazzMI ed i 13 novembre riporta sul palco della Camera del Lavoro di Milano, dopo diversi anni, il cinquantenne clarinettista mantovano, che in compagnia di tre promesse ruspanti è il protagonista del sesto concerto della XXIIIa edizione dell’Atelier Musicale, denominata “Tempo Controtempo”.
Il gruppo si chiama “Mauro Negri Buds 4et” ed il sottotitolo del progetto, “Nuove Generazioni, Grandi Maestri”, non poteva essere più azzeccato; la tradizionale introduzione del musicologo e direttore artistico della rassegna Maurizio Franco sottolinea come da sempre il jazz abbia vissuto di questi “incontri” tra i suoi grandi maestri e le promettenti nuove leve. King Oliver aprì la strada ad un certo Louis Armstrong, John Coltrane mosse i suoi primi passi nei gruppi di Bird, e via di questo passo fino ai giorni nostri; venendo alla nostra penisola, basti pensare quanti giovani talenti sono usciti, ad esempio, dai “vivai” di Enrico Rava o di Franco D’Andrea.
D’altro canto, è assolutamente necessario che i maestri, prima che giunga l’inevitabile momento del tramonto, trasferiscano il loro enorme bagaglio esperienziale ai nuovi protagonisti di questa musica, che intanto, nel momento stesso dell’incontro, ne trae immediati benefici in termini di freschezza ed adeguatezza ai tempi che corrono, anche senza attendere gli effetti postumi di tale passaggio del testimone.
Ed è questo l’orticello in cui Mauro Negri semina i suoi germogli, pur precisando che l’origine del progetto risale a due anni fa, e quindi che le pianticelle sono ormai sbocciate. Prova ne è che Marcello Abate (chitarra classica), Gabriele Rampi (contrabbasso) e Federico Negri (batterista e figlio del leader), fatte le dovute proporzioni, non sfigurano certo nell’incontro con il leader, clarinettista ai vertici della scena europea, in grado di gestire con estrema padronanza di mezzi tutti i registri dello strumento fino a quelli più grevi, quasi come se stesse imbracciando un clarinetto basso, e di passare con agilità dalla classica contemporanea alla libera improvvisazione, dallo swing al free, in un eccezionale sincretismo di stili.
Anche sassofonista, ma per l’occasione impegnato solo al clarinetto, Negri mette a disposizione di un progetto incentrato sulla melodia europea, ed in particolare mediterranea, il suo virtuosismo, ma anche la sua capacità di gestire con attenzione gli equilibri e l’interplay del quartetto; preziosi gli impasti sonori, specie nel dialogo e nell’alternanza con la chitarra classica, in un gioco che rimanda talvolta all’esperienza con il Gramelot Ensemble di Simone Guiducci, seppur in assenza della fisarmonica, altre volte ai timbri ed ai colori che alla fine del secolo scorso metteva in campo il suo Trapezomantilo, con il figlio Federico ad interpretare alle spazzole il ruolo di protagonista che fu di Stefano Bagnoli.
Se un difetto si vuol trovare, è quello che a lungo andare il succedersi dei brani, spesso sviluppati in un climax intimistico di matrice popolare, un po’ malinconico, e quasi tutti esposti a tempo medio-lento, risulta un po’ monocorde; ma è proprio questo climax a fare da trampolino di lancio per i virtuosismi del clarinetto e per alcuni apprezzabili interventi dei 3 giovani.
Dopo i brani “Buds” (manifesto programmatico del “mood” di tutto il concerto), “Jump” (apprezzabile per l’introduzione in solo del contrabbasso e per il successivo dialogo dello stesso con il clarinetto) e “Nerva” (dedicata alla figlia del leader Ginevra, con un bel momento dialogico tra chitarra e batteria, stavolta suonata con le bacchette, un gran solo di clarinetto e chitarra in bilico tra il mediterraneo ed il Brasile), i due momenti più ispirati del concerto risultano “Locust Man”, con la batteria ad alzare il ritmo ed un bel dialogo tra Mauro Negri e Marcello Abate, e soprattutto il brano successivo, fusione tra “Pandora”, vecchio brano del Trapezomantilo, e la popolare “Fra’ Martino”.
Dopo un inizio se possibile ancora più intimo, il clarinetto espone un’affascinante melodia, cui fa seguito un prezioso intervento della chitarra classica; un altro bell’intervento solistico di Rampi introduce quello in completa solitudine del leader, che utilizzando la respirazione circolare e producendosi in improvvisazioni di impronta “free”, traghetta il pezzo verso la ri-armonizzazione in chiave jazz di “Fra’ Martino”, dal forte accento swing. E’ il momento ritmicamente più acceso della performance, ed il vertice del concerto; coda del brano con spazio ai tre germogli ed immancabile bis ai confini tra ballad e melodia italiana con “Vanvi”.
Un concerto affascinante e suggestivo, cui qualche variazione delle dinamiche in più non avrebbe tuttavia guastato.

 

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