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L’Atelier Musicale di Milano al via con le pietre sonanti di Sciola ed il quintetto di Diodati

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

La XXIII stagione dell’Atelier, intitolata “Tempo Controtempo”, vede in cartellone qualche grande nome e tanti giovani, e prende le mosse da due interessanti esibizioni; la prima incentrata sul dialogo tra tre glorie del nostro jazz (Intra, Murgia e la Marcotulli) e le pietre di Pinuccio Sciola, suonate dalla figlia Maria. La seconda è quella del quintetto di Francesco Diodati, di cui sentiremo parlare a lungo.


L’Atelier MusicaleLa XXIII stagione dell’Atelier, intitolata “Tempo Controtempo”, vede in cartellone qualche grande nome e tanti giovani della crescente scena autoctona, e ha inizio con due esibizioni tutt’altro che scontate; il primo ottobre tre glorie del nostro jazz (Enrico Intra, Gavino Murgia e la signora del jazz italiano, Rita Marcotulli) dialogano con le pietre del recentemente scomparso Pinuccio Sciola, suonate dalla figlia Maria. Il giorno 22 dello stesso mese è invece il momento del quintetto del chitarrista Francesco Diodati, di cui sicuramente sentiremo parlare a lungo.
Per la prima delle due esibizioni citate, Luigi Pestalozzi, intimo amico di Pinuccio Sciola, mette a disposizione della figlia di quest’ultimo, Maria, tre delle meravigliose sculture sonore ricevute in regalo dall’artista; Pestalozzi, intervistato da Maurizio Franco a metà del concerto, condivide con i presenti il suo accorato ricordo dello scomparso Pinuccio, descrivendolo come un architetto che viveva dentro la natura e che ha saputo applicare il suo lavoro, reale e specialistico, alla natura stessa ed alle sue più belle manifestazioni, come la musica o i boschi e i prati, in cui inseriva pietre alte fino a 6 metri, scelte proprio per farle suonare. La stessa capacità di un tale Leonardo Da Vinci, che cinquecento anni prima aveva messo il suo lavoro ingegneristico al servizio delle molteplici espressioni della capacità umana, talvolta certo con funzione sociale, ma spesso declinate in forma artistica.
Dopo che il musicologo Maurizio Franco, nella solita impeccabile introduzione, descrive la funzione della pietra come strumento musicale tra i più antichi al mondo, facendo esplicito riferimento ai litofoni, Maria Sciola precisa che le vere novità dell’approccio del padre, che a lei le ha tramandate, sono l’utilizzo non percussivo della pietra e la ricerca del suono, che avviene attraverso la scelta dei materiali (il calcare per i suoni leggeri come quello dell’acqua, il basalto per quelli più profondi e caldi che ricordano il fuoco) e delle particolari tecniche strumentali utilizzate (la carezza e lo striscio, piuttosto che la percussione).
Si tratta ovviamente di una performance incentrata sulla bellezza del suono e sulla capacità di dialogo, non certo sulla melodia, e l’integrazione ovviamente non è sempre perfetta, anche in virtù della limitata tavolozza di colori offerta dagli strumenti di pietra. Mentre l’incontro di questi con il pianismo libero e contemporaneo del maestro Intra funziona sul piano emotivo ma trova difficoltà su quello dialogico, forse anche a causa di un certo impaccio della Sciola a reggere il confronto con tanta esuberanza, la bellezza dei colori mediterranei di Murgia risulta essere un terreno più consono per le meraviglie sprigionate dal calcare e dal basalto, anche se il dialogo in realtà avviene solo con il sax soprano, mentre inspiegabilmente quando il musicista imbraccia le launeddas lo fa in completa solitudine, e quando invece libera il profondo canto gutturale per far emergere il suo innato senso ritmico, non trova risposta adeguata da parte della Sciola.
L’interazione riesce invece a meraviglia con Rita Marcotulli, che riesce a creare il tappeto sonoro più idoneo per esaltare il suono della pietra, in un cangiante evolversi di dialoghi tra questa e tutta la gamma di suoni ottenibili dal pianoforte, dalla sua cordiera e dall’oggettistica utilizzata su quest’ultima. Ci si perde così tra paesaggi terrestri e lunari, dai quali emergono echi e rimandi ancestrali. L’ultimo brano è in quartetto, con il pianoforte suonato a 4 mani, in un mix tra informalità e melodia, caratterizzato dal bel gioco di “call and response” tra la Marcotulli ed il soprano di Murgia, dai disturbi e dalle continue variazioni di Intra, nonché dal tocco di colore apportato delle pietre, ora ben inserite nel contesto di matrice etnica e altrettanto ben sostenute dal canto gutturale; godibilissimo il finale con Intra che procede percussivo e la Marcotulli e Murgia che si alternano nello sviluppo melodico, adagiandosi rispettivamente sul ritmo della voce gutturale e sugli accordi del pianoforte, mentre le pietre risuonano lontane. Il bis è un intenso dialogo ancora tra Murgia e la signora del jazz, nei luoghi dove la ballad incontra il mediterraneo, con le splendide voci strumentali dei due protagonisti che emergono a fasi alterne; quando il polistrumentista sardo inserisce il suo canto gutturale il ritmo sale, sostenuto anche dal maestro Intra, che dopo aver “scherzato” con le pietre si improvvisa provetto percussore del tavolo su cui queste poggiano e, ormai non più accarezzate, smettono di produrre il loro suggestivo suono.
Dopo i Colori Cubani del Namaste Ensemble e l’omaggio a Wheeler, particolarmente riuscito, della Bocconi Jazz Business Unit, progetto già commentato su questo portale in occasione del concerto tenuto pochi mesi fa ad Iseo, il 22 ottobre è la volta del quintetto “Yellow Squeeds”, capitanato dal chitarrista romano Francesco Diodati, chitarrista tra i più rappresentativi della scena italiana contemporanea, noto per il suo quartetto “Neko” e per la partecipazione a diverse formazioni di Enrico Rava. Il gruppo per l’occasione presenta il suo recente CD Auand “Flow, Home”, che contiene per lo più brani originali, oltre ad una traccia di Monk riarrangiata, ed è composto, oltre che dal leader, da quattro tra le più belle speranze della musica improvvisata autoctona (Francesco Lento alla tromba, Enrico Zanisi al pianoforte, Glauco Benedetti al basso tuba ed Enrico Morello alla batteria).
L’introduzione al concerto di Maurizio Franco sottolinea il ruolo sempre più rilevante della chitarra, complice le più recenti tecnologie, nel jazz di oggi, sia nel suo ruolo di strumento ritmico che nella sua veste solista; strumento perfettamente adattabile alle esigenze di una musica figlia dei nostri tempi, in cui i modelli e le strutture formali di riferimento, pur rimanendo presenti, sono sempre più sfumati e privi di contorni, immersi in un “melting pot” perfettamente coerente con l’ormai pervasiva integrazione culturale che ci circonda. E Diodati si muove benissimo in questa dimensione, con in testa Monk ma anche il rock, il funk ed il folk, tutti elementi che è perfettamente in grado di utilizzare e miscelare, attraverso la relazione ed il confronto con altri giovani musicisti che condividono la sua visione e che come lui sono protagonisti nel far evolvere queste nuove sonorità. Sono emozioni messe al servizio di una musica senza distinzioni di genere, fresca e moderna nel senso più ampio del termine, da cui emergono brani che, senza osservare regole predeterminate, si differenziano molto l’uno dall’altro e che spesso prendono direzioni diverse anche all’interno della stessa composizione.
Si passa così da “Ale”, con la sua lunga introduzione chitarristica, l’attenzione maniacale ai suoni e la ritmica spezzettata, a “Split”, aperta da tromba e tuba e sviluppata in tempi dispari, da cui emergono le vibrazioni rock di Diodati e l’approccio più schiettamente jazzistico di Lento; da “Lost”, che si sviluppa in crescendo, con chitarra e tromba ancora in evidenza ma con ampio spazio anche per il pianismo di Zanisi, a “Here and There”, con Diodati che strizza l’occhio al blues e con brillanti momenti informali e reminiscenze funky, in una prova di grande equilibrio nei ruoli e nelle dinamiche.
Il vertice del concerto è “Casa Do Amor”, con Morello che procede prima sui metalli poi sull’intero drum set senza esplicitare alcun ritmo e con gli accordi di Diodati che lanciano il tema melodico esposto dalla tromba, fino al ricongiungimento con la ritmica; nella seconda parte del brano, trascinante il crescendo delle dinamiche, nonostante il tempo medio-lento, con apprezzabili interventi di Zanisi e del leader. C’è ancora spazio per la monkiana “Played Twice”, dall’arrangiamento debitore al free e palestra per i virtuosismi del leader, sostenuto dalle pulsazioni della tuba, da un drumming frastagliato e dai preziosismi di piano e tromba; il bis è “Folk Song”, onirica e suggestiva per la leggerezza di Benedetti, gli inserti eterei di Morello, le diteggiature di piano e chitarra e gli aneliti della tromba. Un gran bel quadro che dipinge il finale di un ottimo concerto.
Un bell’avvio di stagione per l’Atelier Musicale, non c’è che dire.

 

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