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Ancora jazz per Amatrice: Milano

Scritto da Franco Riccardi on . Postato in Recensione concerti

Dopo una lunghissima pausa di silenzio iniziata ai primi di luglio, il jazz è tornato a farsi risentire a Milano solo il 4 settembre presso il restaurato Teatro Burri, in modo del tutto imprevedibile ed occasionale. La tragedia di Amatrice ha dato il "La" ad una vera chiamata alle armi, cui jazzmen ed organizzatori dell'area milanese hanno risposto di slancio con ammirevole spirito garibaldino. 


Dopo una lunghissima pausa di silenzio iniziata ai primi di luglio, il jazz è tornato a farsi risentire a Milano solo il 4 settembre, in modo del tutto imprevedibile ed occasionale.
La tragedia di Amatrice ha dato il La ad una vera chiamata alle armi, cui jazzmen ed organizzatori dell'area milanese hanno risposto di slancio con ammirevole spirito garibaldino. Anche il Comune si è fatto avanti (evviva, finalmente...) offrendo vari spazi, tra cui gli organizzatori hanno alla fine scelto il restaurato Teatro Burri, un suggestivo ed astratto palcoscenico all' aperto collocato nel cuore del Parco Sempione, inserito nella prospettiva che spazia dal Castello all'Arco della Pace (uno splendido dono del maestro dell'Arte Povera che la città stava per perdere per l'incuria cui era stato abbandonato per anni...).
Come sempre avviene nel Bel Paese, la assoluta mancanza di preavviso ed organizzazione pianificata dall'alto da 'Esperti' ha prodotto il consueto risultato: è andato tutto benissimo.
La mobilitazione benefica coordinata da Associazione I-Jazz e da Antonio Ribatti (a quando la risurrezione dell'Ahum Festival?) - ma tra le quinte si aggirava anche Franco D'Andrea nelle vesti di eminenza grigia, ahimè niente piano - ha finito per trasformarsi in un mini festival protrattosi da metà pomeriggio a sera inoltrata, una Woodstock jazzistica in miniatura che per una volta ha rotto il nulla assoluto dei weekend estivi milanesi. Persino l’infido clima milanese ha dato una mano: temperatura equatoriale si, ma cielo velato che ha consentito al pubblico di resistere per tutto il pomeriggio.
Dal canto mio ero inizialmente scettico sulla valenza musicale dell’iniziativa, ma una mano invisibile all‘ultimo momento mi ha spinto al Parco Sempione, facendomi giungere sulle ultime battute del duo Enrico Intra/Giovanni Falzone: il consueto pianismo venato di astrazione di Intra trovava una sponda non scontata nella tromba di Falzone, ampiamente elaborata dell’elettronica. Chapeau al trombettista, che in un contesto ambientale che rimaneva nonostante tutto improvvisato ed occasionale non ha rinunciato all’uso dell’elettronica che, checché se ne dica e se ne pensi, richiede molta preparazione e controllo (ed anche così gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo ).
A seguire, una imprevista sorpresa dell’ultimo minuto, al di fuori del programma originario: il duo Paolino dalla Porta al basso con Bebo Ferra alla chitarra. Anche qui onore allo slancio garibaldino, un duo di corde che sfida gli spazi vasti ed aperti di un parco non è cosa di poco conto, soprattutto se ci si prende il rischio di brani lunghi ed intensi come quelli donatici dai due. Ad ulteriore loro merito, va ascritto il fatto che ad ogni formazione era concesso un set contenuto nei 30/40 minuti, in cui rimane poco tempo per far “carburare” adeguatamente la musica, contrariamente a quanto avviene nei normali concerti jazz. Da riascoltare in contesto più acconcio.
Successivamente è stata la volta del “We Kids Trio”, con cui Stefano Bagnoli, leader e batterista, cerca di offrire una sorta di ‘incubatrice’ a giovanissimi talenti. Benemerita iniziativa, considerate le attuali condizioni della scena jazzistica italiana e la assoluta scarsità di grandi talent-scout (a me vengono in mente solo due nomi...). Qui l’operazione è andata a beneficio di due veri ragazzi, Stefano Zambon al basso ed il sedicenne (!) Giovanni Vitale: quest’ultimo mi ha particolarmente impressionato per un sciolta padronanza tecnica ed una evidente e non comune consuetudine con l’intera tradizione jazzistica, probabilmente frutto di intensi ascolti iniziati già in età prenatale.
A questo punto, con l’amico che nel frattempo mi aveva raggiunto, abbiamo commesso un’imperdonabile mancanza verso l’etica jazzistica corrente nel Bel paese, che evidentemente richiede doti di ascesi assoluta: allontanatici per mangiare un boccone dopo quattro ore di musica all’impiedi, avevamo calcolato il nostro ritorno in modo tale da non farci sfuggire Andrea Dulbecco al vibrafono (nobile e snobbato strumento, veicolo di grandi avventure del jazz moderno – Bobby Hutcherson R.I.P.) e l’impenitente veterano di una stagione intensa e battagliera del jazz italiano (che tra l’altro le deve buon parte del suo pubblico più fedele di oggi, salvo guardarla ora con sufficienza neanche tanto malcelata): Gaetano Liguori. Purtroppo così non è stato ed abbiamo mancato due occasioni di ascolto certo non frequenti: faremo il dovuto atto di contrizione.
Siamo comunque giunti giusto in tempo per quello che è stato forse il clou della giornata: sull’imbrunire è salita sul palco la Archtipel Orchestra, pressoché al completo (mancavano due delle tre coriste, costringendo la superstite Giusy Lupis ad un vero tour de force). Che dire di Archtipel, se non che è una moderna riedizione di ‘Miracolo a Milano’? Una big band che nasce, sopravvive e cresce nel bel mezzo di una crisi che ha già spento gran parte dei pochi palcoscenici jazzistici milanesi, già decimati da una Grande Depressione che si può far risalire alla seconda metà degli anni novanta. Non solo: una grande formazione che, pur in assenza del rodaggio consentito da una intensa e continua attività concertistica (in Italia ormai menano vita grama anche i trii…), ad ognuna delle sue distanziate uscite mostra una sempre crescente compattezza e scioltezza (che viceversa si stenta a trovare in organici ben più piccoli con alle spalle minori difficoltà a concedersi adeguati tempi di prova), in cui si incastonato felicemente personalità individuali che spiccano nonostante la concisione dei tempi consentitigli dai serrati arrangiamenti (in questa occasione si sono notati Felice Clemente e Rudi Manzoli ai sassofoni , oltre che un ispirato Carlo Nicita al flauto).
Il pubblico anche questa volta ha risposto con entusiasmo e slancio, in barba all’ora tarda: molto ha fatto il gesto direttoriale preciso e dinamico dell’instancabile Ferdinando Farao’, ma anche la riscoperta e reinterpretazione di un ben preciso repertorio (Scuola di Canterbury e dintorni) che in buona parte degli ascoltatori avrà risvegliato vecchi ricordi che avranno favorito la ricezione della rilettura data dall’orchestra, ben radicata nel paesaggio sonoro contemporaneo. Un solo suggerimento di stimolo: perché non giocare sicurezza e swing ormai acquisiti su un nuovo repertorio che pure presentasse istintivo appeal per il pubblico? Il Gil Evans hendrixiano, per esempio?
In chiusura di serata, un altro esempio di grande generosità volontaria, dopo l’improvvisata del duo Dalla Porta/Ferra: i ‘Molester sMiles’ (Sic!) di Enrico Merlin vanno in scena con i loro materiali ispirati al materico e massiccio Miles Davis elettronico dei primi anni ’70 grazie ad un ‘rimpiazzo’ di gran lusso: Tino Tracanna. Assolutamente da non perdere il passaggio dei suoi ‘Acrobats’ il 6 novembre prossimo al Blue Note, si spera con stessa formazione e repertorio di ‘Red Basic’, gran bel disco pubblicato poco settimane fa.
A giudicare dagli ‘scatoloni salvadanaio’ raccolti sotto il minuscolo gazebo dell’organizzazione, Amatrice ha buone speranze di rivedere il suo Cineteatro, importante per la rinascita di una comunita’ quanto altre strutture apparentemente piu ‘pratiche’ (‘praticità’ di cui abbiamo avuto un esempio nelle New Towns de L’Aquila).

 

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