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Sulle tracce del gatto grigio – parte 2

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Ecco la seconda parte del nostro resoconto relativo al Grey Cat Jazz Festival 2016, giunto alla sua trentaseiesima edizione, che propone in cartellone nomi di tutto rispetto del panorama jazzistico (e non solo) autoctono ed internazionale; la rassegna non sembra minimamente scalfita dai noti problemi che di questi tempi affliggono il jazz e, più in generale, lo scenario culturale della nostra penisola.


Simone ZanchiniDopo la serata dell’8 agosto con il progetto “Writing 4trane”, il festival lascia Follonica per spostarsi nei paesi limitrofi del territorio, a partire da Massa Marittima, dove la sera successiva si esibisce il Pisa Jazz Swing 10et di Nico Gori; venerdì 12 agosto è quindi la volta del padrone di casa e Direttore Artistico Stefano “Cocco” Cantini, impegnato in un virtuosistico incontro con la fisarmonica di Simone Zanchini nella Piazza antistante il Museo Archeologico di Vetulonia, non di enormi dimensioni ma particolarmente affollata per l’occasione. Il terreno d’incontro non sono necessariamente gli standard, dato che oramai questa coppia di musicisti ha più volte inciso insieme e condiviso il palcoscenico, ma una sequenza di brani, anche originali, interpretati con grande personalità da entrambi, che intrecciano il suono dei loro strumenti per poi rilasciarlo in direzioni sempre diverse, ora all’unisono, subito dopo in momenti solistici altamente espressivi; talvolta è la fisarmonica, per sua natura strumento più completo e dal suono di matrice popolare, ad assurgere al ruolo di protagonista assoluta dell’interpretazione, in altri momenti è la melodia di Cantini a prevalere, adagiandosi sui delicati accordi di Zanchini, in grado di assolvere molto bene anche la funzione di accompagnamento, e talvolta muovendosi invece in completa solitudine. Nel perpetuarsi di questo gioco di rincorse e di incontri, ora più delicati ora più tumultuosi, emerge sempre e comunque una linea melodica, spesso dal sapore mediterraneo, che procede su accordi a volte rassicuranti (“Niccolina al mare” di Cantini) e a volte meno (“The new”, sempre di Cantini); il maestro Morricone è ricordato con una splendida introduzione di sax soprano, dalla cui luminosità emerge persino il suono della diteggiatura sulla meccanica, per lasciare spazio prima al tema greve esposto da Zanchini a tempo lento e poi ad una progressione della fisarmonica che assume la solennità di un organo ecclesiastico a canne, se possibile ancora più amplificata dall’utilizzo del mantice, prima della chiusura con il tema riproposto dal sax di Cantini. “Dona Flor”, di Lello Pareti, con le sue tinte latine, dopo l’inizio a due voci lascia spazio alla tecnica di Zanchini, particolarmente evidente nei tempi veloci; il fisarmonicista eccelle nel controllo delle dinamiche quando rientra nei ranghi e lancia un’audace serie di variazioni sul tema del soprano del partner fino a chiudere il brano. Tra i momenti più riusciti della serata, “Caffè finale” di Zanchini, per il dialogo divertente e giocoso dei due musicisti giocato su un grande senso dello swing, con rimandi occulti ma non troppo alla musica di Django Reinhardt e di Sidney Bechet, e soprattutto per la seconda parte del brano, evidentemente scritta per la sola fisarmonica a cui l’esecuzione viene affidata, con la mano destra a ricamare immaginifiche melodie e la sinistra a spingere il ritmo, anche in questo caso con l’aiuto del suono delle meccaniche; e poi la bellissima versione della ben nota “Bocca di Rosa” di Fabrizio de Andrè, da tempo nelle scalette dei concerti di Cantini, rielaborata fino al limite della riconoscibilità nelle sezioni di apertura e chiusura ed infarcita nel mezzo di spunti solistici e variazioni su un tema di matrice popolare che risulta particolarmente adatto per la caratterizzazione della fisarmonica, cui si contrappone l’approccio ben più jazzistico della strofa eseguita dal soprano. Quando Cantini passa al sax tenore, esibisce un suono un po’ leggero e “soffiato”, che richiede al partner grande delicatezza ed accordi leggeri, e che comunque non impedisce di apprezzare l’esecuzione di una perla come “In a sentimental mood” e l’intervento di Cantini in piena solitudine, persino un po’ sopra le righe, che chiude il brano ed un concerto fruibile da ogni tipo di pubblico; l’immancabile bis è ad alto contenuto energetico e tecnico, con i due artisti impegnati a sparare le loro ultime cartucce in una esplosione finale di ritmi e colori davvero notevole.
Dopo lo show di Bobo Rondelli dedicato a Piero Ciampi del 13 agosto nel castello di Scarlino ed il ferragosto al Teatro delle Rocce di Gavorrano con il quartetto di Charles Lloyd, il 16 agosto si torna a Scarlino nel magnifico scenario del castello per l’incontro, in co-produzione con il “Time in jazz” di Berchidda, tra la pianista Rita Marcotulli ed il polistrumentista francese di padre martinicano Mino Cinelu, che vanta nel suo curriculum esperienze con Weather Report e Miles Davis, ma anche numerose immersioni nel mondo del pop (Pino Daniele, Lou Reed e Stevie Wonder tra gli altri)
Sarà che dalla Marcotulli ci si aspettano sempre prestazioni ineccepibili per classe e spessore artistico, sarà per l’ampio ricorso all’elettronica ed ai campionamenti, ma il concerto non si può certo definire indimenticabile, con il flusso musicale che prende presto una direzione sin troppo agevole, dalla quale emergono digressioni di sapore pop decisamente evidenti. Le intenzioni sono subito dichiarate, dal momento che Cinelu si presenta sul palco con un set percussionistico che include strumentazione acustica come shakers, catenelle varie e cajon, ma soprattutto apparecchiature elettriche ed elettroniche di ogni tipo, tra le quali la presenza di una chitarra acustica amplificata si rivelerà la meno invadente, e facendo largo uso di una vocalità sicuramente particolare ma non certo irresistibile; l’incontro a questo punto non può che concretizzarsi sul piano ritmico, con una Marcotulli che, dopo un bell’inizio etereo in cui Cinelu si spende con leggerezza condendo il suo universo musicale di sapori ancestrali, deve necessariamente assumere un approccio percussivo perché il dialogo tra i due artisti possa trovare un senso compiuto. Si ascoltano così rimandi alla fusion degli anni ’70, momenti costituiti quasi esclusivamente da pedali pianistici reiterati, canzoni d’amore per piano e voce in lingua francese, riferimenti alla musica caraibica, con la Marcotulli alla perenne ricerca di un difficile equilibrio tra melodia e ritmo, con cambi di timbro ottenuti spesso con l’ausilio di oggetti appoggiati sulla cordiera o direttamente usando le mani nude su di essa, e che solo quando assume il controllo dialogico può permettersi di impegnare la mano destra nella produzione di quello splendido fraseggio pianistico cui ci ha abituato; quando invece è Cinelu a prendere l’iniziativa, la pianista non può fare altro che ridursi ad insistere sugli accordi o a percuotere la tastiera, spostando l’accento sul ritmo piuttosto che sull’impianto armonico-melodico della struttura musicale. Tra i momenti migliori della serata, lo spazio solistico della Marcotulli, suggestivo per l’utilizzo iniziale del riverbero e per il delizioso fraseggio ad alto contenuto tecnico, ed un duetto di ispirazione blues in cui Cinelu si impegna a dialogare con il pianoforte utilizzando qualche tecnica improvvisativa vocale e la chitarra, pur non rinunciando ad una discutibile base ritmica, per poi concludere al cajon mentre la pianista altera il suono del suo strumento prima utilizzando alcune collane sulla cordiera e poi giocando con l’eco in chiusura del pezzo; decisamente stucchevoli, invece, il momento solistico di Cinelu dedicato all’amico Pino Daniele (ma che nulla ha a che vedere con la sua musica), con suoni di ogni tipo appoggiati ad un fondale pre-registrato ed un lungo inserto di percussioni elettroniche a cui sarebbe stato certamente preferibile l’utilizzo di un paio di congas, ed il bis di matrice pop con il pubblico a battere il tempo con le mani ed il finale con i due musicisti abbracciati a saltare sul palco.
Il Grey Cat 2016 si conclude poi con le ultime due serate, il 17 agosto al Parco Fonte di Vandro (Sassofortino) con il trio del chitarrista Giulio Stracciati ed il suo recente progetto discografico “Barbicon”, ed il 23 agosto alla Rocca degli Alberti di Monterotondo Marittimo, con l’omaggio del quartetto di Ada Montellanico all’indimenticata Billie Holiday. Uno dei festival che ha spento più candeline della nostra penisola mette in archivio un’altra annata di successo, sia per la rilevante affluenza di pubblico che, nonostante qualche eccezione, per i suoi contenuti artistici.