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Sulle tracce del gatto grigio - parte 1

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Il Grey Cat Jazz Festival, giunto quest’anno alla sua trentaseiesima edizione, propone in cartellone nomi di tutto rispetto del panorama jazzistico autoctono ed internazionale; con la direzione artistica del sassofonista maremmano Stefano Cocco Cantini, la rassegna non sembra minimamente scalfita dai noti problemi che di questi tempi affliggono il jazz e, più in generale, lo scenario culturale della nostra penisola.


Grey Cat Jazz FestivalIl Grey Cat Jazz Festival, giunto quest’anno alla sua trentaseiesima edizione, propone in cartellone nomi di tutto rispetto del panorama jazzistico (e non solo) autoctono ed internazionale; con la direzione artistica del sassofonista maremmano Stefano Cocco Cantini, la rassegna non sembra minimamente scalfita dai noti problemi che di questi tempi affliggono il jazz e, più in generale, lo scenario culturale della nostra penisola.
Dopo i concerti di Paolo Fresu & Omar Sosa (il 2 agosto a Castelnuovo Val di Cecina) e di Dianne Reeves (il giorno dopo a Follonica), entrambi molto presenti nei cartelloni jazz estivi del nostro paese, il 6 agosto, ancora a Follonica, sale sul palco del Teatro all’aperto delle Ferriere, davanti ad una platea gremita in ogni ordine di posti, il pianista milanese Stefano Bollani con il suo ultimo progetto “Napoli Trip”.
Chi ha ascoltato il disco relativo a questo progetto sa bene di non trovarsi davanti al miglior lavoro del pianista, che ormai assurge sempre di più al ruolo di artista tout court e performer mediatico che non a quello di punta di diamante del jazz di casa nostra, e che il rischio di scivolare nello spettacolo gigionesco di stampo cabarettistico è decisamente concreto, tenuti anche in considerazione i materiali trattati, spesso di provenienza popolare mediterranea ed intrisi di rock, la strumentazione utilizzata (con il leader impegnato alle tastiere oltre che al consueto pianoforte) e, non da ultimo, il contesto della serata, con un pubblico voglioso di spensieratezza più che di contenuti artistici. La formazione sul palco (Daniele Sepe ai sassofoni e, in qualche occasione, ai flauti etnici, Nico Gori al clarinetto e Manu Katchè alla batteria, che sostituisce per la prima volta in questo ruolo Jim Black) sembra la più adatta per produrre la miscela sonora che caratterizza il progetto ma anche per concretizzare tale rischio, con la napoletanità di Sepe e l’approccio rock del batterista in bella evidenza.
Tuttavia l’inizio promette bene, con una bella apertura in solo del pianista in un brano di Jan Bang che si stempera in una versione jazzata di “Reginella” ed il successivo ingresso degli altri musicisti; Bollani si divide tra tastiera e pianoforte suonandoli anche in contemporanea, con il suono acido della tastiera che trova risposta nella trascinante pulsione percussiva di Katchè, il quale peraltro siede allo strumento su un palco rialzato a lui dedicato che sembra evidenziarne il ruolo non certo da comprimario. La front line si ritaglia altresì il suo spazio, mettendo in gioco la creatività e la facilità di esecuzione di Gori ed i chiaroscuri di Sepe, essenziali nel conferire al flusso musicale il necessario riferimento alla tradizione napoletana; il contrasto tra l’approccio jazzistico e la giocosità mediterranea funziona decisamente meglio dal vivo che su CD e in “Napoli’s Blues” di Gori emergono interessanti dialoghi tra Katchè e Sepe prima, e tra il leader ed il batterista subito dopo.
Certamente tra i momenti migliori della serata, l’originale di Bollani “Il choro di Napoli”, superbo incontro tra pianoforte e clarinetto al crocevia tra la città campana e Rio de Janeiro, prima che Sepe si impossessi del microfono per enunciare una sua stralunata “…lezione sulla storia del jazz….” con Gori e Bollani che lo sostengono producendo accordi reiterati rispettivamente su tastiera e pianoforte e Katchè che porta il tempo, in un’esecuzione che più che comica o irrispettosa risulta persino pacchiana; il canto non certo idilliaco di Bollani che intona il ritornello sembra addirittura piacevole in mezzo a tanta leggerezza.
Si torna alla musica con un dialogo serrato tra tastiera e batteria, da cui certo non emergono compiutamente le doti del Bollani pianista, che quando si confronta con il pianoforte anziché con lo strumento elettrico è decisamente altra cosa; il tutto si risolve in un “drum solo” di matrice rock di buona fattura, cui fa seguito la seconda delle perle della serata, l’intima prova solistica del leader nella dedica a Pino Daniele della sua “Putesse essere allero”. Certo che se un brano così melodico risulta tra i vertici del concerto, qualche domanda sul Bollani di oggi è opportuno farsela.
Finale in totale disimpegno, con “Il bel ciccillo” di Nino Taranto, ben suonata ma inutilmente infarcita di interventi vocali fuori luogo di Sepe e di divagazioni pseudo-colte (persino la “Per Elisa” di Beethoven), fino a lasciare spazio ad un blues a tempo lentissimo con i fiati che si rincorrono ed una bella improvvisazione del leader, prima di ritornare allo scherzoso tema originale; nel bis c’è spazio per una discutibile canzone napoletana scritta ed interpretata da Bollani, che racconta la storia di un capofamiglia patriarcale che vorrebbe impiantare un chip ai suoi cari per poterli gestire tutti al meglio, e quindi per il brano originale “Maschere”, che chiude il concerto, introdotto da Sepe ai flauti etnici a cui poi si aggiunge il clarinetto di Gori per dare il via ad una sorta di tarantella rock, non priva di spunti interessanti.
Tutto sommato una esibizione a luci ed ombre, queste ultime peraltro relative alla natura del progetto in sé; merita comunque una citazione l’esibizione del clarinettista Nico Gori, per le qualità tecniche espresse a prescindere dal contesto. D’altro canto il pubblico di Bollani è ormai quello che si aspetta di vedere e sentire il performer e l’uomo di spettacolo più che il pianista o jazzista di elevato spessore artistico, e di conseguenza regala ai musicisti una “standing ovation” che a modo di vedere di chi scrive risulta davvero eccessiva, fino ad ottenere un altro bis, sempre di pura matrice popolare napoletana, che certo nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già detto.
Follonica resta oggetto del cartellone del “Grey Cat” per altre due serate, quella del 7 agosto in Piazza Stiveri con la Libera Orchestra di Stefano Scalzi e quella successiva al Teatro Fonderia Leopolda, con il quartetto di Stefano “Cocco” Cantini "Living Coltrane" (sul palco, con il leader impegnato al sax tenore e soprano, Francesco Maccianti al pianoforte, Ares Tavolazzi al contrabbasso e Piero Borri alla batteria) a cui si unisce per una produzione originale (in collaborazione con il comune di Follonica) l’attrice Daniela Morozzi, già collaboratrice di Cantini in altri progetti dedicati all’incontro tra parole e musica. “Writing 4trane” è il titolo del progetto speciale ed anche dell’ultimo CD del quartetto, il primo composto da brani originali scritti dal gruppo per Coltrane ed utilizzati per questa sperimentazione, e la definizione del progetto “Quartetto per cinque elementi” rende il giusto merito alla partecipazione della Morozzi, che in un teatro non gremito ma affollato da almeno 250 spettatori va decisamente oltre alla lettura dei testi scritti da Valerio Nardoni e Leonardo Ciardi, risultando il quinto elemento del gruppo ed interpretando con profondità e sensibilità quella che possiamo definire come una vera e propria “partitura musicale narrativa”, che integra già in fase progettuale la voce recitante nel corpus musicale piuttosto che utilizzarla come semplice collante tra un brano e l’altro.
La narrazione è in prima persona e, dopo una breve caratterizzazione degli elementi principali della vita del sassofonista John Coltrane, ne racconta la vita a ritroso, partendo dal 1967, con riferimenti al Flower Power, a Ferlinghetti, a Kerouac, alle discriminazioni razziali e, dal punto di vista musicale, alla musica informale, fino a soffermarsi su quel 17 luglio che segna la fine della vita terrena del Nostro in un contesto di matrice bop innervato di preziosi spunti del pianoforte e del tenore del leader. Il tema della sofferta convivenza delle due etnie caratterizza anche la descrizione dei primi anni di vita di Coltrane nella Hamlet del 1926, mentre le prime immature esperienze musicali e l’incontro con Miles Davis sono inizialmente narrate da una voce sostenuta solo dal sax tenore; la scena si sposta poi sul problema della dipendenza dall’eroina e sulla conseguente separazione dal trombettista, che nel frattempo aveva superato tale problema, mentre le note di una splendida ballad ci trasportano fino al momento del ritorno a Philadelphia a casa della madre ed alle difficoltà della disintossicazione. L’avvicinamento a Dio ed alla chiesa Battista per trovare la forza di ricominciare sono ben rappresentati da un tessuto musicale poliritmico su cui si innalza il suono del sax soprano, in un mood tanto vicino a Coltrane quanto ad Ellington, con la Morozzi a declamare ripetutamente la scoperta dell’Amore Supremo da parte del sassofonista. Molto interessante, dopo il ritorno a New York, la narrazione della svolta del 1957 e dell’amicizia con Monk, sia dal punto di vista del testo, per il ricordo di folli telefonate notturne e per le citazioni del pianista che chiedeva a Coltrane di “suonare qualcosa di nuovo” e di “lasciar perdere le note e pensare al suono”, che da quello squisitamente musicale, per l’efficacia di un bop ricco di preziosi momenti solistici di Maccianti e Tavolazzi ma sempre tonale e melodico, nelle voci del tenore del leader ed in quella rotonda del contrabbasso; più etereo il climax che accompagna la preghiera di Coltrane di trovare un suono nero come lui e capace di salire fino a Dio grazie al suo Amore estremo e supremo, almeno fino a quando la declamazione del “suono del silenzio senza fine”, ritorno al momento del distacco dalla vita terrena da cui era iniziato il tutto, apre il campo ad una ballata per sax soprano a tempo lentissimo e ad una progressione musicale e narrativa all’unisono fino alla chiusura del pezzo e della rappresentazione.
Nel complesso, un progetto di buon spessore artistico, reso possibile solo dall’elevato livello di interplay che il gruppo ha raggiunto in 4 anni di dischi e concerti e dalla perfetta integrazione della Morozzi, passionale e coinvolta in modo ottimale per la riuscita di un tipo di sperimentazione il cui esito non è sempre scontato; altrettanto indispensabili il fraseggio efficace e mai sopra le righe di Francesco Maccianti, la discrezione della ritmica di Botti e Tavolazzi e, non da ultimo, il lavoro di Cantini, sia sul timbro dei suoi sassofoni che sul controllo dell’insieme.
Il bis lascia spazio alla musica del quartetto, con un ultimo omaggio all’Amore supremo di Coltrane, da cui emerge un intenso momento solistico di pianoforte, e per finire una bella versione della celebre hit “Afro Blue”, scritta da Mongo Santamaria e spesso eseguita dal sassofonista di Hamlet, con il tema introdotto dal soprano ed un’eccellente sequenza pianistica che precede l’unico assolo di batteria della serata, a cui fanno seguito la ripresa del tema da parte di Cantini ed un finale ad alto contenuto energetico; nel mezzo un brano di Maccianti, “Seeds”, estratto dal recente lavoro discografico “Writing 4Trane”, con interessanti interventi di Cantini al tenore e di Tavolazzi, sempre molto cantabile al contrabbasso.
Il racconto della seconda parte del festival sarà oggetto di un secondo articolo che verrà pubblicato fra qualche giorno.

 

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