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Iseo e’ sempre la casa del jazz italiano (seconda parte)

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Le ultime due serate della rassegna hanno completato l’ampia panoramica sullo stato di salute del Jazz Italiano dei nostri giorni, portando sui palcoscenici di Iseo proposte molto differenti tra loro che ben rappresentano l’eterogeneità stilistica ed espressiva di una musica in grado di rinnovare continuamente il suo sottile equilibrio tra le sue stesse origini e la necessità di modernità dei tempi in cui viviamo.


Maria Pia De Vito e Rita MarcotulliIl sabato sera ci si sposta al Lido di Sassabanek, altro scenario particolarmente suggestivo che fa da sfondo a due concerti tanto coinvolgenti quanto diversi tra loro; il duo composto dalle “signore del jazz contemporaneo italiano” Maria Pia De Vito (voce) e Rita Marcotulli (pianoforte) dà vita ad uno spettacolo eterogeneo che, sulla base delle variegate esperienze da entrambe maturate in ogni ambito musicale, si sposta con estrema agilità dalla forma canzone più tradizionale al più serrato dialogo jazz, in cui voce e pianoforte si intrecciano per creare fitte trame ad alto tasso di improvvisazione, senza che una sola parola di senso compiuto venga pronunciata dalla De Vito; la quale si produce invece in suoni onomatopeici, sussurri, urli più o meno soffocati e persino espressioni ritmiche, passando con naturalezza in pochi attimi dal basso al super acuto senza alcun contraccolpo sulla espressività della sua voce, a chiara dimostrazione della grande potenzialità di quest’ultima quando utilizzata come strumento, completamente prescindibile dall’uso della parola. Si alternano così brani come “Rappresenta” della Marcotulli, che apre il concerto all’insegna del ritmo, scandito dalla cordiera del pianoforte, dal battito di mani e da un riff pianistico particolarmente efficace, a brani della tradizione napoletana del ‘400, di stampo prettamente mediterraneo; momenti ai limiti dell’informale in cui voce e pianoforte generano un impasto sonoro dalla linea melodica comunque evidente e brani astratti ed eterei in cui la pianista altera il suono del suo strumento con effetti ed oggetti sulla cordiera e la De Vito, ispirata da una poesia di Borges e da presenze divine a noi contigue, produce suoni extra-terreni per poi scogliere la sua vocalità in un canto ancestrale di grande suggestione. Segue “Foolish and alive” della Marcotulli, classica canzone jazzata che viene trasformata in un capolavoro contemporaneo intriso di sincopi e cambi di tempo, con la pianista decisamente percussiva ma sempre prospera nella produzione armonica e la De Vito che alterna momenti di puro drumming vocale a splendide improvvisazioni, coinvolgendo anche la collega in poche frasi cantate; e poi la dolcissima “Rainbow Sleeves”, scritta da Tom Waits per l’allora compagna Rickie Lee Jones e proposta in modo del tutto convenzionale. Un concerto davvero emozionante si chiude con un brano della Marcotulli molto jazzato, “Eccesso”, in cui entrambe le protagoniste danno grande prova del loro virtuosismo, con la pianista che procede per interessanti accordi ed arpeggi a due mani e la vocalist impegnata in salti di tonalità davvero notevoli; prima del bis, caratterizzato da vere e proprie fusioni sonore tra il pianismo percussivo della Marcotulli ed il grande senso ritmico della De Vito, quest’ultima riceve dalla collega, che lo aveva a sua volta ricevuto qualche anno fa, il secondo PREMIO ISEO 2016, per il suo percorso di livello internazionale sul canto jazzistico e per l’impegno nella formazione di nuove leve.
Il successivo concerto “Ciao Enzo in Jazz” è un’appassionata dedica al compianto Enzo Jannacci ed alla sua musica, progetto nato in seno ai Civici Corsi di Jazz milanesi che prevede l’esecuzione di brani del cantautore meneghino, all’inizio della sua carriera aspirante pianista di jazz, in forma esclusivamente strumentale, a cura di una piccola orchestra composta, oltre che dal clarinettista Paolo Tomelleri, dai musicisti che per tanti anni hanno accompagnato sul palco l’omaggiato (Marco Brioschi alla tromba, Paolo Brioschi al pianoforte, Sergio Farina alla chitarra, Piero Orsini al contrabbasso e Flaviano Cuffari alla batteria). Tutti i brani sono di Jannacci, ad eccezione di quella “Messico e Nuvole” di Paolo Conte che per anni è comunque stata tra i suoi cavalli di battaglia, arrangiati per l’occasione da Tomelleri e dal chitarrista Farina in un classico stile mainstream degli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70, il che consente di conservarne la perfetta riconoscibilità pur rendendo evidente quello spirito jazzistico che il nostro tanto amava. La formula è praticamente la stessa per tutto il repertorio proposto tranne che per l’ultimo brano, e prevede una esposizione del tema fortemente rispettosa dell’originale da parte della tromba o del clarinetto (o alternativamente da entrambi, con il clarinetto spesso impegnato al controcanto), a cui si susseguono gli interventi solistici, spesso molto vicini al tema stesso, di clarinetto, tromba, chitarra e piano (quasi sempre in questo preciso ordine, tanto che nei rari casi in cui tale ordine viene modificato, ad esempio per fare spazio ad un assolo di contrabbasso, emerge qualche piccola incertezza nel coordinamento degli interventi). Scorre così, davanti agli occhi di un pubblico particolarmente coinvolto, una sequenza di brani ben eseguiti che riportano alla memoria momenti ormai scolpiti indelebilmente nell’immaginario collettivo di chi quegli anni li ha vissuti o semplicemente li ha sentiti raccontare, da “L’Armando” alla meno nota “Taxi”, da “Vincenzina e la fabbrica” (tema conduttore del film “Romanzo Popolare” con il ruolo di Vincenzina interpretato da una giovane Ornella Muti e che nel 1975 valse alla rivelazione Michele Placido un Nastro d’Argento e un Globo d’oro) alla già citata “Messico e Nuvole”, dalla splendida ballad “Io e Te”, qui resa a tempo di una ballabile beguine, al 4/4 di “Veronica”, fino allo swing della celebre ed ironica “Faceva il palo”. Unica eccezione in un programma dalla formula monolitica, come dicevamo, l’esecuzione del grande successo di Jannacci “El purtava i scarp del tennis”, che Tomelleri, suo collaboratore sin dal 1957, ricorda come inizialmente scritta dal cantautore per il suo sassofono e fortunatamente mai eseguita e registrata in questo modo perché ritenuta inadatta allo strumento dallo stesso Tomelleri. L’eccezione citata è dovuta al fatto che il celebre brano viene eseguito prima in piano solo da Enrico Intra con una grazia ed una sensibilità che mettono in risalto il lato più drammatico della storia raccontata dalla canzone, e poi ripreso dall’orchestra, sempre con Intra al pianoforte, con una bella introduzione in solo del clarinetto a cui fa seguito l’esposizione tematica della tromba e poi l’esecuzione orchestrale in chiave swing, mentre Intra procede per accordi praticamente fino alla chiusura. Ancora grazie, Enzo!
Per la serata di chiusura del festival si ritorna sul più raccolto Sagrato della Pieve di S. Andrea; a salire sul palco è la Bocconi Jazz Business Unit, gruppo che nasce all’interno della nota Università milanese e che è integrato da alcuni musicisti esterni per completare la formazione. Il progetto “7 Wheels for Wheeler”, espressamente dedicato alle composizioni del trombettista e flicornista canadese scomparso lo scorso anno, ed in particolare a quelle relative al suo doppio album ECM del 1990 “Music for small and large ensembles”, vede la partecipazione del leader Marco Mariani (tromba), autore anche degli arrangiamenti, di Nicola Pecchiari (sax alto), Franco Bagnoli (sax tenore), Michelangelo Decorato (pianoforte), Luca Zollo (contrabbasso) e degli “aggregati” Linda Ittica Paganelli (voce) e Nicola Stranieri (batteria). Sono brani di chiara matrice anglosassone, che ben riflettono il pensiero musicale dell’artista, trasferitosi in Inghilterra sin dal 1952, per l’ampio respiro ed il sapiente controllo delle dinamiche che li contraddistinguono; musica ottimamente strutturata che si spinge sino ad un post-bop moderno, che pur materializzato nella classica forma temi-assoli-tema si caratterizza per l’utilizzo della voce come timbro piuttosto che per il canto (la Paganelli, come a suo tempo Norma Winstone, è di fatto il quarto elemento di una front line il cui punto di forza è il ripetuto gioco di unisoni e contrasti tra gli elementi che la compongono, anche se troppo spesso le linee melodiche della sua voce si sovrappongono a quelle della tromba del leader piuttosto che distaccarsene). Gli assoli sono ben distribuiti tra tutti i componenti del gruppo, anche se ad emergere sono, oltre al suono “wheeleriano” del leader, il fraseggio sciolto di Decorato (molto più evidente per la sua componente melodica che per la sua funzione armonica o ritmica) e la spinta del sax alto di Pecchiari, determinante per la riuscita delle ballad. In un climax che a tratti, per l’utilizzo della voce-strumento sovrapposta a quella dei fiati, nell’insieme rimanda a certo cinema italiano anni ’70, spiccano alcuni momenti particolarmente suggestivi con i tre fiati impegnati sul tema esposto dalla tromba ed i due sax in controcanto o con tromba e pianoforte intrecciati in un dialogo intimo e lirico al tempo stesso, su cui infine si innesta la sezione ritmica; ma il piatto forte della serata è la conclusiva “Sweet Time Suite”, che nel doppio album ECM occupa l’intero primo disco, particolarmente articolata e dai tempi e colori continuamente cangianti, con la front line ad esporre i temi che si succedono nei diversi movimenti ed intervallati da interventi solistici di pregevole fattura da parte di tutti i musicisti impegnati.
Il compito di concludere di serata e festival è affidato al rinnovato incontro tra la fisarmonica di Gianni Coscia ed i clarinetti di Gianluigi Trovesi, che per l’occasione si traveste da progetto speciale dedicato al compianto Umberto Eco ed approvato dalla famiglia del Professore, in un percorso “dalla monferrina a Kurt Weill”, come recita il titolo del progetto stesso, e che unisce alla consolidata miscela di musiche colte e popolari di cui ormai si è detto e scritto tutto il possibile, alcuni testi divertenti e talora dissacranti che il musicologo e Direttore Artistico del festival Maurizio Franco ha scritto e declamato sul palco, ricavati in parte dalle note di copertina che Eco, amico di Coscia dai tempi del liceo, ha composto per alcuni suoi lavori discografici e, nella parte finale del concerto, da una settantina di titoli e frasi di brani celebri scelti tra 100 che il Professore amava ed aveva citato nel suo romanzo del 2004 “La misteriosa fiamma della regina Loana”, aggregati in 4 letture “non sense” a sostegno del percorso dedicato dai due musicisti all’omaggiato. Inutile dire che la proposta dalla coppia Trovesi-Coscia si fonda su un perfetto interplay che unisce le potenzialità di due strumenti, l’uno di matrice jazzistica (il clarinetto) e l’altro popolare per definizione (la fisarmonica), attraverso un notevole controllo delle dinamiche e dei volumi di emissione, condendo il tutto con una buona dose di ironia che ne assicura la piena fruibilità da parte del pubblico e degli stessi artisti, che si divertono nel non prendersi troppo sul serio scherzando tra loro e con il terzo elemento sul palco Maurizio Franco, “disturbato” nella lettura dalle sottolineature provocatorie del clarinetto di Trovesi. Così si sviluppa un percorso articolato e divertente che batte i sentieri già esplorati da Fiorenzo Carpi, Jacques Offenbach e Kurt Weill, dal quale emergono via via come da un pentolone ribollente il Pinocchio di Luigi Comencini dipinto da un clarinetto jazz, le giostre di Piazza Savona ad Alessandria, l’antica Danza della Follia tanto cara ad Umberto Eco, l’operetta in jazz, la musica da camera, il Carnevale di Venezia, lo swing, il rhythm and blues, la serenata al chiaro di luna di Glenn Miller, per finire con una manciata di perle che hanno scolpito la storia italiana, da “Perduto amore (in cerca di te)” a “Pippo non lo sa”, da “Bambina innamorata” a “O surdato ‘nnammurrato” fino alla indimenticabile “Roma nun fa la stupida stasera”. Stranamente, invece, almeno per una volta, la Mazurca del Migliavacca trasportata sulle sponde del Mississippi resta solo una bella citazione di Maurizio Franco.
La proposta diversificata e di assoluto valore artistico di queste serate ripropone Iseo come la vera “casa del jazz italiano”, che si prepara nel 2017 a compiere le sue nozze d’argento con la XXV edizione del festival lacustre.