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Iseo e’ sempre la casa del jazz italiano

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Dopo il prologo di fine maggio con i “Piani Diversi” di Enrico Intra e Massimilano Motterle ed i commenti del Direttore Artistico Maurizio Franco, il clou di “Iseo Jazz” si è svolto in quattro serate nella cittadina lacustre, peraltro precedute da quelle di Palazzolo, Chiari e Darfo, confermando quanto sia corretto che il festival possa fregiarsi del titolo “La Casa del Jazz Italiano”


Iseo JazzDopo il prologo di fine maggio con i “Piani Diversi” di Enrico Intra e Massimilano Motterle ed i commenti del Direttore Artistico Maurizio Franco, il clou di “Iseo Jazz” si è svolto in quattro serate nella cittadina lacustre, peraltro precedute da quelle di Palazzolo, Chiari e Darfo, confermando quanto sia corretto che il festival possa fregiarsi del titolo “La Casa del Jazz Italiano”; in particolare vale la pena di segnalare la qualità delle proposte della serata di Palazzolo sull’Oglio, con la raffinata dedica del trio del pianista Stefano Battaglia ad Alec Wilder, complice la sensibilità dei suoi compagni d’avventura Salvatore Maiore al contrabbasso e Roberto Dani a batteria e percussioni, già incisa nel disco ECM “In the morning”, e la concreta esibizione del quartetto del trombonista Roberto Rossi, coadiuvato nel suo omaggio a Clifford Brown dalla solida ritmica di Marco Vaggi e Tony Arco e da uno splendido Giacomo Uncini alla tromba.
A Iseo la manifestazione prende il via giovedì 14 luglio nel magnifico scenario del Sagrato della Pieve di S. Andrea, con una serata che nonostante il forte vento ed il rischio pioggia vede un significativo afflusso di partecipanti. Apre le danze un duo decisamente particolare, composto dal vocalist e performer camuno Boris Savoldelli, e dal chitarrista di origini bresciane Walter Beltrami, ormai collaboratori abituali che hanno persino alle spalle l’esperienza condivisa di una tournée in Russia. La proposta “Attenti a quei due” è incentrata sulla rivisitazione di standard americani e di pezzi italiani dei lontani anni ’30 declinati con un approccio e con arrangiamenti poco consoni a quelli che si possono definire come canoni jazzistici, e che si spingono talvolta fino a vere e proprie decostruzioni e rimontaggi del brano originale, filtrati dalle esperienze onnivore dei due protagonisti, il cui legame si consolida attraverso l’utilizzo dell’elettronica che funge da collante ed elemento di raccordo, ed in particolare di una serie di pedali per la chitarra di Beltrami e di “loop station”, riverberi, echi ed altri marchingegni ad effetto di Savoldelli, non ultimo un vistoso anello blu in grado di modificare il suono della sua voce fino a deformarla completamente. Proposta interessante e fuori dagli schemi, impreziosita da una serie di interventi chitarristici davvero rilevanti; si susseguono una versione di “Caravan” appena riconoscibile, un bell’arrangiamento di “Nothing to lose” (scritta da Henry Mancini ed interpretata da Claudine Longet nel film del 1968 “Hollywood Party”), l’ironica “Pippo non lo sa” resa a tempo lentissimo, con una bella introduzione del tema da parte di Beltrami ed il sapiente uso dell’effettistica di Savoldelli, una versione “prog-rock” di “Ma l’amore no” con reminiscenze chitarristiche a tratti pinkfloydiane, sino a chiudere con una versione di “Georgia on my mind” che se non fosse per l’uso della chitarra elettrica potremmo definire acustica, interpretata con grande senso ritmico da Beltrami, trascinante anche a tempo medio, e con una suggestiva chiusura cantata da Savoldelli senza effetti né microfono.
Dopo la presentazione dell’interessante libro di Enzo Boddi “Uri Caine. Musica in tempo reale”, edito da Sinfonica Jazz Edizioni Musicali, che esplora le diverse sfaccettature artistiche del musicista di Filadelfia, ed un sentito ringraziamento del Direttore Artistico Maurizio Franco all’amico Fabio Chiarini per il suo supporto, durante il quale viene citato anche il portale su cui ci leggete, prende il via il secondo concerto della serata; la musica di Enten Eller (organico composto da Massimo Barbiero alla batteria, Giovanni Maier al contrabbasso, Maurizio Brunod alla chitarra e Alberto Mandarini alla tromba e al flicorno), dopo 30 anni, appare ancora affascinante ed attuale. Fascino che deriva certo dal particolare organico strumentale messo in campo, ma anche dalle potenzialità offerte da un sapiente dosaggio dell’elettronica utilizzata per variare la gamma timbrica esplorata da tromba e chitarra, nonché dall’utilizzo di tamburi particolari e di piatti di piccoli dimensioni integrati nel drum set. Brani dalla struttura particolarmente articolata, durante i quali il flusso sonoro cambia continuamente direzione, sia nei momenti giocati sul suono e sul timbro, sia in quelli più propriamente jazzistici o persino informali, pur essendo sempre evidente una linea melodica riconoscibile. Si passa così dalle ambientazioni di “Per Emanuela” di Barbiero ad una più jazzistica “Pragma”, scritta sempre dal batterista, autore peraltro di una pregevole introduzione al pezzo, che è poi valorizzato anche da un bel solo di contrabbasso, fino a “Mostar”, scritta da Brunod ed in grado di dipingere un paesaggio sonoro quasi da Far West, da cui emergono, dopo l’appropriata introduzione chitarristica dell’autore, due rilevanti interventi solistici di Mandarini e Maier; e infine “Torquemada” dello stesso Mandarini, con una bella introduzione di tromba sordinata ed effetti che si risolve in un riff appoggiato su un ottimo swing, per poi evolvere in un climax che sembra addirittura intrecciare i classici del noir con il jazz-rock anni settanta, dal quale emergono in sequenza gli ottimi assoli di Brunod, di Maier e di Barbiero (prima in dialogo con il contrabbassista e poi da solo), sino a concludersi con un momento informale a 4 voci che precede il ritorno allo swing iniziale a chiusura del brano e dell’eccellente esibizione.
Stesso luogo e stessa ora per la serata successiva, aperta in completa solitudine dal pianista bresciano Oscar Del Barba, che presenta il suo CD di imminente pubblicazione “Autoritratto”, con l’eccezione di due brani scritti per un altro suo progetto coevo, “OX Trio”. Si tratta di un pianismo contemporaneo di ottimo livello, ben sostenuto dal meraviglioso suono del pianoforte utilizzato (un “San Michele”, per la precisione) e dall’eccellente acustica della piazza, e di un lavoro che sintetizza il percorso artistico sin qui sviluppato da Del Barba, che evidenzia un’ottima maturazione sia come esecutore (oggi più poetico ed introverso, ma sempre dotato di una tecnica invidiabile, specie nel fraseggio della mano destra), che come compositore (per le strutture particolarmente articolate, ora politonali ed ora poliritmiche, al crocevia tra le musiche afroamericane e quelle euro-colte, con grande profusione di citazioni, persino alla dodecafonia). Il prodotto è un pianismo moderno ed affascinante, assolutamente godibile anche se non privo di dissonanze, dalle strutture rigorose che lasciano tuttavia ampio spazio a variazioni ed improvvisazioni, con il ritmo spesso assente e laddove distinguibile non poco frammentato. Il titolo dei brani, tutti originali, ben ne delinea i contenuti: da “Metaformosi” a “Ritmiko”, per giungere a “Episodes”, mini-suite piuttosto meditativa e composta appunto da 4 episodi che si ripetono per due volte, la prima rigorosamente conforme alla partitura e la seconda, invece, giocata sull’improvvisazione. Dopo un omaggio all’amato Bartók, uno dei momenti più affascinanti ed estroversi, la serata si chiude con l’onirico “Landscape”, in cui da un pianismo colto e meditativo affiorano qua e là progressioni per accordi e movenze blues, e con “Tritonius”, con più di qualche riferimento alle forme libere dell’avanguardia jazzistica, caratterizzato da un interessante lavoro percussivo sui bassi e dall’utilizzo della mano sinistra direttamente sulla cordiera dello strumento.
Dopo la presentazione del libro di Claudio Sessa “Improvviso Singolare”, storia del jazz raccontata attraverso i brani che lo hanno reso famoso piuttosto che in via rigorosamente cronologica come spesso accade, edita da “Il Saggiatore” e che a detta dell’autore precede un ulteriore lavoro che prenderà le mosse invece dalla strumentazione utilizzata, si procede alla consegna del primo dei due “PREMI ISEO 2016” allo stesso Sessa, già giornalista e Direttore della blasonata rivista “Musica Jazz”, per l’alta professionalità del suo lavoro critico e per il sostegno offerto ai musicisti italiani ed ai giovani che lo ha da sempre contraddistinto. E’ quindi la volta della prima esibizione italiana per il quintetto del contrabbassista Riccardo Del Frà, da 30 anni trasferitosi a Parigi, dove è Direttore del Dipartimento Jazz del Conservatorio, coadiuvato sul palco da Francesco Lento (tromba e flicorno), Maurizio Giammarco (sax tenore e soprano) e dai francesi Bruno Ruder, davvero eccellente al pianoforte, ed Ariel Tessier alla batteria. “My Chet, My Song” è un omaggio al poeta Chet Baker, con cui il contrabbassista tanto a lungo ha collaborato, tutt’altro che filologico ma chiaramente riferito allo stile del trombettista e cantante ed alla sua musica profondamente “cool”, che tanta fortuna ha avuto nel nostro Paese fino a diventare un simbolo della “Dolce Vita” felliniana. La riduzione del lavoro inciso e pubblicato da “Parco della Musica Records” con la partecipazione della Deutches Filmorchester Babelsberg, inclusiva di una sezione archi, alla versione per quintetto qui rappresentata, peraltro con tre dei cinque musicisti diversi da quelli che hanno partecipato alla prova discografica, non intacca la qualità della proposta artistica e la grande eleganza che avvolge tutta l’esibizione, dalla quale emergono decisamente il ruolo guida e la cantabilità del leader. Pur non mancando interventi solistici più che apprezzabili, a stupire sono la compattezza e la sonorità dell’insieme, in una formula che prevede per quasi tutti i brani l’esposizione della melodia o comunque una introduzione ad opera del leader per poi coinvolgere tutti i musicisti sul palco, con la ritmica impeccabile a sostenere i due fiati, impegnati in dialoghi serrati o in perfetti momenti all’unisono. Da segnalare almeno “I’m old fashioned” di Jerome Kern per l’introduzione per solo contrabbasso ripresa da un brano di Charles Trénet, l’intervento solistico di Lento, i ricami persino arabescati di Giammarco al soprano e la coda ai confini dell’informale; la superba “Wind on an open book” scritta dal leader; l’efficace medley tra la porteriana “Love for Sale” e la dedica di Del Fra a Shorter “Wayne’s Whistle”, per l’intoduzione poco lineare del contrabbasso e gli interventi solistici dei fiati; il bis “Leaving” di Richie Beirach, con flicorno e sax tenore, che rimanda al Chet più moderno. Un concerto forse privo di colpi di scena ma di livello decisamente internazionale.
A breve potrete leggere la seconda parte delle recensione, dedicata alle due ultime serate del festival

 

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