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Il lancio e le conferme. Anat Cohen e Kenny Barron a BG Jazz

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensione concerti

Bergamo Jazz ha presentato sabato 19 marzo quella che, a parere di chi scrive, risultava essere la data "clou" per il livello della proposta musicale, del resto mantenuta costantemente elevata per l'intera durata del Festival. Dave Douglas, nuovo Direttore Artistico, ha infatti abbinato nella classica formula del doppio set, due gruppi eccellenti, capitanati l'uno dalla clarinettista Anat Cohen e l'altro dal sommo Kenny Barron.


Kenny BarronBergamo Jazz ha presentato sabato 19 marzo quella che, a parere di chi scrive, risultava essere la data "clou" per il livello della proposta musicale, del resto mantenuta costantemente elevata per l'intera durata del Festival. Il noto trombettista Dave Douglas, nuovo Direttore Artistico, ha infatti abbinato nella classica formula del doppio set, due gruppi eccellenti, capitanati l'uno dalla clarinettista-rivelazione Anat Cohen (in quartetto) e l'altro dal sommo Kenny Barron che ritornava a Bergamo dopo 25 anni con il suo attuale trio, e la serata è stata premiata da un rimarchevole "Sold Out" al Donizetti, cartello che Bergamo Jazz, a conferma di quanto detto poc'anzi, ha finito con l'appendere spesso ai battenti.
Il concerto di Anat Cohen si è sviluppato su un doppio binario, con brani intimisti, dalle fragranze mediorientali, alternati a song e choro brasiliani rivisitati con cura e profondo rispetto, sulla falsariga del fortunato album "Luminosa". Il quartetto ha posto in solare evidenza anzitutto il livello raggiunto dalla scena jazzistica israeliana, sia autoctona che di stanza a NYC, e posto sugli scudi il pianista nemmeno ventenne Gadi Lehavy che sostituiva il più noto Jason Lindner dato in formazione, ed al quale è fin troppo facile predire un "luminoso" avvenire vista la qualità sciorinata negli assoli e il sostegno puntuale e continuo fornito in vena di accompagnatore.
Di certo la quarantenne Anat ama il proscenio e cerca con il pubblico un'intesa costante, ha un atteggiamento estroverso ed introduce i brani spiegandone la genesi, non lesina accenni di danza e strizzate d'occhio alla platea, ripagate da diluvi di applausi, sia quando il suo clarinetto tocca corde sentimentali ataviche in due brani legati alla figura della madre - l'original dedicato alla propria mamma israeliana "Ima" e il brano "Lilia" tratto dal songbook dell'amato Milton do Nascimento -, sia quando fa brillare il proprio virtuosismo esortando il quartetto a fare altrettanto, con il batterista Daniel Freedman fin troppo portato a prenderla alla lettera nell'eseguire assoli fragorosi e sopra le righe.
In scaletta hanno trovato spazio anche "Putty Boy Strut" di Flyng Lotus e soprattutto la spettacolare "Um A Zero", choro di stampo calcistico firmato Pixinguinha e Benedito Lacerda che affonda le sue radici al 1919 quando in uno storico incontro il Brasile regolò, di misura ma giocando da par suo, la "celeste" uruguagia.
Tra un set e l'altro, mentre qualcuno controllava l'andamento di un ben più sciapo Roma-Inter qualsiasi, Anat si è fiondata nel foyer con i suoi musicisti a firmare autografi e farsi ritrarre con il pubblico che pare averla eletta d'emblée quale sua beniamina. Personalmente, in attesa di ascoltarla ancora, magari alle prese con un materiale più strettamente jazzistico, ed in un concerto tutto per lei, nel quale possa mettere maggiormente a fuoco la sua proposta, la iscrivo prontamente sul mio libricino scalcagnato nel novero dei migliori clarinettisti attualmente in azione, accanto a Ken Peplowski, Darryl Harper e al nostro Mauro Negri.
Quanto a Kenny Barron, beh, che dire. L'uomo che si siede al piano e attacca "BeBop" è un pianista con un posto rilevante nella storia del Jazz, scelto giovanissimo proprio da chi quel brano lo scrisse, Dizzy Gillespie, per delle incisioni che tutti gli appassionati dovrebbero conoscere e custodire gelosamente nelle proprie discoteche.
Ed è infatti la storia del jazz quella che fluisce, elegante, diretta, asciutta, senza fronzoli o effetti speciali, dalle dita del pianista di Filadelfia che negli anni 80 affinava le sue qualità dirigendo quel gruppo insuperabile che furono gli Sphere o che diventava il fondamentale partner dell'ultimo, sontuoso Stan Getz, giusto per citare un altro paio di collaborazioni leggendarie.
Una volta salito in cattedra il nostro emoziona ad ogni cambio d'accordo con il suo tipico stile "angolare" andando a pescare da un repertorio estremamente vasto, pagando pegno al faro sempre acceso di Powell con il geniale original "Bud Like" per poi dedicarsi ad un delicato dialogo con il bassista Kyioshi Kitagawa, evocando in questo caso ("Nightfall") i duetti con un altro amico scomparso, Charlie Haden.
Anche l'ammiccante original "Calypso", inserito nell'ultimo disco del trio ed esempio della scrittura sempre melodicamente accesa di Barron, ha trovato posto in un set che ha sciorinato interplay moderno, con un elegante Johnatan Blake assoluto fuoriclasse ai membranofoni, un concerto che chi scrive ha trovato solo leggermente troppo breve ma, di fatto, completamente appagante.
Del resto non saprei dire quanti altri pianisti al mondo possano entrare con la sua sapienza nelle pieghe di un capolavoro dimenticato di Monk come "Shuffle Boil", che ha rappresentato probabilmente lo zenith della serata, e restituirlo in modo coerente e personale, firmato in modo indelebile.
Se qualcuno prima del concerto poteva avere qualche dubbio è giusto invece dire che le 73 primavere, per ora, sembrano non incidere affatto sul pianismo di Mr. Barron che, in tempi di idee paracule, tra esiziali islandesi od omaggi pianistici al David Bowie buonanima e a Jeeg Robot d'accatto, va avanti dritto per la sua strada, impermeabile alle mode, proponendo quello che, per semplificare, definiremo mainstream post-bop, in pratica jazz moderno della più bell'acqua, davanti al quale vien quasi d'obbligo l'inchino che s'usa al cospetto dei grandi della nostra amata musica.

 

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