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Il novembre dell’Atelier Musicale di Milano

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Dopo l’avvio di stagione dedicato alle orchestre, il mese di novembre ha visto succedersi sul palco dell’Auditorium della Camera del Lavoro di Corso di Porta Venezia a Milano, oltre al pianista contemporaneo Carlo Boccadoro, tre progetti tanto affascinanti quanto diversi tra loro, a conferma della trasversalità di questa edizione della rassegna Atelier Musicale.


Bennie MaupinLa XXII edizione dell’Atelier Musicale si è aperta in Ottobre con tre concerti che ben hanno rappresentato l’eterogeneità e la varietà dell’orchestra contemporanea; dalla musica moderna e globale dei Sousaphonix di Marco Ottolini, passando per la matrice etnica dell’Orchestra di Viale Padova, fino ad arrivare all’approccio più classico della Jazz Workshop Orchestra del bergamasco Marco Gotti, l’affezionato pubblico dei sabati pomeriggio meneghini ha potuto gustare un assaggio dei diversi sapori che oggi sanno portare in tavola le orchestre di medie e grandi dimensioni.
Nel mese di novembre la rassegna è proseguita nel suo percorso trasversale tra i generi e fortemente variegato nella proposta musicale; oltre al compositore e pianista contemporaneo Carlo Boccadoro, infatti, si sono succeduti sul palco i “Piani Diversi” di Enrico Intra e Carlo Balzaretti (concerto che, ad onor del vero, ha avuto luogo alla fine di Ottobre), un sentito omaggio alla canzone d’autore di Lucio Dalla ed un quartetto capeggiato da uno dei mostri sacri del jazz moderno, quel Bennie Maupin che chi ha qualche capello grigio può associare senza troppe difficoltà alla svolta elettrica del Miles Davis di “Bitches Brew”, pur nei panni di unico musicista acustico.
Il progetto “Piani Diversi”, ormai consolidato dopo una dozzina d’anni di concerti spesso molto ben riusciti, propone un incrocio del tutto particolare tra il pianismo jazz e quello contemporaneo; seguendo una formula ben rodata, il pianista “classico” (nell’occasione Carlo Balzaretti) sceglie insieme al musicologo Maurizio Franco e poi esegue una partitura scritta tra il ‘700 ed il ‘900, che il maestro Enrico Intra ascolta e rielabora subito dopo in una creazione estemporanea; dopo un gruppo di 2-3 esecuzioni, lo stesso Franco commenta per il pubblico quanto accaduto sul palco, esprimendolo secondo la sua personale interpretazione. Il risultato, nella specifica circostanza, è reso particolarmente interessante dalla grande qualità delle esecuzioni tecniche di Balzaretti, dall’eclettismo di Intra, sempre abile nel destrutturare e ricostruire forme e materiali in un flusso musicale completamente rinnovato, nonché dalla impagabile capacità di sintesi del musicologo nel descrivere a caldo le scelte dell’ottantenne pianista, ogni volta diverse e spesso sorprendenti.
Così, in un continuo gioco in bilico tra il sacro ed il profano, la notturna “Gnossienne nr. 1” di Satie viene rielaborata in una cellula modale reiterata che profuma di minimalismo, l’allegra “Allemanda” dalla quinta Suite Francese di Bach in una breve ma intensa parafrasi contrappuntistica e la sonata di Scarlatti “La Caccia”, luminosa e a tratti tronfia, in una sequenza di variazioni sul tema originale infarcita di dissonanze e reminiscenze ispaniche. E tra “Kinderszenen” di Schumann che si trasformano in ballad jazzistiche dallo sviluppo armonico complesso a sostegno delle splendide melodie originali e un preludio di Gershwin che trasuda blues feeling, c’è spazio anche per il valzer “Je Te Veux”, ancora di Satie, interpretato da Intra con piglio cabarettistico e per una parodia della “Andaluza” di Granados dal tema di colore ispanico appoggiato su fondali di stampo tipicamente jazzistico. La diversità tra i due universi espressivi si manifesta compiutamente nelle musiche da film oggetto del bis che conclude il concerto, dove mentre Balzaretti veste i panni dell’americano a Broadway, Intra indossa quelli del jazzista più informale, che divaga citando i materiali più disparati e poi, di punto in bianco, si alza e se ne va, per sottolineare come, in fondo, si tratti di un gioco, che peraltro non va preso troppo sul serio…
Il 21 novembre è la volta del progetto “Dalla In Jazz”, omaggio ad uno dei cantautori italiani più apprezzati dagli amanti di qualsiasi genere musicale e più vicino all’estetica jazzistica, musicista “tout court”, cantante, pianista, clarinettista ed artista dedito come pochi altri, nel mondo della musica popolare, alla pratica dell’improvvisazione; il quartetto sul palco affianca la voce non propriamente jazzistica di Anna Maria Castelli (vera e propria interprete della canzone d’autore, dalla vocalità a metà strada tra canto e recitazione) a tre musicisti che condividono l’amore per il jazz e per la musica mediterranea, ambiti espressivi che spesso nei loro progetti tendono a miscelare con estrema facilità (Simone Guiducci alla chitarra, Fausto Beccalossi alla fisarmonica e Achille Succi al clarinetto alto e basso ed al sax alto).
Operazioni del genere sono molto pericolose, perché ci vuole poco per scivolare nella cover o in un’inutile approccio filologico, con il rischio di riproporre qualcosa di molto simile all’originale e sicuramente meno convincente; ma la qualità degli arrangiamenti di Guiducci e la matrice folklorica che li contraddistingue, che peraltro rimanda alle ambientazioni del Gramelot Ensemble, di cui i tre musicisti impegnati sul palco costituivano il nucleo principale, costituiscono un tappeto sonoro particolarmente adatto per far emergere la qualità delle melodie di Dalla, interpretate senza eccessi dalla Castelli, che dà prova di grande equilibrio e saggezza nel non tentare di ripercorrere le impervie vie su cui si arrampicava con rara disinvoltura il cantautore bolognese.
Il viaggio ha inizio con una versione impeccabile di “Com’è profondo il mare”, dal testo decurtato e trasformata in un saltarello dal forte afflato melodico proposto da fisarmonica e clarinetto, nonché impreziosita da un bell’assolo di Succi; si continua con “Quale Allegria”, dal forte imprinting folk, con Beccalossi a doppiare con la voce il suono del suo strumento, prima che il climax si faccia più jazzistico per le dissonanze di Guiducci ed il fraseggio al sax alto di Succi. “Anna e Marco” si tinge di swing e di Brasile e dà spazio agli armonici della chitarra, al dialogo serrato tra fisarmonica e clarinetto e, nel finale, al timbro profondo del clarone; si cambia completamente atmosfera con “Caruso”, introdotta dai riverberi e dalle risonanze della chitarra e nella prima parte abbastanza fedele all’originale, a cui fa seguito una decisa virata di sonorità da cui emergono la fisarmonica di Beccalossi ed il clarinetto basso di Succi, impegnati in raffinati momenti solistici prima della dissolvenza che chiude il brano. “Cosa sarà” è introdotta in solo dal fisarmonicista, che usa tutta la sua vocalità per dar più forza all’esecuzione, ma presto il trio, spinto dal driving del clarinetto basso, lancia un’interpretazione vocale accorata quasi quanto quella che Lucio Dalla ha consegnato alla storia, ma che presto lascia spazio allo swing del gruppo e ad un prezioso solo di clarone, strumento che poi fa da sfondo per l’improvvisazione conclusiva di Guiducci; “Tango”, dopo una vibrante partenza dalle forme libere, è caratterizzata da atmosfere soffuse che amplificano la vocalità della Castelli, ed ancora una volta sprigiona uno swing intrinseco che libera il virtuosismo di Succi al clarinetto. Chiude il concerto “Cara”, introdotta dal clarinetto basso che precede un attacco in perfetto stile reggae della fisarmonica ed una splendida interazione della stessa con Succi, con tanto di intermezzo free; qui più che altrove appare evidente la perfetta fusione di jazz e canzone d’autore. Il bis è costituito da una eterea e rarefatta versione di “My Funny Valentine”, in una sentita dedica al pianista Renato Sellani, con cui la Castelli ha spesso collaborato, la cui coerenza con l’omaggio a Dalla si manifesta nell’esemplificazione di come l’incontro tra i due diversi universi espressivi ci abbia lasciato intramontabili gemme, accolte a pieno titolo tra gli standard jazzistici e poi eseguiti in ogni angolo del mondo.
Dulcis in fundo, il 28 novembre il palcoscenico dell’Auditorium accoglie un quartetto tutto da scoprire, con il polistrumentista Bennie Maupin impegnato a flauto, clarinetto basso, sax tenore e soprano, accompagnato da un eccellente piano trio di origini polacche, composto da Michal Tokaj al pianoforte, Michal Baranski al contrabbasso e Lukasz Zyta alla batteria. Il concerto è preceduto dalla presentazione di un interessante libro di Claudio Sessa (Improvviso Singolare), recentemente dato alle stampe dalla casa editrice “Il Saggiatore”; in una breve ma ben strutturata intervista a cura di Maurizio Franco, l’autore ha descritto i contenuti dell’opera, che di fatto è una storia del jazz che arriva fino agli anni ’90 vista da un punto di osservazione contemporaneo e focalizzato sulla società americana, attraverso la trattazione di aspetti e contesti sociali e, più in generale, non solo musicali.
Tornando al quartetto di Maupin, il settantacinquenne leader è apparso in forma smagliante, a suo agio sia con le parti scritte che con le forme libere, poco importa che si tratti di jazz, di funky o di rock, e la sua musica, che affonda le radici negli anni ’60 e ’70 e si è sviluppata fino alla contemporaneità, è ancora oggi godibilissima ed attuale, non fosse altro che per quelle reminescenze orientali che hanno influenzato tanti illustri colleghi, primo fra tutti il compianto Yusef Lateef. Oltre al clarinetto basso, che è la sua vera specialità e che utilizza in maniera del tutto singolare, giocando più sul soffio e sulle note dilatate per produrre atmosfere eteree che sullo stacco netto e sugli schiocchi tipicamente utilizzati sullo strumento, Maupin si ritaglia gli spazi più aggressivi e brillanti al soprano, altro fatto certamente particolare in considerazione della sua età anagrafica e dell’energia necessaria per sfruttare appieno i registri estremi dello strumento in questione. La sua interazione con il trio polacco è sorprendente, per quanto favorita dalla competenza del trio stesso, rivelatosi un’eccellente formazione a prescindere, compatta, scevra da eccessi o inutili virtuosismi ma incisiva ed efficace come poche altre. Tokaj, pur non nascondendo un pianismo debitore di Bill Evans, è riuscito a tradurre l’approccio della tradizione in una voce perfettamente personale e riconoscibile, con tocco agile e leggero ed interpretazione intima e raccolta ma mai introversa, caratterizzata da un fraseggio fluido ed estremamente bilanciato. L’apporto del contrabbasso è imprescindibile per la sua precisione sia nelle situazioni più immateriali che in quelle prettamente ritmiche, grazie anche alla capacità di Baranski di esplorare ogni possibilità timbrica dello strumento; ma la vera sorpresa è il drumming rilassato di Zyta, che sebbene penalizzato dall’acustica imperfetta dell’Auditorium ha saputo sfruttarla al meglio persino nei momenti solistici, caratterizzati da un uso sapiente dei tamburi più che dei piatti. Sia quando il ritmo si fa incalzante che quando la pulsazione si riduce fin quasi a sparire e lascia spazio al timbro ed al colore del suono, l’apporto di Zyta è essenziale e misurato, nonostante il suo eclettismo e la propensione a variare in continuazione tempi, timbri e ritmi, imprimendo direzioni sempre diverse al flusso musicale.
In estrema sintesi, un grande concerto, uno dei più belli ascoltati negli ultimi anni, con una scaletta che alterna composizioni originali di Maupin a pezzi di storia come “Il clan dei siciliani” o “Butterfly” di Herbie Hancock, nell’interpretazione di un quartetto capace di essere leggero o energico secondo necessità, e nel quale un trio perfettamente autonomo sa mettersi a disposizione della musica di un leader carismatico, che ricambia il favore concedendogli, con grande umiltà, tutto lo spazio necessario, anche a livello solistico, per renderne evidenti le indiscutibili doti. Sono certo che sentiremo a lungo parlare di Tokaj e dei suoi compagni…

 

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