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Danilo Rea all'Auditorium di Morbegno

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Recensione concerti

Impegnato nel montaggio della colonna sonora del film "I bambini sanno", Danilo Rea e Walter Veltroni parlarono a lungo ed il regista, scrittore e uomo politico, suggerì al pianista vicentino l’idea di un album con la rilettura dei brani dei Beatles e dei Rolling Stones ("Something In Our Way", da poco uscito per Warner Music). A dire il vero, una idea né nuova, né originale.


Danilo ReaImpegnato nel montaggio della colonna sonora del film "I bambini sanno", Danilo Rea e Walter Veltroni parlarono a lungo ed il regista, scrittore e uomo politico, suggerì al pianista vicentino l’idea di un album con la rilettura dei brani dei Beatles e dei Rolling Stones ("Something In Our Way", da poco uscito per Warner Music). A dire il vero, una idea né nuova, né originale, se si pensa che il primo tributo ai fab four in forma di album risale nientemeno che al 1966 (Count Basie, "Basie’s Beatles Bag" per la Verve), e oltretutto piuttosto rischiosa nel suo sviluppo, anche se il repertorio di Lennon e McCartney già era nelle corde di Rea (si pensi alle esperienze con Doctor 3).
Per evitare il rischio di un calligrafismo sterile, la maggior parte dei jazzisti, soprattutto se cantanti, si è sempre limitata ad inserire in repertorio solo alcuni brani beatlesiani, anche perché la musica dei quattro di Liverpool sfugge ad una catalogazione entro uno stile unico e ben definito, passando dai vagiti beat al sound psichedelico, costituendo di fatto una sorta di continuo "work in progress" per tutto l’arco della loro breve carriera.
Ecco quindi che la molteplice ripresa di alcuni hit, penso in particolare a "Yesterday" e "Norvegian Wood", appartiene più che ad una impronta stilistica definita, originale contributo dei Beatles ad un moderno repertorio di standards, alla estemporanea creatività e sensibilità dei jazzisti che ne eseguono le loro versioni.
L’approccio di Danilo Rea, applicato già in altri contesti dalle arie liriche alle canzoni di De Andrè, è allo stesso tempo semplice e complesso: semplice perchè la melodia viene privilegiata e diventa il tessuto connettivo che permette l’incastonamento di un brano nell’altro, con medley a volte sorprendenti e a volte direttamente conseguenti. Complesso perché il pianista destruttura, scompone, smonta per poi ricostruire con pazienza il filo melodico di ogni brano.
Un lavoro eseguito con scioltezza e facilità, testimone delle indubbie qualità tecniche e della piena padronanza dello strumento, che permette a Rea non solo di rivestire di nuovi e luccicanti abiti, una musica da tutti conosciuta ma spesso di penetrarne l’essenza in profondità.
Sicuramente la mancanza di una sezione ritmica ne limita la componente swingante, d’altro canto la solitudine consente fulminei cambi di tempo e direzione. Intelligente nell’approccio, evitando formule di abusata compiacenza, il concerto non può che essere di durata contenuta entro l’ora, ora e un quarto, per evitare secche timbriche e mantenere vivo il piacere dell’ascolto.
La splendida sala dell’Auditorium ha visto cosi’ un continuo inanellarsi di temi di Lennon e McCartney, spesso mimetizzati e empaticamente tramutati in brani di Jagger e Richards. Dall’iniziale "As Tears Go By" divenuta "Here Comes The Sun", fino al secondo bis, una "Let It Be" trasformata in "Bocca di Rosa", unico strappo al tema del concerto.
L’ascolto di "And I Love Her", un brano breve e magnetico, mi ha portato per analogia a confrontare la versione dello stesso pezzo presente sia in "Something In Our Way" sia nel nuovo multiplo box di Brad Mehldau. Rea ne tratteggia una versione breve, di leggerezza calviniana, lucente e sensuale. Mehldau costruisce una formidabile versione di stampo sinfonico. Entrambe, nella loro diversità, magnifiche variazioni sullo stesso semplice spunto tematico.
Alla fine della serata, la prima della 20° stagione di Quadrato Magico e sicuramente molto apprezzata dal pubblico presente, mi risuonano nella mente i ritornelli di molti brani che hanno segnato un’epoca e l’impressione che il talento di Danilo Rea viva una fase di piena maturità, e ambiziosamente potrebbe puntare a molto più che alla rilettura di nuovi standards.


 

 

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