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Il tour de force di Saalfelden

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Anche quest’anno sui palcoscenici della cittadina austriaca di Saalfelden è sfilato il meglio dell’avanguardia jazzistica e, a giudicare dall’entusiasmo degli organizzatori, sembrava fosse la prima volta, sebbene la rassegna sia ormai giunta alla trentaseiesima edizione. Dopo l’eccellente sintesi di Roberto Dell’Ava, ecco qualche ulteriore considerazione da parte di chi c’era.


Saalfelden Jazz 2015Innanzitutto a Saalfelden non c’è solo il Mainstage al Palazzo dei Congressi; ci sono anche gli Shortcuts al Nexus, che spesso vedono impegnati gruppi che nulla hanno da invidiare a quelli che si esibiscono sul palcoscenico principale, e soprattutto la City Stage e gli Almkonzerte (detti concerti in montagna, anche se in alcune sedi il dislivello dal centro cittadino non supera i 200 metri), completamente gratuiti, che hanno lo scopo e la nobile pretesa, proponendo musica meno complessa, di coinvolgere il pubblico locale ed i curiosi, che magari non sono interessati al punto di acquistare un abbonamento ma accolgono volentieri l’invito a passare qualche ora spensierata.
Tra i CITY CONCERTS vale la pena di citare almeno quello di Madame Baheux, interessante quintetto tutto al femminile che ha proposto un’interessante miscela di rock, musiche balcaniche e orientali, reminescenze euro-colte, valzer e chi più ne ha più ne metta; accattivante, ironico, forse a tratti un po’ pacchiano ma certamente divertente. Da ricordare inoltre il sabato mattina tutto italiano; prima la Vucciria, quartetto di stanza a Graz ma composto da tre siciliani ed un francese, che ha proposto folklore isolano e tarantella con tanto di coppola e scacciapensieri, di grande effetto sul folto pubblico per le indubbie doti di intrattenitore di Toti Denaro, il quale con piglio cabarettistico ha condotto l’esibizione, conclusa da un solo di tamburello e da un brano cantato in siculo-tedesco accompagnato dal battimani dei presenti; a seguire, la splendida esibizione della Banditaliana di Riccardo Tesi (organetto diatonico), con Maurizio Geri (voce e chitarre), Claudio Carboni ai sassofoni e Gigi Biolcati (batteria, percussioni, kalimba e cori), impegnata in un progetto che tanto deve al ballo liscio ed alla musica popolare, ma in particolare alla campagna toscana ed ai canti propiziatori dedicati al mese di maggio, che porta i suoi frutti a chi vive dei prodotti della terra. Una menzione particolare per l’approccio timbrico di Biolcati e la deliziosa intonazione della voce di Geri, perfetta nonostante fossero solo le 11 del mattino.
Difficile, in un cartellone così fitto, trovare il tempo per partecipare agli ALMKONZERTE; siamo tuttavia riusciti ad ascoltare, la domenica mattina, la Großmütterchen Hatz Salon Orkestar, in quello che si può definire il concerto giusto al posto giusto: cinque virtuosi austriaci di origine gitana che hanno regalato un paio d’ore di balcani e medioriente utilizzando anche strumentazione particolare (dai sassofoni alla viola, dall’hang ad una coppia di cucchiai da cucina), sotto un tendone da Oktober Fiest in una girandola di birra e salsicce.
Venendo agli SHORTCUTS, oltre alle attese conferme della qualità delle proposte artistiche del Graewe / Reijseger / Hemingway Trio e del Sao Paulo Underground di Rob Mazurek, è assolutamente da mettere in evidenza il progetto del quartetto di Régis Huby (violino), con Marc Ducret alla chitarra elettrica, Bruno Angelini (piano e tastiere) e Michele Rabbia alla batteria, per l’occasione dotato anche di un PC con cui controllava alcuni effetti pre-registrati. Bellissima suite in 7 parti della durata di 90 minuti abbondanti, che incrociava il jazz, il rock e la musica contemporanea; temi molto godibili nonostante un certo minimalismo e grande coerenza dell’insieme, con il violino effettato del leader che passava agilmente dal puntillismo all’estremo virtuosismo e ben si accoppiava alla chitarra hendrixiana di Ducret, capace di efficaci esposizioni tematiche che si adagiavano sui tappeti armonici creati dalle tastiere e dal pianoforte di Angelini. Il tutto integrato dai ritmi e dai colori continuamente cangianti della sempre creativa percussione di Michele Rabbia. Molto interessante, anche per i palati più difficili.
E infine il MAINSTAGE, che per tre giorni ha ospitato almeno 800 persone, ma a giudicare dalla gente stipata ovunque forse di più. Fuoco alle polveri e prima delusione (una delle pochissime, ad onor del vero) per il gruppo austriaco-sloveno-americano di Maja Osojnik; una sorta di minimalismo paranoico fatto di ambientazioni scure e bombardamenti di matrice urbana, che ha prodotto un effetto straniato ed alienante. Qualche squarcio di stampo cameristico interessante, ma la completa mancanza di ritmo, swing e, in generale, di un flusso musicale in qualche modo articolato ha spiazzato i più. Siamo aperti ai suoni moderni e a qualsiasi forma di avanguardia, ma alla fine un po’ bisogna anche suonare ….
Molto apprezzabile invece l’esibizione del Chris Lightcap’s Bigmouth, che ha presentato il suo nuovo CD “Epicenter”, suonando un jazz fresco e moderno, basato su strutture solide nonostante qualche tema sia risultato un po’ ridondante. Il tenore bruciante di Tony Malaby ed il contralto di Chris Cheek, cui dopo una quarantina di minuti di concerto si è aggiunto per un brano quello dell’ottimo Andrew D’Angelo, hanno spesso lavorato all’unisono, ma quando le voci si sono separate il risultato è stato sorprendente; i punti di forza del gruppo sono comunque la compattezza dell’insieme, sia a tempo lento che veloce, e la cantabilità dei temi. 
Ottimo concerto anche per  The Bureau of Atomic Tourism, sestetto multinazionale che ha proposto, con rare eccezioni, una musica energica, con inserti e schegge free che si incastravano in strutture ben definite, in un’equilibrata mistura di scrittura e improvvisazione, da cui emergevano i soli brucianti del contralto di Andrew D’Angelo (che ha mostrato di trovarsi a suo agio anche nel proporre le linee morbide e sinuose del suo clarinetto basso) e le urla lancinanti della tromba di Magnus Broo, ben coadiuvati da una ritmica di tutto rispetto, su tutti l’imprescindibile basso elettrico di Ingebrikt Haker Flaten.
Ha chiuso la prima giornata il progetto “Return the Tides: Ascension Suite and Holy Ghost” del rodato sestetto  Rob Mazurek and Black Cube SP; dopo l’introduzione con tutti a scuotere e percuotere tutto, che ha ricordato le esibizioni dell’Art Ensemble of Chicago, la tensione si è stemperata ed i temi e gli assoli della nitida tromba del leader si sono fatti breccia tra la ritmica incalzante e le voci sudamericane, intese a ricordarci l’origine brasiliana del progetto. Un tour de force per il leader, sempre in bilico tra melodie cantabili e violenti squarci luminosi, tra lirismo e urgenza espressiva, così come per Thomas Rohrer, che alternando la rabeca al sax soprano ha evitato quel rischio di monocromaticità che è tipico di questa tipologia di progetti. Forse non la miglior produzione di Mazurek, ma certo un concerto intenso e godibile, come conferma la nutrita presenza in sala quando erano ormai le 2 del mattino. 
Il sabato apertura affidata al quintetto svedese/norvegese Atomic, altro gruppo di grande energia e potenza espressiva, che ci ha fatto ascoltare la sua ultima fatica discografica, dal titolo “Lucidity”. Anche in questo caso trascinanti Ingebrikt Haker Flaten, sebbene impegnato al contrabbasso, persino in completa solitudine, ed il trombettista Magnus Broo, già ascoltati il giorno prima; più defilato, almeno nei momenti più convulsi, lo spigoloso pianista Havard Wiik, mentre tutto il resto del gruppo ha svolto egregiamente il suo dovere, specie il batterista Hans Hulbaekmo nei dialoghi serrati con il contrabbasso. Forse l’unico appunto è che la musica proposta è abbastanza scontata e poco innovativa, ma certo l’espressività del quintetto merita più di un ascolto. 
A seguito dell’imprevista assenza del sestetto Supersonic di Thomas De Porquery, cambio di scaletta e a salire sul palco è toccato al trio di Michael Riessler (clarinetto basso e sax soprano), con Vincent Courtois al violoncello e Pierre Charial all’organo di Barberia; un incontro difficile a partire dalla formazione, che dopo il grande interesse iniziale destato dall’utilizzo di uno strumento inusuale per il jazz come l’organo a rulli, di grande impatto scenico, ha lasciato diverse perplessità. La scarsa flessibilità dello strumento in questione ha finito con il limitare pesantemente il contributo del violoncellista, che si è limitato a creare qualche tensione armonica e ad esporre qualche melodia, ma senza incidere con il suo talento; il concerto si è quindi giocato tutto sul virtuosismo del leader, peraltro davvero apprezzabile, e sul suo dialogo con i rulli di carta di Charial. Piacevole, ma non eccezionale.
Ho sentito pareri contrastanti sul concerto dell’Angelica Sanchez 5et, con valutazioni oscillanti tra gli estremi negativi e positivi; forse visti i grandi valori in campo (oltre alla leader, Marc Ducret alla chitarra, Ellery Eskelin al sax tenore, Drew Gress al contrabbasso e Tom Rainey alla batteria) l’asticella delle aspettative si era alzata oltre misura. Fatto sta che dalle atmosfere rarefatte e a tratti ipnotiche, terreno ideale per il virtuosismo della pianista, è emerso un flusso sonoro statico, troppo controllato e privo di idee, condizionato inoltre da una quasi totale assenza di intensità. Le cose migliori sono venute da Ducret e da Rainey, guarda caso sempre in concomitanza di un aumento del ritmo, con la leader impegnata in un approccio più percussivo. Forse non è un caso. 
Sala particolarmente affollata per l’esibizione di Steve Coleman and the Council of Balance; la band, composta da 14 elementi, ha presentato il lavoro “Synovial Joints”, che tanto aveva impressionato su disco. Naturalmente è impossibile di questi tempi, soprattutto per motivi di budget, portare in tour gruppi di tali dimensioni senza dover operare qualche rinuncia, e così Coleman ha ingaggiato qualche giovanissimo, probabilmente suo allievo o comunque ancora poco più che studente, suscitando qualche confronto, naturalmente sconveniente, tra l’esibizione e la qualità del progetto discografico di riferimento. Evitando tale paragone, il concerto è comunque ben riuscito; le eccellenti partiture e gli arrangiamenti sono stati ben eseguiti, con la ritmica e gli archi che si sono messi al servizio dello strumento melodico e del solista di turno (di solito il leader o il trombettista Jonathan Finlayson). Avevo sempre nutrito dubbi sulla circolarità della musica di Coleman e sul suo ricorrere a temi reiterati troppo a lungo; questa volta li ho sciolti e ho davvero apprezzato il progetto, con le sue delicate rimembranze orientali, il suono nitido e senza sbavature di Finlayson, la grande cromaticità dell’insieme, lo swing intrinseco delle composizioni, la modernità delle melodie, i superbi impasti sonori. Fino al pregevole assolo di batteria di Sean Rickman nella lunga sezione finale, a tratti dalle tinte afro-cubane.
Subito dopo l’elegante esibizione di Coleman e della sua band, dal palco il gruppo JU, con l’ospite Kjetil Moster ai sassofoni e clarinetti, ha inondato la sala con il suo pseudo hard-rock, con profusione di watt e chitarre distorte in abbondanza; anche per gli amanti di Zorn, una proposta che davvero aveva poco a che fare con il jazz, comunque lo si voglia declinare. Moster, poco integrato con le dinamiche del gruppo, ha sparato qualche bordone e fraseggiato un po’ col baritono, facendo forte uso del vibrato, ovviamente quando la massa sonora lo consentiva; con i suoi interventi, comunque, soprattutto sui brani a tempo lento, è talvolta riuscito ad interrompere la monotona ed incessante ritmica, con il basso elettrico sempre pronto a ripetere all’infinito gli stessi ostinati. Evitabile, ed eventualmente da ascoltare all’esterno della sala, quanto meno per salvaguardare le nostre orecchie …
Il cambio di scaletta sopra menzionato ha avuto la pessima conseguenza di relegare il concerto dei Mostly Other People Do The Killing a tarda notte, un vero peccato per chi, non amante delle ore piccole o scoraggiato dal rock degli JU, vi ha rinunciato; l’esibizione del quartetto composto da Moppa Elliott al contrabbasso, Jon Irabagon ai sassofoni, Ron Strabinsky al pianoforte e Kevin Shea alla batteria è risultata la più entusiasmante dell’intera rassegna. In abito formale, i quattro “bravi ragazzi” hanno fatto salire il livello di adrenalina sin dal primo brano, con decine di cambi di ritmo, di tempo e di climax anche all’interno dello stesso pezzo, percorrendo in qualche decina di minuti tutta la storia del jazz, dall’era dello swing all’avanguardia. E forse non solo. I quattro virtuosi, a cui suggerirei solo di abbassare leggermente il volume della batteria, hanno proposto brani tratti dal loro repertorio e dal loro prossimo album, in uscita a ottobre, con grande blues feeling e passeggiando senza flessioni dalla Chicago anni ’30 alla New York dei giorni nostri. Jazz moderno ma saldamente legato alla tradizione, da cui emerge una fucina di idee in ogni singolo brano. Brillante, geniale, coinvolgente, persino divertente nei parlati ….. Cosa si può chiedere di più ad un solo concerto?
L’ultima giornata del Mainstage è stata aperta nel primo pomeriggio della domenica dal quintetto Ken Thomson and Slow/Fast; ed è stata un’altra gran bella proposta. Il gruppo, compatto negli unisoni e rilassato al punto giusto, ha proposto temi prevalentemente “soft”, moderni e decisamente interessanti, ed ha messo in luce le grandi doti della front line (Ken Thomson al sax contralto e clarinetto basso, Russ Johnson alla tromba), capace di pregevoli assoli e di belle variazioni a due voci. Pregevole l’apporto del chitarrista Nir Felder, per quanto limitato a funzioni di accompagnamento e di raccordo tra la front line e la ritmica. Grande prova d’insieme e brani di alta qualità tematica e strutturale. 
Il recital pianistico di Matthew Shipp, che su CD è recentemente tornato alla composizione dopo anni di lavoro in contesti diversi, si è concretizzato in un viaggio di 60 minuti circa senza soluzione di continuità tra standard più o meno noti, che hanno messo in luce la sua impeccabile tecnica, specie nei passaggi più veloci con le due mani che si rincorrevano sulla tastiera, ed il suo fraseggio nervoso e a tratti percussivo; figurazioni free form si sono alternate a momenti più melodici, il che ha reso il concerto fruibile ai più, anche se le lunghe reiterazioni di alcune cellule tematiche hanno conferito un po’ troppa staticità al flusso sonoro. Tra i brani eseguiti, una versione molto personale della monkiana “Straight No Chaser”, con diverse soluzioni melodiche ben ricercate. 
Anche il concerto della  Fire! Orchestra (18 elementi, tra i quail persino un sax contrabbasso) ha diviso il pubblico tra favorevoli e contrari; effetti di scena da concerto rock o da disco club con fasci di luce sparati dritti negli occhi dei presenti, band funky-rock con due cantanti che intrecciavano le loro voci, suoni inevitabilmente sovrapposti, ritmi incessanti molto ripetitivi che rimandavano a certo jazz-rock-dance anni 80…. Ed il leader Mats Gustaffson al centro della scena a dirigere l’orchestra e la sessione fiati, che produceva urla di ogni sorta e cacofonie free, a ricordarci che pur sempre di jazz si trattava. Tutto sommato un’occasione sprecata, con tanta strumentazione impiegata per produrre un muro di suono spesso statico, senza variazioni dall’inizio alla fine di ogni brano, da cui le voci dei singoli strumenti faticavano ad emergere. Eppure si è trattato di una delle esibizioni più applaudite; i lunghi soli di chitarra e batteria di matrice rock e gli ostinati accompagnati da scenografie plateali probabilmente fanno ancora presa su tanti. Prendiamone atto.
Originale e davvero eterogeneo il concerto del Christian Mutspiel Trio, con il leader impegnato al trombone, flauti, piano, piano elettrico, piano giocattolo e voce ed accompagnato dal vibrafono del virtuoso Franck Tortiller e da Jerome Harris (chitarra, basso elettrico e voce). Quando il leader era impegnato al trombone, talvolta riverberato da un pedale, la musica si colorava di swing; Harris utilizzava il basso elettrico e Tortiller si lanciava in voli solistici di pregevole fattura. Laddove invece Muthspiel passava al pianoforte o ai suoi derivati, lo swing lasciava il passo ad una musica più colta e raffinata ed Harris passava alla chitarra. Ma c’era spazio anche per un pezzo cantato in tedesco dal leader al piano e doppiato dall’improbabile coro in falsetto di Harris, tra il serio ed il faceto; così come per un divertissement con Muthspiel ai flauti (sovraincisi con la tecnica del loop) ed Harris al basso elettrico ad intronare un “mantra” esoterico, divertente ed elegante. Su tutti svettava la grande perizia allo strumento di Tortiller, mentre decisamente stucchevoli erano i lunghi intermezzi parlati del leader, che tuttavia strappavano qualche applauso ad un pubblico sempre attento. 
La rassegna si è chiusa con il blues elettrico di James Blood Ulmer, accompagnato da una seconda chitarra, due batterie, basso elettrico ed una sezione di sax che ha fatto la storia del jazz (David Murray al tenore, Oliver Lake al contralto e Hamiet Bluiett al baritono). Ritmo incalzante, come è facile dedurre dalla formazione impiegata, forte impatto scenico, suono liquido delle chitarre, qualche lacrimuccia per una sezione fiati, peraltro poco riconoscibile in sala per il volume impossibile, che anni fa ci faceva venire la pelle d’oca ed oggi vede purtroppo solo il tenorista ancora in grado di prendere assoli vertiginosi senza colpo ferire, mentre i suoi due compagni cedono il passo sotto il peso degli anni. Formula trita e ritrita che però sembra resistere al tempo, specie per il carisma immutato del leader; musica da proibire però alle orecchie delicate. Scesi in piazza, il volume era più accettabile ed il grande schermo ci regalava, con distinzione di suoni, il tenore bruciante di Murray che ancora tanto amiamo.
In estrema sintesi tanta bella musica e poche delusioni, per un’esperienza particolarmente appagante. Credo che dopo questa “full immersion” mi ci vorrà qualche giorno per avere ancora fame di musica, peraltro difficile da soddisfare ìn Italia, quantomeno a questi livelli qualitativi; è come quando, dopo aver pasteggiato per tre giorni a caviale e champagne in un ristorante di lusso, ci si ritrova in una trattoria milanese a mangiare un piatto di pasta ed una cotoletta …. Riuscirò ora a tornare ad amare la cucina nostrana?


 

 

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