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Sogno di mezza estate a Saalfelden

Scritto da Roberto Dell'Ava on . Postato in Recensione concerti

Una estate eccezionale ha segnato anche la quattro giorni austriaca, all’insegna di un tempo sorprendentemente estivo e soleggiato. Il festival, giunto alla sua 36° edizione, ha confermato numeri e oggettività straordinarie. Si tratta infatti di una delle poche rassegne europee dove è possibile ascoltare una messe incredibile di concerti di cui una percentuale altissima di livello assoluto. 


Una estate eccezionale ha segnato anche la quattro giorni austriaca, all’insegna di un tempo sorprendentemente estivo e soleggiato. Ma, come sempre del resto, il bel tempo non è stato solo meteorologico. Il festival, giunto alla sua 36° edizione, ha confermato numeri e oggettività straordinarie. Si tratta infatti di una delle poche rassegne europee dove in 3-4 giorni è possibile ascoltare una messe incredibile di concerti (quest’anno 31), di cui una percentuale altissima di livello assoluto.
Non solo, ma nella buona parte dei casi si tratta di programmazione di band ed artisti che raramente abbiamo visto e vedremo in Italia e comunque mai tutti raggruppati nella stessa rassegna. In poche parole, una volta digerite le distanze, si ha la possibilità in un solo week end di ascoltare il meglio del momento jazzistico mondiale a prezzi ragionevoli ed in un contesto ambientale di rara bellezza. Le scelte programmatiche sono rigorose, nessuna concessione allo show business, e la macchina organizzativa è oliata ed efficace in misura imparagonabile per i nostri standards.
Naturalmente il festival ha una sua caratterizzazione artistica, evidente scorrendo i nomi in programma, e non si confonde con la maggior parte delle rassegne estive europee che invece sembrano un grand bazar di generi ed artisti quanto mai poco omogenei e spesso molto lontani tra loro. Fatte le dovute premesse, il compito di una recensione accurata dei 17 (!!!) concerti a cui abbiamo assistito spetta ad Ernesto Scurati. Da me una sintetica panoramica di impressioni e valutazioni personali:
IL MIGLIOR CONCERTO: senza dubbio Mostly Other People Do The Killing. Grande era la curiosità di vedere l’innesto del pianista Ron Stabinsky al posto dell’uscente Peter Evans. Ebbene, per classe, facilità, humor, virtuosismo, souplesse, idee e swing si è trattato di un set entusiasmante. L’intera storia del jazz e dei suoi differenti linguaggi in poco più di un’ora. Strabiliante. Molto meno strabiliante l’idea dell’organizzazione (unica pecca) di far esibire il gruppo alla una di notte.
DELUSIONI: dove per delusione si intende un concerto il cui risultato finale è stato inferiore rispetto alle attese. Sicuramente in questa categoria si ascrive il quintetto di Angelica Sanchez (Marc Ducret, Ellery Eskelin, Drew Gress, Tom Raney): la somma dei valori in campo faceva sperare in molto più che il rimestare poche e vecchie idee. Fire! Orchestra si è presentata in veste rutilante, luci e show da rock stars, ma la musica si è situata in un terreno friabile tra rimembranze della Sun Ra Arkestra, senza però possederne ne il carisma ne la qualità, ed un jazz rock molto spettacolare e scenografico ma di poca profondità.
CERTEZZE: qui si situa la maggior parte degli artisti, proprio a testimoniare l’elevata qualità della programmazione. Chris Lightcap ed il suo Bigmouth (Tony Malaby, Chris Cheek, Matt Mitchell, Gerald Cleaver) ha offerto un set potente e prezioso, perfettamente adeguato all’album bellissimo uscito in primavera. Rob Mazurek and Black Cube dopo un inizio percussivo un po’ contratto, in stile Art Ensemble of Chicago, si sono sciolti in un concerto multiforme e ispirato. Il quintetto scandinavo Atomic non impressiona per novità ma l’energia dispiegata e la forza strumentale dei singoli disegnano un set di rara potenza senza per questo scendere nella muscolarità gratuita. Steve Coleman è impegnato nella rilettura di "Synovial Joints", altro album che a fine anno raccoglierà una messe di consensi nelle varie classifiche, ma lo fa con una formazione piuttosto diversa rispetto al compact, e alcune assenza (Marcus Gilmore in particolare) unite ad una formazione classica composta da giovanissimi, fa si’ che il concerto per quanto buono non raggiunga l’intensità e la compattezza dell’album. Matthew Shipp in solo colleziona e cuce un lungo elenco di standards e lo fa con il suo stile nervoso e percussivo. Riccardo Tesi e la sua Banditaliana divertono e convincono nel tendone in piazza: non si tratta di jazz ovviamente ma che classe e quanta sostanza nella ricerca addentro la musica popolare del centro Italia.
SORPRESE: Teun Verbruggen è belga ma non è un ciclista come farebbe supporre il nome. E’ invece il leader di The Boureau of Atomic Tourism, un sestetto (Andrew D’Angelo, Magnus Broo, Jozef Dumulin, Hilmar Jensson, Ingebrigt Haken Flaten) che ha sfoderato idee originali ed arrangiamenti sorprendenti a profusione. Intenso, vario, stimolante. Troppe qualità positive per poterli ammirare anche da noi? Discorso simile per il quintetto di Ken Thomson (Russ Johnson, Nir Felder, Adam Amstrong, Fred Kennedy): musica fresca, vivace, ricca di interscambi e di situazioni complesse risolte con maestria. Fantastica la proposta del quartetto di Regis Huby (Marc Ducret, Bruno Angelini, Michele Rabbia): musica dall’andamento e dalla strumentazione cameristica che si apriva in squarci ora lirici ora dissonanti con un controllo ed una sobrietà mirabili.
VISTI: il trio di Michel Riessler (Vincent Curtois e Pierre Charial) è sorprendente solo per la strumentazione che prevede un organo a rulli manovrato con la manovella. Però le idee finiscono li ed il resto denota una mancanza di progettualità che vada oltre l’esercizio virtuosistico.
ERA MEGLIO SE NON LI VEDEVO: dopo otto ore tra treno e macchina per raggiungere Saalfelden come primo concerto ci è toccato il gruppo di Maja Osoinik, che certamente è una gloria locale ma che con il jazz (e forse anche con tutto il resto) ha poco da spartire. Molle, noioso, pretenzioso, cupo come i gargarismi vocali della cellista e il vuoto strumentale del resto della compagnia. JU è un trio rock ungherese più un sassofonista norvegese: ben poco da segnalare, roba trita e volume da test estremo Amplifon.
L’HO VISTO 30 ANNI FA PROPRIO QUI E NON E’ CAMBIATO: naturalmente sto parlando di James Blood Ulmer, concerto di chiusura quando l’overdose di musica avrebbe potuto essere sopportata con ben altra qualità. Lui suona sempre del rock-blues a volumi (in)adeguati. Questa volta si è portato appresso tre glorie degli anni 70’-80’ (David Murray, Oliver Lake e Hamiet Bluiett) però inudibili dagli spettatori (unica pecca del service). Che malinconia vedere Bluiett malfermo sulle gambe e seduto per poter suonare, uno struggimento.
IL PUBBLICO: come fin dall’inizio della storia del festival il pubblico ha democraticamente e magnanimamente applaudito tutti, buoni (tanti) e meno buoni (pochi). L’evidente (e per noi doloroso a confronto) interesse verso la musica e le sue varie sfaccettature dimostrato dai partecipanti è segno distintivo di un festival che ha fatto praticamente sempre il sold out, sia in piazza sia nelle strutture al coperto.

 

Commenti   

#6 alberto arienti 2015-09-04 23:07
A proposito di sopravvalutati, quando ci metteremo la Blue Note? Ormai è diventata il simbolo del jazz moderno "quello buono" in contrapposizion e alle astruserie e intellettualism i vari. Ci potrebbe anche stare il discorso senonchè è diventato un luogo comune così frequentato che merita di essere confutato. L'ho già fatto su FB in contrapposizion ea Sergio Veschi e mi ripeto qui. Blue Note ha avuto musicisti grandissimi in quantità considerevole ed ha pubblicato tanti bellissimi dischi. E' stata certamente il baricentro dell'hard bop, ma non è stata così centrale come si vuole far credere.
E' l'unica grande etichetta sopravvissuta assieme a Verve, ma Verve è considerata più mainstream.
In questa semplificazione si dimenticano pertanto etichette come Riverside, Prestige, Atlantic, Pacif Jazz, Impulse (troppo marchiata dal free, anche se il suo catalogo è più ampio di quanto si creda), Candid, Milestone, Columbia per citare le prime che mi vengono in mente.
E' anche vero che non è giusto spaccare il capello in quattro per una battuta, ma bisogna anche osservare che il meccanismo sottostante è quello che porta alla lunga alla pigriza per cui alla fine si citano sempre i soliti nomi,
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#5 Milton56 2015-09-04 22:25
".... con l'espressione di un D'Alema che indossa delle scarpe troppo strette". Mmmhh, dubito, se le fa fare su misura :-)

Quote "...mi sa che mi porterò dietro dosi massicce di Blue Note da usare alla bisogna tipo il Ventolin... "(unquote). Fabio, anche "Conquistador" ed "Unit Structures" sono dei Blue Note, e non per caso. :-) Saluti impertinenti. Milton56





E per l'anno prossimo possiamo anticipare urbi et orbi che Tracce di Jazz è stato invitato e porterà la sua bandiera (pirata) anche a Marciac, nel Gers, dove si tiene la rassegna jazzisticamente più pregnante del continente....
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#4 Fabio C. 2015-09-04 16:55
bel reportage, Rob! come puoi immaginare avrei seguito quasi tutti i concerti con l'espressione di un D'Alema che indossa delle scarpe troppo strette. Non sono mai andato a Saalfeden ma visto che magari una volta o l'altra ci andrò , anche perchè m'hai decantato flora e fauna d'estremo interesse, mi sa che mi porterò dietro dosi massicce di Blue Note da usare alla bisogna tipo il Ventolin (ogni quarto d'ora).

E per l'anno prossimo possiamo anticipare urbi et orbi che Tracce di Jazz è stato invitato e porterà la sua bandiera (pirata) anche a Marciac, nel Gers, dove si tiene la rassegna jazzisticamente più pregnante del continente....
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#3 Milton56 2015-09-04 12:37
Sarà, ma andando al nocciolo il Cantini concorda con Roberto su molti dei "primi della classe", ed anche su parecchi rimandati (Sanchez, Blood Ulmer (con tutto quel popò di sidemen che sivrra portato dietro...). La bocciatura con lancio del libretto in platea (bella usanza praticata ai miei tempi nelle aule universitarie) è poi la stessa quella musicista austriaca con cognome troppo complicato da citare, scusate sono per strada.. Oggi come oggi sono più importanti le critiche positive che fanno emergere il buono dal mucchio pletorico e confuso dell'attualità che non le stroncature, spesso specchio di ego critici snobistici e talvolta sanno addirittura di combine. Saluti plurali. Milton56
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#2 Roberto 2015-09-04 12:03
Come diceva Frassica, noto filosofo siciliano del secolo scorso, il mondo è bello perchè avariato. Ecco quindi una visione diversa, in alcuni casi del tutto opposta, di quello che è successo a Saalfelden: http://www.giornaledellamusica.it/blog/?b=558
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#1 Milton56 2015-09-04 09:23
Non c'è che dire, è l'articolo che avremmo voluto vedere su qualcuna delle nostre inclite gazzette, non si dice sull'imparrucca tissimo Corsera, ma almeno sulla trendyssima Repubblica (anni fa, quando era meno provinciale ed autocompiaciuta , lo avrebbe fatto).
La puntualissima cronaca mi ha dato qualche colpetto al cuoricino: anche Bluiett male in arnese, eppure non è ancora nell'età dell'v estrema vecchiaia...qui ndi addio anche al World Saxophone Quartet, :-( . Certo che ancora oggi i jazzmen sembrano inseguiti da un destino malevolo che sopravvive all'epoca delle dipendenze e della vita nel ghetto. Mah, passiamo a cose più lievi.
Le "delusioni da concerto". Argomento su cui occorre fare qualche ragionata riflessioncina. Qui in Europa spesso conosciamo le band nella loro versione "da viaggio", allestita per costosi e talvolta lunghi tours oltreoceano: è quasi ineluttabile che si registrino defezioni (motivi familiari e di salute, alleggerimento dei costi...) rispetto alle formazioni "deluxe" assemblate per pochi giorni di lavoro in sala d'incisione od a quelle cementate nella pratica quotidiana del lavoro a corto raggio nei clubs degli States. En passant, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa qualcuno che ci leggeva e che con questi problemi combatte tutti i giorni per lavoro... ;-)
È un handicap che noi ascoltatori europei scontiamo (salvo forse quelli che vivono in paesi che dispongono di un circuito di clubs in grado di consentire un pacchetto di scritture più nutrito e continuo, non è certo il caso nostro), quando andiamo ad ascoltare un sospirato concerto di un nostro preferito ricordiamoci di fare mentalmente una certa "tara" rispetto all'immagine del musicista o del gruppo che ci siamo formati ascoltando i dischi (spesso accuratamente prodotti - eh sì, succede ancora :-) - e talvolta frutto di ripetute prove, nei concerti non c'è mai la take no.2..). Tanto per passare dalla verbosa teoria alla pratica, facciamo l'esempio di Steve Coleman (grande musicista e soprattutto bandleader come ce ne sono pochi oggi): da tempo Steve ci ha abituato su disco ad una musica che richiede organici complessi e variati, che esigono un ambiente acustico controllato oltre a grande affiatamento tra i musicisti (quei 'tutti' compatti su linee sinuose, gli stop di esattezza cronometrica etc.).
Proprio perché Coleman è musicista anche di gran mestiere (è uno che ha debuttato in quei "buchi"' dei lofts della New York anni '70, quelli veri, mica quelli di oggi progettati dall'Architetto - maiuscolo prego :-) ), certamente dopo una breve ricognizione del campo ci proporrà una interpretazione della sua musica compatibile con risorse e circostanze del momento (tra cui rientriamo anche noi "pubblico" con l'atmosfera che facciamo percepire... essenziale nel jazz) e che nello stesso tempo mantenga l'intensità e la chiarezza d'espressione attesa.
Quanto alle formazioni "all stars", si tratta di un altro scotto che si paga inevitabilmente alla programmatica "eccezionalità" dell' evento festivaliero: ma il discorso sulla "musica delle arene" e quella " dei club" ci porterebbe lontanissimo. Per un' altra volta...Milton5 6
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