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Il passo felpato del gatto grigio (parte 1)

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Nonostante il contesto sia particolarmente difficile e le risorse scarseggino anche in quel di Maremma, gli organizzatori e il Direttore Artistico Stefano “Cocco” Cantini del “Grey Cat Jazz Festival”, longeva rassegna che quest’anno ha festeggiato la 35° edizione, hanno proposto ancora una volta un cartellone di tutto rispetto, ottenendo un buon riscontro di pubblico, sia in termini qualitativi che quantitativi.


Stefano “Cocco” Cantini, Antonello SalisTredici concerti, un’esposizione di arti visive, videoproiezioni di fianco al palco, una mostra fotografica, itinerari di arte contemporanea, convenzioni con musei, promozione delle tipicità agroalimentari locali; questo, oggi, è il Grey Cat Jazz Festival; e non è poco, se si considera quanto sia di questi tempi bistrattata la cultura nel Belpaese.
Venendo alla musica che tanto amiamo, sui palcoscenici di Follonica e dintorni si sono esibiti musicisti di casa nostra ed internazionali, già affermati ed emergenti, all’interno di un programma assolutamente eterogeneo, adatto ad ogni tipologia di pubblico.
Fuoco alle polveri domenica 9 agosto nella lontana Val di Cecina, a Castelnuovo, a cura del duo composto dal Direttore Artistico del festival Stefano “Cocco” Cantini al sax tenore e soprano (ed occasionalmente al pianoforte ed alle percussioni) e da Antonello Salis (fisarmonica, pianoforte e tutto ciò che era possibile percuotere). Dopo un inizio un po’ incerto in cui i due protagonisti, sulle note di “ Naima”, hanno faticato a trovare l’intesa perfetta che solitamente li contraddistingue, gli equilibrismi pianistici ed il lirismo del sax tenore si sono integrati alla perfezione in una splendida versione di “Angelica”, e subito dopo in un arrangiamento di “Over The Rainbow” rappresentativo di tutta la storia del jazz, dalla ballad da piano bar allo swing, fino all’informalità del free. Salis, vulcanico come sempre, ha costruito meravigliose architetture sonore gettando oggetti sulla cordiera del pianoforte e muovendosi agilmente tra quest’ultimo e la fisarmonica; Cantini, lirico al tenore ed ineguagliabile al soprano, si è insinuato con efficacia nelle trame intessute dal partner, e ne è risultato un concerto di grande spessore artistico ed impatto emotivo.
Tra i brani proposti, il popolare “Maggio dei ponti di Badia”, arrangiato da Cantini e reso in forma di ballata a tempo lento, con Salis che raddoppiava il suono della fisarmonica fischiettando ed il padrone di casa che accompagnava discreto al piano; “Donna Flor” di Lello Pareti e lo standard “Misty”, fitti di dialoghi serrati e di interventi solistici particolarmente concreti da parte di entrambi gli artisti; la versione di “Bocca di Rosa”, omaggio a Fabrizio De Andrè tratto dall’album Egea “Il Circo”, che si risolveva, senza soluzione di continuità, nella più che mai mediterranea “Maremma”; infine il bis “Orazi e Carpazi”, ancora di Lello Pareti, con un altro bel dialogo tra fisarmonica e soprano. Poi è arrivato l’immancabile temporale estivo ed il duo non ha avuto modo di soddisfare le incessanti richieste da parte del pubblico di un secondo bis. Coinvolgente.
Dopo l’esibizione della Magica Boola Brass Band a Follonica, il 12 agosto il trio inedito o quasi composto da Steve Kuhn al pianoforte, Steve Swallow al basso elettrico e Joey Baron alla batteria ha deliziato nel Castello di Scarlino il folto pubblico accorso per l’occasione; un trio assolutamente paritario, che ha proposto un programma di standard e composizioni originali integrando con disinvoltura l’eleganza ed il tocco leggiadro di Kuhn, l’incessante pulsione ritmica di Swallow e i poliritmi del creativo batterista della cerchia di Zorn. Sempre in primo piano il blues e lo swing, sin dal brano di apertura, lo standard “No Greater Love”, impreziosito da un bellissimo solo di Baron con le spazzole, che per la continua variazione ritmica e l’ispirata melodia pianistica da solo valeva il prezzo del biglietto.
La scaletta proponeva poi il blues “Two by Two” di Kuhn, caratterizzato dalla formidabile interazione tra le note blu del pianista ed il driving dei due partners, con Swallow che alternava interventi quasi chitarristici a irresistibili pedali di basso e Baron a spezzare il suo drumming leggero con break inattesi, anche a mani nude; a seguire due brani di Swallow, “Remember” (fortemente melodico ma con un interessante intermezzo ritmico) e “Ladies in Mercedes”, sospeso tra samba e musica da cinema italiano anni ’50, con un gran solo di basso in “guitar style” ed un’eccellente variazione sul tema della mano destra del pianista. Dopo la ballad di Jimmy Van Heusen e Johnny Mercer “I Thought about You” e lo swing di “Lujon” di Henry Mancini, noto anche come “Slow Hot Wind” ed infarcito di melodia ma anche di ritmi sincopati, il concerto si è concluso con il medley di Kuhn “Trends / Ocean in the Sky”; musica più complessa e cerebrale, con le armonizzazioni del pianista che creavano un’alternanza mai risolta di tensioni e rilasci, per poi evolvere nella parte centrale in strutture più lineari e metriche regolari, prima di due stupendi assoli di Swallow e Baron e del crescendo esplosivo finale, interrotto però da un apprezzato intervento “cantabile” del batterista, tutto giocato su cassa e tamburi, che dimostrava una capacità di controllo assoluto del timing per poi riconfluire nell’interrotto crescendo in trio a chiudere il pezzo. Il bis era un altro brano di Steve Kuhn, “The Zoo”, tema giocoso con tanto di improbabile cantato del pianista, che a questo punto non guastava. 105 minuti di grande musica.
La sera successiva, 13 agosto, i posti a sedere dell’Arena Le Ferriere di Follonica erano quasi esauriti per il superquartetto composto da Bireli Lagrène (chitarra), Antonio Faraò (pianoforte), Eddie Gomez (contrabbasso) e Lenny White (batteria); sarà stato il ricordo delle meraviglie della sera precedente, sarà che i supergruppi spesso creano aspettative poi difficili da soddisfare, fatto sta che il risultato, almeno a mio parere, non è stato dei più eclatanti, anche se devo riconoscere che il pubblico ha dimostrato comunque il suo apprezzamento. Se da un lato si sono ascoltati l’immenso bagaglio tecnico ed il raffinato pianismo di Faraò e si è avuta un’ulteriore riprova della concretezza e della capacità di dialogo di Gomez, semmai fosse ancora necessario, d’altro canto si può affermare che la stella del chitarrista manouche ha brillato solo a tratti, specie nei momenti solistici e nelle transizioni con quelli a cura del pianista, e che il batterista, per quanto preciso e puntuale, ha sempre e solo portato il timing, senza mai proporre variazioni ritmiche o cambi di colore.
Dopo una partenza a tutta velocità con un paio di brani in puro stile fusion anni ’80, con qualche riflesso blues e un pizzico di psichedelia, il flusso musicale si è fatto scontato, con la classica formula tema-assoli-tema ed un climax omogeneo e statico, da cui emergevano qua e là solo la passione e l’intensità di Faraò ed il moto perpetuo di Gomez, spesso impegnati in dialoghi intimistici di stampo cameristico che hanno costituito la vera sorpresa della serata. Peccato per Lagrène, che a tratti ha swingato in modo egregio, ma si è perso nelle pieghe della scarsa compattezza e progettualità della proposta, non trovando a parer mio adeguata collocazione nelle dinamiche del quartetto; sul palco sono anche sembrate scarse le idee, visto che dopo 45 minuti gli artisti hanno salutato il pubblico, che a sua volta ha dovuto reclamare a gran voce il bis per essere omaggiato di un’altra ventina di minuti di musica. Non una serata indimenticabile. (continua)

 

Commenti   

#2 Ernesto 2015-08-31 17:40
Concordo con te sulla scarsa espressività e ti ringrazio per il commento, caro Milton.
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#1 Milton56 2015-08-31 10:30
con un paio di brani in puro stile fusion anni ’80..". Oddio, ma non c'è ne eravamo liberati qualche decennio fa? Ancora le quintalate di watt plastificati e roboanti, passerella di ego strumentali smisurati, ma poveri di espressività? A parte il fatto che non vedo cosa ci sia rimasto da "fondere" oggi ;-). Comunque penna acuminata, L'Ernesto, complimenti. Milton56
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