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Emozioni forti e magica poesia in Val Seriana

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Il week end più interessante del festival di Clusone ha visto andare in scena ben cinque concerti con ottima affluenza di pubblico, dalle 250 persone che si sono trovate sotto la Danza Macabra il venerdì sera, fino ai 650 spettatori che domenica 2 agosto hanno invaso la Basilica per il concerto di Michel Portal e Bojan Z. E pochi racconteranno che non ne valeva la pena…


Michel Portal e Bojan ZEmozioni d’altri tempi, che in alcuni casi si sono spinti sino ad una sincera commozione, per il week end più atteso del Clusone Jazz Festival, quello che ha acceso i riflettori, con la sola eccezione della domenica pomeriggio a Rovetta, sui luoghi più suggestivi del paese che dà il nome alla rassegna.
E’ sempre difficile parlare di emozioni forti o di commozione quando si scrive una recensione di un disco o di un concerto, perché si rischia di essere criticati per la troppa generosità, ma davvero è difficile trovare altre parole per descrivere la magia creata dal connubio tra i meravigliosi scenari dei concerti e la grande qualità delle proposte artistiche messe in campo.
Il Presidente Gianni Facchini, il Segretario Paolo Poletti, il Direttore Artistico Gaetano Bordogna e tutto lo staff di Clusone Jazz Promotion hanno visto tanti sforzi e tanto duro lavoro ripagati da un vero e proprio trionfo; pubblico numeroso e soddisfatto, musicisti entusiasti della fantastica accoglienza che hanno dato tutto sul palco, fino all’ultima goccia di sudore, condizioni metereologiche avverse (il sabato) assolutamente ininfluenti sull’esito dei concerti, con gli spettatori che appena smesso di piovere asciugavano frettolosamente le sedie per spostarsi dai portici alla piazza e godere appieno della magia della musica dell’ottetto Multikulti, sorretto dalla mistica presenza sul palco dello spirito di Don Cherry a cui era dedicato il progetto. Ma andiamo con ordine.
La magia è iniziata alle 22.30 di venerdì 31 luglio, quando sotto al meraviglioso affresco della Danza Macabra il duo “Groove & Move” ha dato fuoco alle polveri del sontuoso week end; composto da Pasquale Mirra (vibrafono e percussioni) e Gabriele Mitelli (pocket trumpet, flicorno e percussioni) il duo ha proposto ai presenti un flusso musicale di 50 minuti senza soluzione di continuità, dove improvvisazioni libere e strutturate si alternavano proiettando nella piazza della Basilica paesaggi alpestri e rumori metropolitani, con i musicisti che passavano con agilità dalla ballad allo swing al jazz più genuino.
Un’ottima dimostrazione di come si possa fare musica con qualsiasi oggetto passi per le mani, da una ciotola di rame a un campanaccio; unici ingredienti gli strumenti, un alto tasso di creatività, un magistero tecnico immenso e, non ultimo, lo spirito di Don Cherry che emergeva qua e là fino a farsi presenza concreta nel bis, quel brano intitolato “Art Decò” che è manifesto della sua poetica musicale.
Il pomeriggio del sabato, alle 16.30, mentre la debole pioggia iniziava a farsi più intensa, il pubblico si stringeva sotto i portici della Piazza dell’Orologio per ascoltare l’improvvisazione radicale del trio M.R.C.A. (Most Recent Common Ancestor), ispirato da un’idea del batterista e compositore Cristiano Calcagnile che fa riferimento ad una disciplina esoterica che ricerca le prove inconfutabili dell’esistenza di una sola madre primordiale, di cui tutti gli esseri umani sarebbero figli. Grazie ad una strumentazione elettro-acustica estremamente eterogenea (il leader, oltre che la batteria, suona percussioni, oggetti vari, una drum table guitar ed effetti a volontà; Giancarlo “Nino” Locatelli affianca all’impareggiabile suono del suo clarinetto e del clarone oggetti vari e, soprattutto, campane di varia natura e dimensione; Massimo Falascone, oltre al sax alto, sopranino e baritono con cui sfoggia una tecnica da paura, gioca con una serie di oggetti disposti su un tavolino, inclusi una cracle box e un po’ di elettronica).
Il risultato è un magma sonoro ora denso, ora più rarefatto, da cui emergono suoni ancestrali che sembrano provenire da altre dimensioni spaziali o temporali, voci pre-registrate, plastiche figure mutanti, civiltà urbane e giungle esotiche, persino echi di Lacy e Coleman. Utilizzando la vasta tavolozza timbrica a disposizione nel migliore dei modi e tutta la gamma dei volumi dal piano al fortissimo, il trio spostava continuamente i riferimenti ritmici e dinamici per prodursi ora in momenti trascinanti per batteria, sopranino e clarinetto, ora in configurazioni decisamente meno tradizionali, in cui il baritono e clarinetto appoggiavano il dialogo su un arco di violino che segava in due un pezzo di polistirolo per poi lasciare il posto alle percussioni ed infine alla batteria.
Tra le tensioni e le dilatazioni del flusso musicale, privato di ogni riferimento, il pubblico di Clusone assisteva senza battere ciglio, mentre in situazioni simili abbiamo visto un gran numero di persone lasciare la sala, per poi esplodere in un boato finale, non prima di un assolo tribale del leader e di un momento intriso di swing per baritono, clarone e spazzole. E chiedeva persino il bis …. musica libera che solo un pubblico attento ed interessato può apprezzare fino in fondo.
La sera, sotto una pioggia battente, il pubblico tornava a stiparsi sotto gli stessi portici, ed il trio del pomeriggio (con un po’ di strumentazione in meno) veniva raggiunto sul palco da Pasquale Mirra con il suo vibrafono e le sue percussioni, Dudu Kouatè con il suo set di percussioni e cordofoni africani, il polistrumentista Paolo Botti con banjo, viola ed un meraviglioso violino cinese, Gabriele Mitelli con tromba, pocket trumpet, flicorno e genis, il contralto della famiglia dei flicorni, e Gabriele Evangelista al contrabbasso.
Gli omaggi ai grandi che hanno fatto la storia del jazz sono terreno scivoloso per tutti, tanto sarebbe facile cadere nel déjà vu o in operazioni filologiche improbabili, ma il Multikulti di Calcagnile ha saputo evitare ogni trappola omaggiando Don Cherry senza riproporne pedissequamente i brani più noti ed organizzando il materiale musicale in una serie di suite collegate tra loro da improvvisazioni, puntando sul collettivo piuttosto che sulle voci dei singoli, per quanto queste fossero chiaramente distinguibili dall’insieme.
Il maestro prendeva vita nelle ambientazioni esotiche e nei paesaggi eterei, nei suoni e nei colori, più che nelle composizioni, ed i musicisti sul palco, “sentendo” la passione ed il calore del pubblico, davano vita ad un rito sciamanico che scacciava persino il maltempo, facendo salire ancora di più l’adrenalina dei presenti; Mitelli vertiginoso con la pocket trumpet ed eccellente al genis, il suono pieno e rotondo del contrabbasso di Evangelista, Falascone e Locatelli che sembravano degli extraterrestri per il livello della loro prestazione, Botti sempre pronto a cambiare i colori alternando l’uso dei suoi diversi strumenti, Mirra come sempre imprescindibile con i suoi timbri cangianti, Kouatè nei panni del gran maestro di cerimonie, il leader a battere il tempo e dirigere l’insieme, tutti protesi in un’esplosione sonora intensa e corale, fino all’unisono vocale da pelle d’oca, ai momenti in solo di Kouatè e Mirra, ed al finale tutto ritmo e percussioni di Calcagnile prima e ancora di Kouatè poi.
E dopo 90 minuti trascorsi in un attimo, tale era stata l’intensità del concerto, il pubblico chiedeva ancora un bis, accontentato con una splendida ninna nanna africana per l’ultimo guizzo di Dudu Kouatè e dello xilofono giocattolo del leader. Mentre mi allontanavo un ragazzo mi chiedeva quale degli otto musicisti sul palco era il mitico Don Cherry, al che ancora scosso dalle vibrazioni io gli rispondevo “l’altro …”
La domenica pomeriggio, nel cortile della Casa Museo Fantoni di Rovetta gremito sino all’inverosimile, è stata la volta del gruppo norvegese dei Krokofant, concerto frutto della rinnovata collaborazione con l’Ambasciata di Norvegia. Il trio, composto da Jørgen Mathisen al sax soprano e tenore, membro anche del ben noto quintetto di Per Zanussi, Tom Hasslan alla chitarra ed effetti e Akel Skalstad alla batteria, ha proposto un jazz-rock energico che ci ha riportato per 80 minuti, forse troppi, negli anni novanta, quando questo tipo di musica era ampiamente diffuso ed ascoltato. Nonostante i riff reiterati ed il succedersi di brani troppo omogenei al loro interno e tra loro, la musica del trio è dotata di un forte impatto emotivo che ha fatto presa sul pubblico, arrivando diretta alle orecchie dei presenti senza troppi fronzoli; Mathisen ha dimostrato il suo virtuosismo al soprano e ha fatto sfoggio di una certa liricità al tenore, mentre i duetti chitarra-batteria hanno lasciato qualche perplessità, nonostante le innegabili doti tecniche di Hasslan. Forse la caratteristica più spiccata del trio è la compattezza dell’insieme e la coerenza della proposta, che si traduce in un fiume in piena che scorre senza intoppi per tutta la durata del concerto, fatto salvo un piccolo ed apprezzabile intervento del soprano in piena solitudine; fatto sta che il riscontro del pubblico è stato estremamente positivo, tanto che i tre hanno venduto diverse copie del loro vinile, cosa non certo comune in questi tempi di crisi. Certo un po’ monocorde per i puristi del jazz, ma tirando le somme i Krokofant non hanno certo sfigurato nell’ambito della programmazione eterogenea del festival e dello specifico week end.
Dulcis in fundo, ha chiuso le danze il concerto di Michel Portal (clarinetto, clarinetto basso e sax soprano) e Bojan Z (pianoforte e tastiera), la sera di domenica 2 agosto nella Basilica di Santa Maria Assunta a Clusone, luogo che per la prima volta ha aperto le porte al festival ed al jazz. Qualche inevitabile problema acustico dovuto alla struttura architettonica della basilica è stato ben gestito dai fonici, con risultati apprezzabili almeno nella metà dei posti a sedere più vicina al presbiterio, e dalla maestria dei musicisti, che hanno ora evitato ed ora utilizzato a proprio vantaggio le risonanze causate dal marmo.
L’afflusso di pubblico è iniziato ben prima del concerto e 650 persone hanno potuto assistere alla magica poesia del duo più atteso del festival; a cominciare dalle evoluzioni del clarinetto e dai suoni emessi dal pianoforte percosso sul legno che hanno introdotto le musiche spagnoleggianti del riuscito progetto del sestetto di Portal “Bailador”, che risale ormai al 2010 e che vede tra i protagonisti anche il pianista serbo. Oltre ai brani tratti da questo CD, tra i quali va segnalata una magnifica versione di “Cuba Si Cuba No”, scarnificata per duo ed introdotta da Bojan Z con tastiere pinkfloydiane prima di un gran solo al pianoforte, la scaletta prevedeva musiche serbe intrise di jazz e swing, altri brani di Portal, un pezzo di Miles Davis ed una immaginifica versione di “Lonely Woman” di Ornette Coleman, con il soprano del fiatista basco suonato dentro il pianoforte per sfruttarne le risonanze e per lanciare un bel momento solistico di Bojan intorno al tema.
Se da un lato appare superfluo sottolineare l’altissima qualità degli interventi solistici dei due protagonisti, dall’altro occorre quanto meno evidenziare come il pianista sembri davvero essere il partner ideale per Portal, essendone innanzitutto un grande estimatore, al punto di conoscerne alla perfezione tutti i brani senza ricorrere agli spartiti e, in altre parole, di saper sempre cosa fare, quando accompagnare gli equilibrismi del compagno d’avventura e quando invece ritagliarsi il proprio spazio. Michel Portal, infine, ci è parso davvero in forma smagliante, a dispetto dei suoi 80 anni, che non gli hanno impedito, dopo quasi 80 minuti di concerto con tanto di standing ovation, di swingare come un ragazzino nel secondo bis della serata, sulle note della monkiana “Little Rootie Tootie”, e poi di sedersi con noi davanti ad un piatto di gnocchetti al gorgonzola ed un paio di bicchieri di rosso, soddisfatto della risposta entusiasta del pubblico, ma un po’ anche di sé stesso. Michel, dove hai trovato l’elisir di lunga vita?


 

 

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