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"Jazz On The Road" torna in piazza con i colori di America e Argentina

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Dopo un anno di transizione, l’undicesima edizione della rassegna bresciana ha segnato il ritorno del palcoscenico principale nella storica sede di Piazza Tebaldo Brusato; ed i concerti del quartetto di Bill Frisell e degli Aires Tango non hanno tradito le aspettative, nonostante che la grande afa, e forse anche il prezzo del biglietto, hanno impedito che la piazza si riempisse fino all’esaurimento dei posti disponibili.


Bill FrisellDopo un anno di transizione, l’undicesima edizione della rassegna bresciana ha segnato il ritorno del palcoscenico principale nella storica sede di Piazza Tebaldo Brusato, dove tanto grande jazz abbiamo ascoltato negli anni passati; ed i concerti del quartetto di Bill Frisell e degli Aires Tango non hanno tradito le aspettative.
La grande afa, e forse anche il prezzo del biglietto, hanno impedito che la piazza si riempisse fino all’esaurimento dei posti disponibili, ma chi c’era non è certo rimasto deluso, perché il livello qualitativo di entrambe le esibizioni è stato decisamente elevato.
Forse qualche deluso per la verità c’e’ stato al concerto del Bill Frisell Quartet, che ha messo in scena il progetto “Guitar in the space age”; i fan del Frisell più propriamente jazzistico certamente faticano a digerire la scelta del chitarrista e compositore di Baltimora, che negli ultimi anni ha abbandonato i sentieri più battuti lungo la sua meravigliosa carriera, per dedicarsi ad un viaggio nella musica americana del ‘900, peraltro molto dettagliato, in quanto ogni nuovo progetto accende i riflettori su un periodo storico ben preciso.
La chitarra nell’età dello spazio è la chitarra americana nel periodo che intercorre tra la fine della seconda guerra mondiale e, appunto, gli anni dei viaggi nello spazio, della contestazione giovanile, del Vietnam, di Woodstock, fino ai tormentati anni settanta; gli anni, in particolare, in cui chitarra in America si legge Fender Telecaster, il che immediatamente definisce un suono ed un colore ben preciso, diverso da tutto quanto ascoltato prima.
Con una formazione perfettamente funzionale allo scopo, completata da un eccellente secondo chitarrista, Greg Leisz, spesso impiegato alla pedal steel guitar, altro simbolo di quegli anni, e da una ritmica di grande precisione ed affidabilità (Tony Scherr al basso elettrico e Kenny Wollesen alla batteria), Frisell affronta con disinvoltura un repertorio tradizionale per l’epoca, tutto giocato sulla bellezza dei suoni ed i contrasti timbrici, con interventi solistici misurati e l’attenzione sempre rivolta alla purezza dell’insieme.
Ed ecco che sulla solida ritmica si appoggiano raffinati intrecci e dialoghi tra le due chitarre o tra la chitarra del leader e la pedal steel di Leisz, e nelle esposizioni tematiche si ascolta il country & western, il rhythm and blues degli anni Sun del giovane Presley, la pop song americana, il rock, la ballad, il blues elettrico, il tutto collegato da momenti "rumoristici", da tremende distorsioni o da ambientazioni urbane, senza soluzione di continuità.
I momenti più riusciti sono quelli in cui Leisz imbraccia la chitarra e dialoga con Frisell su temi semplici, ma con una tecnica da paura; verso la fine si sente anche un po’ di swing, con Wollesen che passa alle spazzole ed esibisce in continui cambi ritmici e metrici per sostenere il tema cantabile di stampo jazzistico suonato dal leader.
Per gli amanti della ricerca sonora, sorretta da un sapiente uso della tecnologia, e della musica d’atmosfera, un concerto indimenticabile. I puristi continuino pure ad attendere il ritorno del jazzista Frisell.
Di tutt’altra pasta l’esibizione degli Aires Tango (Javier Girotto al sax soprano, Alessandro Gwis al pianoforte ed effetti elettronici, Marco Siniscalco al basso elettrico, Michele Rabbia alla batteria e percussioni); 21 anni di musica insieme, 11 dischi celebrati dall’uscita di un cofanetto antologico che li raccoglie tutti, centinaia di concerti alle spalle sono garanzia di un’empatia che sul palcoscenico non può che produrre risultati estremamente brillanti.
Nei temi, come sempre, l’amore del leader per la sua terra, ma anche la sua pena per i problemi che l’Argentina ha vissuto nel passato e continua a vivere, sebbene in misura minore, nel presente. Ogni brano è una storia, raccontata da Girotto con passione e sofferenza attraverso assoli brucianti, spesso debordanti, contrastati e spezzati a dovere dal pianismo intenso di Gwis e sorretti da una ritmica fantasiosa che spesso diventa guida del flusso musicale, con i funambolici assoli di Siniscalco e con i poliritmi continuamente cangianti del superlativo Michele Rabbia, che passa con estrema naturalezza dal sacchetto di cellophane al piatto suonato con un arco di violino, dalla percussione a mani nude a bacchette e mazze di ogni forma e natura, per cambiare, oltre che il ritmo, il colore del suono.
La scaletta propone brani tratti un po’ da tutti i dischi del gruppo, da “Passion Albiceleste”, ballata a tempo medio dedicata alla nazionale di calcio argentina ed impreziosita da uno stupendo crescendo di pianoforte incastrato tra gli assoli lancinanti di Girotto, a “Madres de Plaza de Majo”, introdotta da una registrazione di fortuna effettuata da un giornalista nel 1977 e caratterizzata dai toni un po’ cupi, in cui la ritmica discreta rende particolarmente apprezzabili gli incroci tra sax e piano, prima che il pathos aumenti e i colpi secchi dei tamburi enfatizzino la dimensione del dramma, con il finale lasciato ai giochi di colore delle percussioni; da “Felliniana”, omaggio all’indimenticabile maestro della dolce vita, con Siniscalco sugli scudi per un memorabile intervento solistico, Rabbia nei ruoli del guastatore e Gwis spesso impegnato al contrappunto, all’omaggio a Gardel “El dia que me quieras”, con la voce dell’autore registrata che dà il via al brano, l’introduzione del basso che si risolve in un dialogo lirico ed intimistico con il pianoforte, con le due belle voci ora protagoniste, ora a supporto del partner.
Seguono “Cronologia del ‘900”, con il soprano sempre molto lirico ma con una punta di Argentina in meno, e “La luna”, perfettamente rappresentativa dell’Argentina del tango e delle sue varianti, con una splendida interazione tra Gwis e Rabbia, sempre geniale nel destabilizzare il timing e nel togliere riferimenti all’ascoltatore, ed un magico momento di Girotto in completa solitudine; chiude il concerto “Mi Niño”, ninna nanna argentina dal tema allegro con Gwis e Rabbia impegnati a produrre il suono di un carillon, prima di un ottimo intervento del pianista adagiato su una ritmica ovattata e del finale nazional-popolare (ma a questo punto ci sta…) con il pubblico che canta il ritornello e Girotto che vi improvvisa sopra. Un gran bel concerto, forse con il piccolo rammarico di non aver potuto ascoltare, immaginiamo a causa del gran caldo che ne rende complicato l’utilizzo, il sax baritono ed i flauti andini del leader; pazienza, sarà per la prossima volta.

 

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