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Fare musica sociale: Hamid Drake e Pasquale Mirra

Scritto da Donatello Tateo on . Postato in Recensione concerti

Prima di riferire dell’effetto risonante a rilascio prolungato di questo concerto fra i trulli di Alberobello, sia concesso dal lettore la descrizione di un arco, non solo temporale, che all’inizio poggia da una parte su ... “The Dome”, ispirata a una nota opera “minimal” del visionario designer Buckminster Fuller, installata a Skeppsholmen, una isoletta collegata alla città di Stoccolma.


Hamid Drake e Pasquale Mirra Prima di riferire dell’effetto risonante a rilascio prolungato di questo concerto fra i trulli di Alberobello, sia concesso dal lettore la descrizione di un arco, non solo temporale, che all’inizio poggia da una parte su ... “The Dome”
“The Dome” fu una cupola geodetica trasparente, ispirata a una nota opera “minimal” del visionario designer Buckminster Fuller, installata a Skeppsholmen, una isoletta collegata alla città di Stoccolma, in una ex galera di un ex campo della marina militare poi diventato sede del Moderna Museet, il museo di Stato svedese dedicato all’arte contemporanea.
Nell’estate del 1971 Don Cherry vi si stabilì con sua moglie, i due figli, un gatto e un cane, e vi sperimentò una residenza comunitaria artistica aperta, compresa una scuola di musica per bambini, nell’ideale di fondare un “non-luogo” sociale di creazione continua e una forma di espressione artistica totalmente inclusiva. L’esperienza fu limitata a 72 giorni e il progetto di rendere la cupola portatile e itinerante fu abbandonato.
Don Cherry è la chiave di volta di questa “architettura” descrittiva, nonché foundation spirituale del duo Pasquale Mirra (vibrafono, marimba, percussioni)/Hamid Drake (batteria, percussioni, voce) e di questa loro gioiosa performance.
Una presenza immediatamente tangibile sia nel “programma improvvisato” del concerto (che ha estratto dal cilindro due composizioni di Don Cherry: “Brown rice” e “Togo”), sia nell’amore dichiarato da Mirra nella breve presentazione, sia, soprattutto, nella sua incarnazione nella persona di Hamid Drake che ne è stato a lungo un assiduo e fraterno sodale (casualmente fu proprio un vibrafonista, il “Dr. B” Karl Berger che, alla fine degli anni Sessanta, introdusse e incoraggiò Don Cherry all’apertura verso l’oceano delle musiche del pianeta).
Un florilegio di accenti, il controllo, le soluzioni immaginifiche, fantasie timbriche e armoniche, un melodismo mirabilmente istintivo; qualità che in parte rimandano anche alla nobiltà della street art così come all’esperienza del collettivo Bassesfere in cui proprio Mirra ha circolato (con un particolare legame con uno dei maggiori animatori del collettivo, il sassofonista Edoardo Marraffa).
Il pinnacolo del set è stato l’impressionante sub-cerimoniale di profondo e scurissimo raccoglimento nella centrale improvvisazione-invocazione (Hamid Drake qui al frame drum e in salmodia vocale multi linguistica) poi liberata nuovamente alla luce su uno di quegli irresistibili beat che Drake sa tirar fuori; è degna di nota anche la fine selezione del repertorio del duo (ad esempio “Reflection” di Ray Bryant nella versione di Phineas Newborn jr.).
Anche i bambini presenti avranno potuto riconoscere due musicisti “fantastici”. La maggior parte dell’audience avrà potuto avvertire la vibrazione squisitamente “africana” del batterista, laddove la potenza delle detonazioni sonore telluriche sono perfettamente organiche all’afflato mistico-cosmico, in libera migrazione tra Cielo e Terra, forza e lirismo, mente e corpo. 
I più tecnici hanno potuto riconoscere la ricchezza di soluzioni e figurazioni ritmiche; in particolare hanno riferito dell’uso molto personale del paradiddle di Drake. In pochi forse sanno che, e qui va ricordato, oltre ai loro straordinari curricula strettamente artistici, Hamid Drake è un uomo attivamente e fattivamente impegnato al sostegno diretto di gente indigente e Pasquale Mirra si propone in attività di laboratorio su misura dei più piccoli per la loro introduzione alla ritmicità all’insegna dei “linguaggi che uniscono”.
In questo nomadismo musicale multiculturale e policentrico, con in mano una valigia di capacità espressiva prensile, di una musicalità intuitiva, porosa e lucidamente consequenziale, il duo Mirra/Drake non realizza cattedrali ma disponibili forme architettoniche spontanee, “native” o “vernacolari” come qualcuno potrebbe definirle, che appartengono alla tradizione più antica dell'uomo sin dalle tende dei popoli nomadi, appunto.
“Luoghi” civili che ci raccontano ancora che un ruolo importante dell’arte è quello di servire le comunità umane e i suoi territori, che chiedono qualità e dignità dell’abitare e dell’evolversi.
L’arco che all’inizio poggiava da una parte sulla cupola “Dome” nell’estate del 1971, dall’altra parte è poggiato su altre cupole, quelle dei trulli, transitoriamente, ad Alberobello nell’estate 2015.
Simbolicamente il progetto di Don Cherry di rendere la cupola”Dome” portatile e itinerante non è andato perso.
Anche per il medium Mirra/Drake quel progetto artistico e spirituale si va realizzando, in modo carsico, a dispetto dei tempi che corrono in superficie; d’altronde questo nostro territorio è anche fortemente connotato da grotte.
Chi ha potuto vedere questo utopico portico, anche solo per una sera, può raccontare di un’architettura immateriale patrimonio dell’Umanità.


 

 

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