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Eleganza e fantasia con Steve Kuhn al Parenti

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Il trio del pianista di Brooklyn Steve Kuhn, classe 1938, ha chiuso la la prima edizione della rassegna milanese “Jazz al Parenti” con un concerto di grande spessore, ed in compagnia del 73enne “Buster” Williams al contrabbasso e del ben più giovane batterista Billy Drummond ci ha dimostrato con la musica, come si possa guardare al futuro senza rinnegare la tradizione.


Steve KuhnLa sera di lunedì 4 maggio, dopo quattro concerti domenicali mattutini “sold out” o quasi, la prima edizione di “Jazz al Parenti” si è chiusa in una sala non gremita ma affollata da un pubblico attento e competente, accorso nella sala di via Pier Lombardo per ascoltare l’ultima proposta del cartellone curato da Gianni Gualberto Morelenbaum in collaborazione con Aperitivo in Concerto.
Il trio “100% made in USA” ha proposto una scaletta che alternava standard della canzone americana a brani originali, e che ha finito con l’accontentare tutti, tanta e tale era la varietà del programma, dagli amanti della tradizione agli accoliti della musica moderna, se non propriamente dell’avanguardia.
E’ quasi inutile, dopo tanti anni di successi, lodare la qualità degli arrangiamenti e la personalità del Kuhn pianista, in grado di coniugare lirismo, eleganza e tecnica con perfetto equilibrio e di produrre strutture armoniche che aprono spazi infiniti per i suoi compagni di viaggio, chiunque essi siano; e se con lui a salire sul palco sono un’icona del contrabbasso come “Buster” Williams, virtuoso ma sempre cantabile, ed un batterista fantasioso ma discreto come Billy Drummond, la formula non può che risultare vincente.
Nonostante il suono un po’ metallico, con ogni probabilità dovuto ad un’accordatura imperfetta dello strumento, il contrabbassista ha spesso rubato la scena, regalando al pubblico almeno un assolo in ogni brano, senza mai sbagliare un colpo e, di fatto, condividendo con Kuhn la leadership del trio.
Drummond, dal canto suo, ha saputo convivere con una situazione ambientale complessa, in cui ogni intervento deciso finiva con il produrre rimbombi indesiderati, e dosando con maestria il suo drumming ha saputo essere leggero ma determinante nel portare il ritmo, incidendo comunque nei “break” e nelle variazioni ritmiche.
La cosa che più ha entusiasmato è stata la forte empatia del gruppo e la disinvoltura con cui questo ha affrontato il palcoscenico, il che ha reso tutto semplice come una passeggiata anche quando le partiture non lo erano affatto, specie nei brani originali, dalle architetture piuttosto elaborate e tuttavia sempre eleganti e pregne di swing.
In un paio di episodi Kuhn si è anche improvvisato crooner dall’intonazione un po’ incerta ma dal timbro profondo, anche se non è certo per questo che sarà ricordato, bensì per il suo pianismo luminoso e mai sopra le righe, che rende ogni sua esibizione magica e coinvolgente.
Ed è stato davvero impossibile resistere alla melodia di “Magic Samba”, scritta dal contrabbassista, a “Terra de Angara” di Jobim o ancora al blues allo stato puro della ballad “Born to be blue” di Mel Tormè, con aperture a rapsodiche rimembranze Gershwiniane. Fino a giungere al meraviglioso connubio tra i brani “Trance” e “Oceans in the sky”, eseguiti senza soluzione di continuità, che dapprima ha spazzato via quanto sin qui ascoltato per inebriarci con gli armonici dell’archetto di Williams e gli arpeggi meditativi di Kuhn, tesi a creare un climax coerente con il titolo del primo brano e poi, dopo un meraviglioso intervento del contrabbasso in completa solitudine ed una citazione del “Concerto de Aranjuez”, è esploso in un crescendo ipnotico in cui si fondevano avanguardia, ritmo e swing. Ed a questo punto anche l’impassibile Drummond ha ceduto alla necessità di condividere con i presenti la sua tecnica sopraffina, producendosi in un assolo largamente dominato dal rullante e davvero notevole, per il rigoroso controllo della forma e per la padronanza dello strumento.
I novanta minuti dell’esibizione si sono chiusi con “The zoo”, che ha riassunto in pochi minuti la modernità e l’eleganza della musica di Steve Kuhn, nonché l’imprescindibilità dei suoi due partner, coesi in un classico piano trio tra i più interessanti e attuali dei nostri tempi.