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Impressioni dal BAM Festival

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Recensione concerti

Per una volta Bari è stata al centro dell'interesse jazzistico nazionale grazie alla 1a edizione del BAM Festival, che ha portato in città per tre splendide serate, un nugolo di formidabili musicisti americani, tra cui alcuni giganti come Nicholas Payton, Gary Bartz ed Orrin Evans. La rassegna ha avuto il merito di essersi sviluppata intorno ad un tema specifico.


Gary BartzPer una volta Bari è stata al centro dell'interesse jazzistico nazionale grazie alla 1a edizione del BAM Festival, che ha portato in città per tre splendide serate, un nugolo di formidabili musicisti americani, tra cui alcuni giganti come Nicholas Payton, Gary Bartz ed Orrin Evans.
La rassegna, che ha avuto come direttori artistici lo scrittore Nicola Gaeta, autore del libro “BAM, Il jazz oggi a New York”, e il trombettista Fabio Morgera, ha avuto il merito di essersi sviluppata intorno ad un tema specifico, a differenza della maggior parte delle rassegne in circolazione che spesso raccolgono un accozzaglia di musicisti senza alcun nesso logico. 
Lo scopo della rassegna era quello di accendere l'attenzione verso un fenomeno, di cui si parla spesso a sproposito, che sta coinvolgendo diversi grandi interpreti della musica afro-americana. Ma non è mia intenzione qui ragionare degli aspetti sociologici del fenomeno BAM, dei quali si è dibattuto fin troppo, ma vorrei limitarmi a delle impressioni sulla grande musica che abbiamo potuto ascoltare in queste tre serate.
La serata di giovedì 16 si aperta con il concerto per piano solo e voce di Johnny O'Neal, che ha incantato il pubblico con una raccolta di standard, ballads e blues, in cui ha messo in mostra il suo notevole playing al piano, influenzato in primo luogo da Art Tatum (di cui ha interpretato la parte nel film "Ray"), ma anche da Bud Powell e Oscar Peterson, ed uno stile vocale che invece ricorda cantanti come Johnny Hartman e Joe Williams, ma in grado anche di eseguire dei vibranti pezzi in scat.
Per oltre un'ora e mezza, il pianista di Detroit ha tenuto inchiodato alle poltroncine il pubblico, grazie ad uno stile affabulatore e coinvolgente, a cui si aggiungono notevoli doti di "entertainer" alla ricerca continua della complicità del pubblico, che l'ha eletto proprio beniamino ed apprezzato le belle esecuzioni di standard come "I Concentate On You", "Yesterday" (dedicata proprio ad Art Tatum) ed una strepitosa versione cantata di "Waltz for Debbie" di Bill Evans, prima di chiudere con un delicata versione di "Overjoyed", il classico di Stevie Wonder. Un grande successo anche al di là della qualità della musica espressa.
A seguire era in programma uno dei "clou" dell'intera rassegna, il duo del pianista Orrin Evans e del batterista Donald Edwards. A mio parere la qualità della musica in questo concerto è stata decisamente superiore al precedente, sia per l'originalità della proposta che per la varietà dei temi, anche se non c'è stato lo stesso coinvolgimento emotivo da parte del pubblico, che non ha riservato le stesse ovazioni del concerto precedente.
La musica proposta dal duo è risultata sicuramente di fruizione meno immediata, ma tesa, "hard-swinging", intricata, ispirata dal poderoso drumming di Edwards, a cui si accodava Evans che ha confermato di essere uno dei pianisti più originali e versatili in circolazione. Il duo è partito con un lungo medley, in cui si è apprezzata una versione di "Blues Connotation" di Ornette Coleman, prima di accogliere due grandi ospiti come Gary Bartz e Nicholas Payton.
L'ingresso del duo di fiati ha reso il concerto un attimo più fruibile, ma mentre l'apporto di Bartz è risultato piuttosto minimale (si rifarà con gli interessi il giorno successivo), Payton ha confermato di essere uno dei trombettisti più sensazionali in circolazione; da incorniciare la sua esecuzione, in duo con Evans di una ballad (che mi è parso trattarsi di una versione del classico gospel "Swing Low, Sweet Chariot"), nel quale il trombettista ha messo in mostra le sue notevoli qualità liriche, mentre Evans si è espresso anche come ispirato vocalist. In definitiva un gran concerto.
La serata di venerdì 17 è stata aperta dal concerto della formazione di Saul Rubin, uno dei chitarristi di punta della scena jazz newyorkese, accompagnato da una poderosa formazione che includeva il nostro Fabio Morgera (tromba), Stafford Hunter (trombone), Troy Roberts (sax tenore), Corcoran Holt (contrabbasso) e Brandon Lewis (batteria). 
Per l'occasione Rubin ha presentato diversi pezzi tratti dal recente album The Zebtet, tra cui vanno citati i bellissimi "Bluetooth", "Sasquash Shuffle" e "The Android" pezzo di Roy Hargrove che ha chiuso in maniera bollente un concerto che ha messo in mostra un "mainstream" di altissimo livello, portando a Bari un pizzico dell'atmosfera di jazz-club newyorkesi come The Smoke o lo Smalls.
Rubin ha dimostrato di essere un chitarrista di ottimo livello, con uno stile elegante e rilassato, ma perfettamente a suo agio anche nei pezzi più veloci, oltre che ottimo band-leader in grado di far rendere al meglio gli eccellenti musicisti della band, tra cui una segnalazione particolare merita il favoloso Stafford Hunter, trombonista di Filadelfia che attualmente suona con la Duke Ellington Orchestra.
A seguire, è tornato sul palco Johnny O'Neal, questa volta in trio accompagnato da Corcoran Holt (contrabbasso) e Donald Edwards (batteria). Il pianista ha confermato le impressioni che avevamo ricavato il giorno precedente, anche se in trio si è mostrato un po' più convenzionale, pur nella notevole esecuzione di alcune standard e ballad tra cui va citata la bella "One by One" di Shorter.
Il concerto ha poi svoltato con decisione grazie all'ingresso in sala del maestro Gary Bartz, che ha concesso una lezione di jazz di altissimo livello. All'inizio in quartetto (ben coadiuvato dal trio in verità) ha regalato indimenticabili versioni di "Star Eyes", un omaggio a Parker, ma completamente reinventato (tale da renderlo praticamente irriconoscibile) con inventiva e velocità sorprendente, e sopratutto di "Impression" di Coltrane che ha giustificato il motivo perché il critico Stanley Crouch lo ha citato come "one of the very best who has ever picked up the instrument".
Poi la performance è proseguita con un paio di standard eseguiti in duo (la divertente "I'd Give a Dollar for a Dime" di Eubie Blake e la delicatissima "I Wish I Knew") con emozione e complicità, prima di concludersi di nuovo in quartetto con un'altra versione di "Overjoyed", in cui Bartz ha mostrato tutto il suo lirismo, che ha concluso trionfalmente il concerto, con una lunga standing-ovation del pubblico che ha tributato l'applauso più lungo di tutta la rassegna.
La serata di sabato 18 è partita con il concerto di Fabio Morgera e dei NYCats, una monumentale big-band di 8 elementi che includeva Stafford Hunter (trombone), Troy Roberts (sax tenore), Orrin Evans (piano elettrico), Brian Charette (organo Hammond), Riccardo Bianchi (chitarra), Brandon Lewis (batteria) e Daniel Moreno (percussioni). 
Il concerto si è concentrato sui pezzi del nuovo album di Morgera dal titolo "Ctrl Z", partendo dalla bellissima "Illegal Immigration Started in 1492", una lunga suite che sin da subito ha espresso tutti temi che si svilupperanno nel corso del concerto. 
Morgera, alla guida di una Ferrari, si dimostra un band-leader ispirato, applicando alla sua conduzione il metodo "Conduction" inventato da Lawrence “Butch” Morris (omaggiato durante il concerto dallo stesso Morgera), una specie di libera improvvisazione strutturata, all'interno della quale il band-leader dirige l'ensemble con un vocabolario di gesti e di segnali delle mani. Divertente l'uso del metodo "conduction" anche verso il pubblico che ha riposto entusiasticamente alle sollecitazioni del trombettista.
Morgera è uno dei promotori del movimento BAM, avendo deciso di rinunciare ad usare il termine jazz per definire la sua musica, ma in questo suo interessante progetto alla componente afro-americana si aggiungono anche altre influenze che svariano dalla musica afro-cubana (ben rappresentata dallo spettacolare percussionista Daniel Moreno), a influenze latine, mediterranee e mediorientali, in un pot-pourri musicale molto orientato ritmicamente, grazie allo strepitoso batterista Brandon Lewis, e con riferimenti che svariano dal Miles Davis del periodo elettrico alla United Nation Orchestra di Dizzy Gillespie.
Infine per concludere la serata e la rassegna, ecco il concerto forse più atteso dell'intera manifestazione, il trio di Nicholas Payton, con Vicente Archer (contrabbasso) e Bill Stewart (batteria). Occorre dire che nonostante alcune mie perplessità iniziali, il concerto ha mantenuto ampiamente le aspettative, Payton si è confermato un artista completo, una vera orchestra umana, visto che durante il concerto ha suonato il Fender, la tromba (spesso in contemporanea), l'organo, oltre che a cantare su un paio di pezzi.
Dopo aver ascoltato tanti concerti di jazz "mainstream", il concerto di Payton è stata l'unica occasione di ascoltare quella che probabilmente viene intesa come Black American Music, cioè un miscuglio di generi della tradizione nera, che partendo da New Orleans giunge fino alle più moderne tendenze del R&B, inseriti in pezzi quasi esclusivamente originali, eseguiti in maniera elegante e raffinata. 
Payton si è dimostrato ottimo in tutti i contesti in cui si è espresso, ma naturalmente ha confermato ancora una volta di essere sopratutto un trombettista superlativo, davvero uno dei migliori che mi è capitato di ascoltare dal vivo, non a caso il concerto saliva decisamente di tono ogni qualvolta decideva di imboccare il suo strumento; nell'occasione poi non va sottaciuto il valido sostegno ricevuto da una ritmica di fuoriclasse che includeva Bill Stewart (che non ha certo bisogno di presentazioni) ed il sorprendente Vincente Archer al contrabbasso, alter-ego da anni del leader (e si comprende il motivo). 
Payton ha eseguito alcuni pezzi tratti dal suo ultimo album "Numbers" ("Two", "Five", "Six") che dal vivo assumono una consistenza decisamente superiore alle rispettive versioni dell'album, che personalmente non mi aveva convinto molto, ha quindi regalato un pregevole pezzo inedito ("Hey") preannunciando un prossimo album, ha reinventato in stile modernista un classico come "Stablemates" di Benny Golson, ed ha chiuso il concerto con un divertente omaggio cantato alla sua città natale ("I Wanna Stay In New Orleans"), prima di uno strepitoso bis in stile R&B che ha chiuso in maniera degna un concerto ed una rassegna davvero notevole.
Per concludere, direi che Bari ha risposto in maniera adeguata al richiamo di questa rassegna; la sala del Cine-Teatro Showville, seppure senza mai raggiungere il pienone, ha regalato un discreto colpo d'occhio (stimerei sulle 500 persone di media a serata), e comunque il pubblico presente ha dato più volte la dimostrazione di apprezzare la proposta musicale che gli veniva consegnata. 
Come ha detto Nicola Gaeta durante l'ultima serata del Festival: “L’idea è stata quella di smuovere le acque del conformismo che caratterizza la gran parte dei festival musicali in Italia, non solo quelli di jazz. Non so se ci siamo riusciti ma, a parte le polemiche sorte attorno all’utilizzo dell’acronimo BAM per indicare il nostro festival, mi sembra di osservare che un piccolo passo in avanti in quella direzione sia stato fatto”. 
Questo festival (che si spera venga riproposto negli anni prossimi) insieme ad altre iniziative analoghe che si stanno svolgendo nella nostra città, certamente rappresentano un momento di rinascita per una città come Bari, che dopo i ruggenti anni '80 e '90, ha passato, e non solo in ambito jazzistico, alcuni decenni in un stato quasi comatoso.


 

 

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