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Atelier Musicale chiude la sua 21° edizione tra Sudamerica e Monk

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Sul palco dell’Auditorium G. Di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano, per gli ultimi due concerti della stagione, il trio di Rosario Bonaccorso con ospite Dino Rubino (il 14 marzo) e due settimane dopo il pianista Arrigo Cappelletti accompagnato da Furio Di Castri e Bruce Ditmas, in un sentito omaggio a Thelonious Monk.


Rosario BonaccorsoLa locandina recita “Appunti di viaggio”, ma in realtà il trio di Rosario Bonaccorso, il 14 marzo, presenta il nuovo album “Viaggiando”, recentemente dato alle stampe da Jando Music e Via Veneto Jazz; oltre al leader (contrabbasso e voce), il gruppo è composto dal chitarrista Roberto Taufic, originario dell’Honduras ma di formazione brasiliana, e dal sassofonista e flautista argentino Javier Girotto, ormai romano d’adozione. Rispetto alla formazione del disco manca Fabrizio Bosso, ma per l’occasione imbraccia la tromba, o meglio il flicorno, l’ospite Dino Rubino.
Come sottolineato dal musicologo Maurizio Franco, che come sempre introduce il concerto con estrema competenza e grande capacità di sintesi, la proposta di Bonaccorso è un omaggio alla forma canzone, non certo filologico trattandosi di composizioni originali, ma vissuto come un viaggio tra sensazioni e stati d’animo del leader; un percorso narrativo e descrittivo, reso particolarmente suggestivo dal mix di sonorità che ognuno dei musicisti apporta al gruppo pescando nel proprio retroterra culturale, dal Brasile di Taufic all’Argentina di Girotto, sino alla mediterraneità di Rubino e Bonaccorso. E’ musica spoglia, essenziale, in una sola parola “semplice” e cantabile, tanto è vero che il contrabbassista spesso si trasforma in crooner, dalla voce sottile ma perfettamente funzionale ed integrata nell’esposizione tematica.
Il palcoscenico diventa così uno schermo su cui scorrono fotogrammi ed immagini ora nitide ora rarefatte, da “Viaggiando”, che evoca il mediterraneo ed il Brasile ma anche i colori caldi dell’Argentina, a “Matto”, più ispirata alla musica popolare brasileira ed impreziosita da un bel dialogo tra i due strumenti a fiato; dalla eterea “My Faith”, cantata senza parole da Bonaccorso con l’imprescindibile sostegno della chitarra di Taufic e, nella seconda parte, degli echi del soprano di Girotto, a “Storto”, eseguita in trio senza sax e con pregevoli interventi solistici di Rubino e del leader, che raddoppia il canto del contrabbasso con la voce come spesso usa fare.
E poi ancora la struggente ballad “ACJ”, stavolta senza tromba e dedicata a Jobim ma con la particolarità del sound argentino di Girotto; “Domin”, intensa dedica alla Repubblica Dominicana con ampio utilizzo di tecniche percussive sugli strumenti e uno splendido lavoro del fiatista argentino al mohoseño; “Come la neve”, con Rubino e Taufic protagonisti di due splendidi assoli; “Give me your head and sing”, un invito di Bonaccorso a viaggiare con lui particolarmente ritmato, con un luminoso intervento solistico del soprano ed uno più scuro del flicorno.
Nonostante la qualità dei temi proposti ed il suggestivo impasto sonoro, purtroppo la formula a lungo andare si fa ripetitiva, ed il forte impatto emotivo iniziale si affievolisce; tra i successivi brani, tuttavia, vi sono ancora alcuni piccoli cammei come “Buon Volo” (scritta da Bonaccorso all’aeroporto di Parigi dopo l’annuncio di una prevista turbolenza, e quindi in un certo senso augurale), intrisa di swing nei dialoghi del leader con la tromba prima e con la chitarra poi, e la delicata ninna nanna per il fratello Naco, con una preziosa introduzione di Taufic. In mezzo qualche timido tentativo di coinvolgere la platea in un canto collettivo, peraltro poco riuscito; in chiusura invece un bel pezzo ritmato, con reminiscenze country e begli inserti dei fiati.
Di tutt’altra natura il trio che sale invece sul palco il 28 marzo, composto da Arrigo Cappelletti al pianoforte, Furio Di Castri al contrabbasso e Bruce Ditmas alla batteria.
Dopo i tradizionali ringraziamenti di fine stagione, Maurizio Franco descrive la vera peculiarità dell’evento: un musicista tradizionalmente “bianco”, che da sempre trae inspirazione dall’estetica di Paul Bley, impegnato nella rilettura del pianista nero per antonomasia, Thelonious Monk. Ma la connessione tra l’omaggiante e l’omaggiato esiste comunque: Cappelletti è un pianista essenziale, senza fronzoli, così come lo era Monk, e la proposta di questo trio è oltremodo interessante per il contrasto tra l’eleganza del leader e la grande energia ritmica di Ditmas; il collante essenziale per l’operazione non può essere che Furio Di Castri, uno dei maestri del contrabbasso italiano, in particolare quando è necessario instaurare un dialogo profondo e serrato con il pianoforte.
Purtroppo la suddetta energia del batterista risulta nell’occasione fin troppo invasiva, non da ultimo a causa dell’imperfetta e tristemente nota acustica dell’Auditorium, e spesso le sue divagazioni risultano troppo rumorose, finendo col nascondere le raffinatezze armoniche ed i dialoghi ispirati dei suoi due compagni di avventura, che spesso faticano a rendere riconoscibile la loro splendida voce. Ma quando la presenza di Ditmas si fa più discreta, e la potenza lascia spazio alla creatività ed alla fantasia, che costituiscono poi il suo vero punto di forza, allora è possibile apprezzare la classe immensa di Cappelletti, il suo approccio percussivo e lirico al tempo stesso, il suo fraseggio sciolto ed essenziale, mai sopra le righe, nonché la preziosa cantabilità di Di Castri, imprescindibile elemento di raccordo del trio e capace di meravigliosi momenti solistici.
In un programma articolato, che prevede brani originali del leader, vere e proprie improvvisazioni dei tre protagonisti ed alcuni capolavori monkiani (“Pannonica”, “Crepuscule With Nellie”, “Brilliant Corners”, “Ruby My Dear”), c’è spazio per fraseggi ed improvvisazioni raffinate del leader, preziosi duetti di volta in volta di diversa composizione, assoli di grande spessore tecnico ed impatto emotivo; le strutture sono sempre molto aperte, e prevedono, tra un’esposizione tematica ed una sezione melodica, spazi liberi che tutti i componenti del trio hanno la libertà di riempire con divagazioni e spunti solistici pertinenti ed accattivanti, in grado di imprimere una svolta al flusso musicale e spiazzare l’ascoltatore. E quando le dinamiche sono in equilibrio e la presenza della batteria più misurata, ad esempio quando Ditmas predilige le spazzole, il risultato è davvero emozionante, ed è un piacere lasciarsi trasportare dal ritmo e dall’armonia continuamente cangianti di questa musica.
L’estetica monkiana viene così trasfigurata in una miscela di classicità e ritmo, di swing e di lirismo, in un’alternanza di momenti luminosi e chiaroscuri crepuscolari, sempre all’insegna della cantabilità conferita al trio dal contrabbasso di Di Castri; fino al bis, l’unico brano non riconducibile a Monk, che chiude il concerto riportandoci alla più classica dimensione del piano trio, forse non trascendentale ma certamente piacevole e fruibile per tutti.

 

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