Stampa

Lew Tabackin 4tet a Milano, un distillato di Jazz purissimo

Scritto da Fabio Chiarini on . Postato in Recensione concerti

Tabackin ha sciorinato una prova magistrale guidando il gruppo attraverso un repertorio che ha saputo emozionare profondamente il pubblico accorso. Del resto, nonostante il suo nome non sia tra quelli che attirano titoli cubitali, si tratta di un titano del jazz, un uomo che ha da poco festeggiato le 75 primavere e che, rifuggendo ogni moda passeggera sa immergersi come pochi in una musica che gli appartiene in toto.

 
Lew TabakinUn grande albero di natale addobbato posto in un angolo del proscenio, una poltrona in pelle nera anni '50 dalla parte opposta, un carrello dei liquori ben rifornito a metà strada, altri orpelli scenografici che evocano echi di profonda borghesia nel mezzo; ecco come si presentava il palco del Teatro Franco Parenti di Milano domenica mattina, già predisposto per la messa in scena di una sofisticata commedia serale e pronto ad accogliere, all'interno della rassegna jazzistica giunta con successo al suo terzo appuntamento, niente meno che Lew Tabackin, alla testa di un suo quartetto.
Diciamo subito che Tabackin, la cui gloriosa carriera parla da sola ha sciorinato una prova magistrale guidando il gruppo con mano ferma attraverso un repertorio che ha saputo emozionare profondamente il pubblico accorso. Del resto, nonostante il suo nome non sia tra quelli che attirano titoli cubitali, si tratta di un titano del jazz, un uomo che ha da poco festeggiato le 75 primavere e che, rifuggendo ogni moda passeggera ed incidendo anche molti dischi meno di quanto avrebbe forse dovuto, sa immergersi come pochi in una musica che gli appartiene in toto, cosa che viene rivendicata pressochè in ogni passaggio.
Nemmeno il tempo di sistemarsi sul palco in assetto da trio, sparare una battuta a mezza voce ("non sapevo che qui da voi fosse ancora Natale") ed è già "Afternoon in Paris", ripescaggio gustoso, al tenore, di un elegante medium tempo di John Lewis quasi dimenticato, con la ritmica a brillare per misura e swing.
Gasper Bertoncelj, eccellente batterista sloveno residente a Tel Aviv, ed il nostro ottimo Giuseppe Bassi, sobrio e dal sound pieno e rotondo, hanno risposto appieno alle esigenze e alle sollecitazioni del leader, che da molti anni ha scelto il format che non prevede la presenza di strumento armonico, una ritmica che ha dimostrato, tra l'altro, come l'antica e difficile arte dell'accompagnamento abbia ancora pieno diritto di cittadinanza nel jazz, a dispetto dei tanti che omaggiando un deleterio individualismo ci regalano interminabili e fragorosi assoli di cui, ammettiamolo, faremmo volentieri a meno.
Quando Lew Tabackin ha staccato il primo brano al flauto ("Garden in the lifetime", un intricato tessuto d'organza orientale) il pensiero è andato subito alla moglie Toshiko Akioshi, con la quale ha condiviso stagioni di jazz meraviglioso ai quattro angoli del globo, ed il suo suono limpido, pressochè privo di vibrato, nonchè la postura da concentrato samurai, con movenze da teatro kabuki, ci han confermato che il nostro era davvero in forma e ci sarebbe stato da divertirsi.
Con l'inserimento della seconda voce solista, il trombettista Alessandro Presti (di cui il sottoscritto, memore del tenente Colombo, si è affrettato a segnare il nome su di un taccuino e beh, consiglio umilmente di fare la stessa cosa anche ai jazz fans in lettura di questa cronaca: 26 anni, classe da vendere, Blue Note oriented e sintonizzato col meglio del jazz d'oltreoceano) ecco che il concerto è definitivamente decollato, anche perchè i due si sono trovati subito a meraviglia, quasi fossero vecchi sodali: unisoni, contrappunti, rimandi e sottolineature assortite hanno infiammato una versione di "Delilah" da antologia ed hanno illuminato a giorno l'universo monkiano, da sempre punto d'ispirazione primario per il leader che in carriera ne ha riletto pressochè per intero il corpus compositivo, con la proposta intensa e canonica di "Monk's Dream" oltre che della complessa "Trinkle Tinkle", pezzo che è davvero raro sentir eseguito dal vivo e che ha messo in evidenza l'elevato livello tecnico dell'intero combo.
Il tenore di Tabackin, sempre in perfetto controllo, ha evocato a tratti il suo pubblicamente adorato Coleman Hawkins, ma anche Ben Webster, Don Byas, lo stesso Rollins, e poi Sonny Criss....sarebbe esercizio inutile risalire la corrente di uno stile "in the tradition" che da molto tempo è semplicemente il suo.
Finale con il botto dopo 90 minuti di grande jazz: "In A Sentimental Mood", al tenore, tema caro a Lew che lo ha inciso più volte e che non ha esitato a mostrare il suo lato più passionale, di finissimo balladeur, e quindi "Yesterdays" al flauto, con la gente già tutta in piedi a spellarsi le mani che si è velocemente riaccomodata per non perdere l'ultimo lampo di un quartetto davvero notevole, capitanato da un fuoriclasse assoluto.
Scommetto che qualcuno, a tarda sera, ha rimesso sul piatto del giradischi un vinile ascoltato ad libitum, tipo "Small Change" di Tom Waits, per riascoltare quel sax che non solo è saldamente nella storia della musica che amiamo, ma che suona ancora splendidamente, con la grinta e la generosità di un artista che deve dimostrare ogni volta quanto vale.


 

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna