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Bergamo Jazz: i film

Scritto da Ernesto Scurati on . Postato in Recensione concerti

Otto giorni dal 15 al 22 marzo; tanto è durata l'edizione 2015 della rassegna orobica, che ancora una volta ha portato sotto i riflettori giovani leoni nostrani e affermate star internazionali, in un programma variegato per tutti i palati, inclusi quelli degli amanti del cinema che hanno frequentato la rassegna Jazz Movie.


Mo' Better BluesGrande afflusso di pubblico sin da domenica 15 marzo, quando Bergamo Film Meeting, nella sua ultima giornata, ha idealmente passato il testimone a Bergamo Jazz. "Eva" di Joseph Losey, film in bianco e nero del 1962 in lingua inglese, ha regalato agli amanti del cinema un bel ricordo di Virna Lisi e la splendida interpretazione di Jeanne Moreau, oltre alla presenza di un giovanissimo Giorgio Albertazzi e di Lisa Gastoni; per gli amanti del jazz, tra le pieghe di una paradossale storia di amore e sesso, solo la bella colonna sonora di Michel Legrand e l'indimenticabile voce di Billie Holiday.
Molto riuscita la sonorizzazione del film muto "La bambola di carne" di Ernst Lubitsch, del 1919, a cura di Mosè Chiavoni (clarinetto) e Luciano Biondini (fisarmonica); praticamente perfetta, come raramente accade in questi casi, l'integrazione tra le esilaranti immagini espressioniste della pellicola e la musica fresca e spumeggiante del duo, in un mix di melodie popolari, orientali, addirittura ecclesiastiche, sempre coerenti con la narrazione.
Martedi' 17 un numero decisamente inferiore di spettatori (ma ormai siamo abituati, quando si parla solo di jazz.....) ha potuto assistere alla stupenda sequenza di fotografie in bianco e nero "We Insist", realizzata nel 1964 da Gianni Amico; 16 minuti intensi di immagini crude, essenziali, che hanno percorso la storia degli afroamericani dalla repressione al "Liberation Day" portando sullo schermo rappresaglie, scene di vita, volti sofferenti ma pieni di speranza e, alla fine, momenti festosi intrisi di gioia per il grande giorno che è finalmente arrivato. Una sentita dedica a Mingus e Roach che tanto hanno gridato il loro "Freedom Now", e pubblico ammutolito davanti alla struggente drammaticità del binomio audio/immagine, con la voce di Abbey Lincoln (sostenuta dal drumming dello stesso Roach) ed il canto in dialetto yaruba di Michael Olatunji.
A seguire "Mo' Better Blues" di Spike Lee (USA 1990), storia di un trombettista jazz, interpretato da Denzel Washington, che dopo un pestaggio non potrà più suonare il suo strumento ma riuscirà comunque a rifarsi una vita; nonostante qualche anacronismo, un bello spaccato del mondo "noir" dell'America anni '60, fatto di jazz, violenza, scommesse clandestine, loschi figuri e una buona dose di controrazzismo verso la razza bianca. Ma quel che più conta, un bell'omaggio alla black music e ai grandi del jazz neroamericano, con Jeff "Tain" Watts, Abbey Lincoln e Branford Marsalis che compaiono nel cast e la splendida colonna sonora, con quest'ultimo che con il suo quartetto e Terence Blanchard fa la parte del leone, senza però dimenticare la presenza di brani di Davis, Coltrane e Mingus.
Il giorno dopo stessa scarsa affluenza di pubblico per un altro capolavoro di Gianni Amico ("Appunti per un film sul jazz" del 1965, sempre in bianco e nero), sequenza di estratti e testimonianze raccolte durante le riprese della settima edizione del festival internazionale di jazz di Bologna; si parla della condizione degli afroamericani, della musica jazz e delle potenzialità di quest'ultima per far sentire la propria voce ed alzare il tono della contestazione.
La serata ha avuto inizio con una brillante introduzione di Roberto Valentino (Ufficio Stampa Bergamo Jazz), che, presente anche Angelo Signorelli di LAB 80 (il quale ha curato la realizzazione di un DVD che raccoglie le due opere di Amico proiettate in queste sede, oltre ad una terza), ha intervistato Olmo Amico, il figlio del rimpianto regista coinvolto in questa operazione filologica; ha fatto seguito la proiezione del film, che inizia alla stazione ferroviaria con l'arrivo di Don Cherry e finisce nello stesso luogo, con tutti i musicisti che se ne tornano a casa. Nel mezzo si incontrano Steve Lacy, Mal Waldron, Jonnhy Griffin, Gato Barbieri che violenta il suo sax per estrarne suoni inusuali, Ted Curson, JF Kenny Clark, Cecil Taylor e due giovani ventiquattrenni di belle speranze, Franco D'Andrea e Aldo Romano, quest'ultimo nel quintetto di Cherry e Barbieri. Manca solo Enrico Rava, direttore artistico della presente edizione di Bergamo Jazz, le cui immagini non sono state utilizzate nel montaggio del documentario a causa della loro scarsa qualità.
Chiude la serata la proiezione del celebre "Kansas City" di Robert Altman, del 1996; pellicola ambientata nel 1934 nella città che dà il titolo al film, dove la bufera della grande depressione passa come una leggera brezza primaverile. Anche in questo caso la trama del film è solo un pretesto: una telegrafista sequestra la moglie di un politico per salvare la vita del marito, ma dopo un'intricata successione di vicende il finale a sorpresa non le sarà favorevole. La narrazione si innesta però in un contesto realistico, dove vicende politiche, organizzazioni malavitose che si occupano di droga e gioco d'azzardo, diaspore tra bianchi e neri hanno un unico punto d'incontro: il jazz club. Fanno parte del cast giovani e vecchi protagonisti del jazz americano, prevalentemente di colore (tra gli altri Joshua Redman che interpreta Lester Bowie, James Carter nei panni di Ben Webster, Craig Hardy in quelli di Coleman Hawkins, Christian Mc Bride, Geri Allen, Nicholas Payton, Ron Carter a cui è affidato il brano che chiude il film).


 

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