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Il "fenomeno" del jazz in Israele (1 parte)

Scritto da Elfio Nicolosi on . Postato in Articoli

In questi ultimi 25 anni il movimento del jazz in Israele ha goduto di una crescita enorme, tanto da essere considerato, a giusta ragione, il secondo movimento a livello mondiale.

E' realmente impressionante, per un Paese di appena 7 milioni di abitanti, la quantità e qualità di grandi musicisti che si sono imposti in maniera prepotente nel panorama jazzistico internazionale, molti dei quali ormai si sono stabilmente trasferiti negli States per competere (e collaborare) con i più grandi interpreti del genere. 
Per comprendere il fenomeno basta leggere quello che scrisse il magazine JazzTimes nel maggio del 2008: "When it comes to jazz, Israel is the source of an almost miraculous outpouring of talent." Tutto cominciò agli inizi degli anni '90 quando un modesto gruppo di musicisti israeliani si trasferì negli Stati Uniti, per studiare alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York o al Berklee College of Music di Boston. Vivendo insieme e sostenendosi a vicenda essi hanno sviluppato delle proprie voci individuali con le quali riuscirono ad inserirsi nella competitiva scena locale. Ma quali sono i motivi di questa grande esplosione del jazz in Israele? Come ha scritto ancora JazzTimes nello stesso articolo: The causes are many and complex, from immigration patterns and Israel’s hardboiled culture to the country’s vaunted education system, which has embraced jazz to a remarkable extent. Just about everyone associated with the Israeli scene harbors a theory or two explaining how and why the country has become such a vital outpost for jazz talent, though even the musicians themselves are somewhat puzzled by the way the music has flourished thousands of miles from its point of origin.  
Il sistema educativo ha certamente avuto la sua importanza; fin da giovani, gli studenti israeliani che mostrano attitudine per la musica sono formati attraverso una serie di scuole d'arte, finanziate con fondi pubblici, bande militari e programmi universitari. La musica jazz è una componente importante di questa formazione, ed è un linguaggio naturale per molti dei musicisti. Come ha rilevato Dubi Lenzgiornalista e direttore artistico del celebre Red Sea Jazz Festival (la più importante rassegna israeliana), in un intervista sul blog A Proposito di Jazz: "Credo che il merito maggiore vada al sistema educativo, formativo. Adesso puoi cominciare a studiare jazz quando hai sei anni, quando vai alla prima elementare: se vai nel “dipartimento musica” puoi scegliere jazz e veramente cominci ad imparare i fondamentali di questo genere. A quindici anni puoi andare in un “college” musicale per studiare jazz dove avrai i migliori insegnanti che sono andati negli USA a studiare, a suonare e poi sono tornati. Così quando finisci questo ciclo di studi, puoi frequentare quelle che consideriamo una sorta di Università del jazz come la “Rimon School of Jazz” collegata con la Berklee o il Conservatorio di Tel Aviv connesso con la New School of Music di New York. Dopo due anni di frequenza in questi istituti puoi andare alla Berklee o alla New School of Music di New York per altri due anni”. 
Si può tranquillamente osservare come i principali jazzisti israeliani, pur nelle loro differenze, mostrino alcune caratteristiche comuni: una grandissima padronanza tecnica, notevoli qualità compositive che denotano una profonda conoscenza del linguaggio del jazz, senza però mai rinnegare le proprie origini, sia attraverso la fusione di elementi e sonorità mediorientali, sia con il frequente uso di pezzi della tradizione folkloristica, e non solo, israeliana, oltre ad una innata predisposizione ad eseguire delle melodie belle ed accattivanti. 
Questo articolo non vuole essere una guida omnicomprensiva dell'intero movimento del jazz israeliano, ma si propone solo di far conoscere meglio alcuni dei suoi esponenti che, a mio parere, si sono messi maggiormente in evidenza in questi ultimi anni, molti dei quali ormai sono delle vere star a livello planetario, richiestissimi da club, festival e sale da concerto in tutto il mondo. 
A proposito di jazz israeliano, non si può fare a meno di iniziare parlando di Avishai Cohen, sicuramente il capostipite di questo movimento. Bassista eccelso (ma anche pianista e cantante), bandleader di formazioni nelle quali ha contribuito alla scoperta di tantissimi talenti (connazionali e non), oltre che compositore tra i più ispirati della scena jazz attuale, con una scrittura molto accattivante e con una grande qualità melodica, Cohen è certamente uno dei personaggi più interessanti del jazz contemporaneo. 
Nato nel 1970 a Kabri, un kibbutz del nord d’Israele, da una famiglia di musicisti, Avishai inizia a 9 anni lo studio del pianoforte, abbandonato 5 anni dopo in favore del basso elettrico, ispirato da Jaco Pastorius, per poi passare all’età di 16 anni allo studio del contrabbasso, guidato dal maestro Michael Klinghoffer. A 18 anni si trasferisce a New York dove trascorre alcuni anni difficili, suonando nei parchi, prima di essere scoperto nel 1996 da Chick Corea, che lo ingaggia nella sua etichetta Stretch Records per utilizzarlo nella sua magnifica formazione Origin e nel suo Trio. Da quel momento la carriera di Cohen prende il volo, iniziando una prolifica e notevole produzione discografica da leader, caratterizzata da grande eclettismo, sia nelle formazioni che nei temi. 
Tra gli album, una segnalazione particolare meritano: Devotion (1999) in sestetto con Jason Lindner, Jeff Ballard, Jimmy Greene, Steve Davis e Amos Hoffman (con l'aggiunta su alcuni pezzi di un quartetto d'archi e di un coro vocale), che subito mette in evidenza l'abilità compositiva di Cohen nel saper mescolare jazz straight-ahead con le sonorità mediorientali; Unity (2001), con il quale lancia una formazione strepitosa, The International Vamp Band, che raccoglie giovani musicisti di diverse parti del mondo: un altro israeliano (Avi Lebovich), un argentino (il trombettista Diego Urcola), un cubano (Yosvany Terry) ed un messicano (il batterista Antonio Sanchez). At Home (2005), è un album in trio (più numerosi ospiti sparsi nell'album), un delizioso viaggio musicale che "reflects on, and celebrates, places, people, emotions and realizations that Cohen has encountered in his many sojourns around the globe, all the while exposing the innermost jubilation and contemplation of the bassist/composer" (dal sito ufficiale di Cohen). L'album è rilevante anche perché presenta quello che viene quasi unanimemente considerato il pezzo più bello scritto da Cohen, Remembering, immancabile chiusura di tutti i concerti. Ed ancora lo straordinario Gently Disturbed (2008), album in trio (con Shai Maestro e Marc Guiliana) che rappresenta secondo me il momento più alto della carriera di Cohen, grazie alla magica coincidenza di pezzi stupendi e musicisti in stato di grazia, ed infine Almah (2013), quattordicesimo ed ultimo album, nel quale il trio (con il pianista Nitai Hershkovits ed il batterista Ofri Nehemya) è accompagnato da un quartetto d'archi ed un oboe per ricoprire di una patina classica una raccolta di originali, standard e melodie popolari israeliane. Ma a prescindere dalla produzione discografica, Cohen è sopratutto uno straordinario animale da palcoscenico in grado, con qualunque formazione si presenti, di conquistare e trascinare gli spettatori. 
Un altro artista israeliano che ha saputo, più recentemente, conquistare l'onore delle cronache è sicuramente Omer Avital. Contrabbassista dalla tecnica straordinaria e dal suono rotondo e poderoso, spesso paragonato a Charles Mingus o a Dave Holland, anche Avital ha incorporato nella propria musica le numerose influenze etniche assorbite durante la sua formazione, in particolare mediorientali e nordafricane, ma conservando un background prettamente jazzistico. 
Nato nel 1971 nel piccolo villagio di Giv'atayim e cresciuto a Tel Aviv da genitori di origine marocchina e yemenita, Avital si trasferisce nel 1992 a New York (dopo aver suonato per un anno nella Israeli Army Orchestra), e ben presto diventa un sideman richiestissimo con numerose collaborazioni con Roy Haynes, Jimmy Cobb, Nat Adderley, Walter Bishop, Jr., Al Foster, Kenny Garrett, Steve Grossman, Jimmy Lovelace e Rashied Ali. Nel 2002, Avital ritorna per tre anni in Israele, dove studia composizioni classiche, teoria musicale araba, Oud e musica tradizionale israeliana. Al suo ritorno negli States nel 2006 registra due eccellenti album "live": Asking No Permission, registrato nel 1996 presso il nascente Smalls Jazz Club, con una intrigante formazione che presenta quattro sassofonisti (Mark Turner, Gregory Tardy, Myron Walden e Charles Owens) più il batterista Ali Jackson; The Ancient Art of Giving registrato nel gennaio del 2006 al Fat Cat di New York City, con Mark Turner (sax), Avishai Cohen (tromba), Aaron Goldberg (piano) ed ancora Ali Jackson. Finalmente nel 2011 arriva il grande successo grazie alla nascita di una formazione davvero eccezionale: l'Omer Avital Quintet, con un line-up abbastanza stabile, con la quale pubblica tre album strepitosi: Free Forever (2011) con il trombettista Avishai Cohen, il sassofonista Joel Frahm, il pianista Jason Lindner e il batterista Ferenc Nemeth; il bellissimo Suite of the East (2012) a mio parere il suo migliore, che presenta lo stesso line-up con l'inserimento di Omer Klein al piano e Daniel Freedman alla batteria, ed il recente New Song (2014), con Yonathan Avishai al piano. Grazie a questi tre album ed una intensa attività dal vivo, che si caratterizza per concerti irresistibili e travolgenti, l'Omer Avital Quintet è da molti considerata una delle migliori formazioni in circolazione. Ma oltre alla suo impegno da leader, Avital ha anche un notevolissima attività come componente di altre formazioni; in particolare merita una citazione Third World Love composta da tre artisti israeliani (Avishai Cohen, Omer Avital e Yonatan Avishai) ed uno americano (Daniel Freedman), con la quale ha pubblicato ben cinque album, di cui due, Sketch of Tel Aviv (2006) e Songs and Portraits (2012) davvero superlativi, oltre ad una notevole attività live in giro per il mondo. 
Come abbiamo visto uno dei frequenti collaboratori di Avital è il trombettista Avishai Cohen, che negli ultimi anni è sembrato in crescita continua, da farlo diventare uno dei più richiesti trombettisti della scena jazz newyorkese, tanto che il The New York Times lo ha descritto come “an assertive, accomplished trumpeter with a taste for modernism” e “an extravagantly skilled trumpeter, relaxed and soulful. . . deftly combining sensitivity and flair.” 
Nato a Tel Aviv nel 1978 da una famiglia di musicisti (e con due fratelli sassofonisti Anat e Yuval), Avishai si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare il Berklee College of Music a Boston. Terminato il College, ottiene il 3° posto al prestigioso Thelonious Monk Jazz Trumpet Competition nel 1997, prima di trasferirsi a New York dove inizia a collaborare con Omer Avital e Jason Lindner per alcuni ingaggi nel nascente Smalls Jazz Club. Registra il suo primo album nel 2003 intitolato The Trumpet Player per evitare di farsi confondere con l'omonimo bassista.
Negli ultimi anni ha pubblicato un paio di album con la sua formazione Triveni, un eccellente trio (senza pianoforte) con una ritmica composta da Omer Avital e Nasheet Watts, con minori influenze mediorientali, ma decisamente più radicata nel jazz americano spaziando sopratutto tra hard-bop e jazz d'avanguardia: Introducing Triveni (2010) e Triveni II (2012), mentre è di prossima uscita un terzo capitolo dal titolo Dark Nights. 
Sono innumerevoli le formazioni in cui Cohen è impegnato, oltre ai già citati Omer Avital Quintet e Third World Love, fa anche parte, con i due fratelli, dei 3 Cohens (di cui parlerò successivamente), e del SF Jazz Collective. In questi giorni inoltre è in uscita, come sideman di Mark Turner, nell'album Ecm, Lathe of Heaven.
Un posto di rilievo nella scena jazzistica israeliana, lo merita certamente la grande Anat Cohen (sorella del trombettista), la cui notorietà ha contribuito non poco alla crescita ed alla evoluzione del jazz nel suo Paese. Importante è anche il suo impegno catalizzatore per il progetto Anzic Records (il cui nome deriva da una contrazione di ANat e MuZIC), una piccola etichetta indipendente newyorkese, specializzata nel pubblicare album di artisti israeliani e non, che la Cohen inaugurò con la pubblicazione del suo album di debutto Place & Time.
Clarinettista estremamente virtuosa (vincitrice diverse volte nelle classifiche della Jazz Journalists Association e di Downbeat) ed anche eccellente sassofonista (sia tenore che soprano) e flautista, la Cohen è diventata una vera diva sia in patria, che negli Stati Uniti. 
Nata a Tel Aviv nel 1975, Anat, come il fratello, studia al Berklee College Of Music, laureandosi Bachelor of Arts in Professional Music, prima di trasferirsi a New York, dove ottiene subito una grande accoglienza grazie al suo virtuosismo, specie al clarinetto, ed alla sua gioiosa presenza scenica che rende i suoi concerti un'esperienza estremamente godibile. La sua discografia, che vanta già sei album, tutti pubblicati dalla Anzic Records, è un chiaro esempio della sua classe e del suo eclettismo; tra questi voglio segnalare in particolare lo straordinario Note from the Village (2008), una raccolta di originali, che mettono in mostra anche la sua grande abilità di songwriter, e standards (tra cui una fantastica versione di After the Rain di Coltrane), in cui è accompagnata dal pianista Jason Lindner, dal bassista Omer Avital e dal sempre eccellente batterista Daniel Freedman, più diversi ospiti, con una scaletta che riunisce jazz, samba, kletzmer, gospel, blues, soul, ecc... Merita una citazione anche il brillantissimo Clarinetwork (2010), registrato live al Village Vanguard di New York, una raccolta di celebri standards collegati a Benny Goodman, di cui si celebrava il centenario. Sweet Georgia Brown, Lullaby of the Leaves, St. James Infirmary, After You've Gone, sono solo alcuni dei classici eseguiti splendidamente dal clarinetto della Cohen, che si avvale per l'occasione di una solida formazione che comprende il pianista Benny Green, il bassista Peter Washington ed il batterista Lewis Nash. Buono, anche se un gradino inferiore, l'ultimo album dal titolo Claroscuro, pubblicato nel 2013. 
Anat, insieme ai fratelli Avishai e Yuval, è anche protagonista di un'altra formazione estremamente interessante, i 3 Cohens, che ha pubblicato 4 album, tra cui segnalo in particolare Family (2011) con la strepitosa Shufla de Shufla. Parlando dei 3 Cohens la rivista Downbeat ha scritto “Chemistry. Alchemy. Telepathy. All are appropriate words to describe the otherworldly quality of improvisation by a band with longstanding individual credentials… There’s something special at work here – a new level of anticipation and celebration. Witness the joyful – and at times, whimsical and intimate – conversations and interweaving horn textures.” (continua)


Ecco una playlist di video degli artisti e dei gruppi di cui ho parlato:

 

Commenti   

#2 Elfio 2014-09-12 16:18
Grazie per il contributo nell'ampliare l'orizzonte di questo articolo, che, come mi sono reso nello scriverlo, avrebbe avuto bisogno di uno spazio molto più ampio. Parlerò comunque di alcuni degli artisti che hai segnalato nella prossima parte, in particolare dei pianisti e del fenomenale Daniel Zamir, che ho avuto la fortuna di scoprire proprio in questi giorni mentre scrivevo l'articolo.
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#1 Gianni Gualberto 2014-09-12 15:40
Il fenomeno della nascita del jazz in Israele non nasce esattamente con Avishai Cohen ma ben prima. Comincia, se vogliamo, con l'operato del sassofonista americano Stephen Horenstein (qualcuno ricorderà anche un suo disco per la Soul Note) negli anni Ottanta e soprattutto si perfeziona e s'internazional izza ulteriormente con l'operato di Arnie Lawrence (che qualcuno ricorderà a fianco di Chico Hamilton) nella seconda metà degli anni Novanta. Inoltre, la funzione di due scuole (con relativi insegnanti, si pensi a un artista come Yuval Cohen) come la Jerusalem Academy of Music (collegata alla New School di New York) e la The Rimon School of Jazz and Contemporary Music (collegata alla Berklee School di Boston) di Ramat HaSharon, è stata determinante. Se è vero che Omer Avital è stato un apripista con il suo lavoro allo Small's di New York, uno dei primi fondamentali giovani pionieri è stato Avi Lebovich (che inizialmente incideva con il nome di Avi Lebo), allievo di Slide Hampton, che torna in Israele nel 2003 e dà vita alla Israeli Jazz Orchestra (oggi "The Orchestra"), ancora oggi la miglior big band israeliana, con solisti quali Amit Friedman e Alon Farber. E' vero che Omer Avital soprattutto, e anche Avishai Cohen, hanno sospinto una serie di eccezionali e inventivi strumentisti (da Shai Maestro a Nitay Hershkovits, da Nadav Remez a Amir Bresler), ma il campo è stato seminato e arato da tempo, in concomitanza con la progressiva "invenzione" e crescita di una musica popolare locale (la musica nazionale israeliana viene in qualche modo creata "in laboratorio", a partire dagli anni Trenta del XX secolo), tant'è che anche improvvisatori come Omri Mor, Omer Avital, il trombettista Avishai Cohen, lo straordinario Daniel Zamir mantengono stretti rapporti con la tradizione religiosa, soprattutto sefardita (si pensi al loro lavoro con la Israeli Andalusian Orchestra o con la New Jerusalem Orchestra guidata da un affascinante e ispirato cantore come Haim Louk). Il che non toglie che da Albert Beger fino a un musicista poliedrico come Ilan Volkov (fra gli inventori di una vera e propria fucina di talenti come il Levontin 7 di Tel Aviv) o fino a un gruppo come Kruzenstern i Parohod la scena israeliana punti anche molto a nuove forme di sperimentazione spesso estrema. Per tacere dei molti artisti israeliani oggi attivi in Europa e negli Stati Uniti...
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