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Jazzy Horror Picture Show

Scritto da Alberto Arienti Orsenigo on . Postato in Articoli

A metà anni 60, il jazz non stava benissimo: il free cercava una via d'uscita dalla palude in cui si era ficcato e la trovò nell'accogliente Europa, il mainstream si trovò a perdere seguaci tra i giovani, sempre più affascinati dai diversi aspetti che il rock ed il soul sapevano proporre. La risposta più sveglia e spregiudicata portò verso la fine della decade alla fusion, in un tentativo autonomo di rinnovamento e conquista di un pubblico più ampio.

I più pigri o i meno convinti, cercarono di restare nel giardinetto confortevole ma rinsecchito, cercando di ripetere una vecchia operazione, sempre riuscita in precedenza, "jazzificare" il pop.
Solo che il nuovo pop aveva caratteristiche totalmente diverse dal vecchio, che era molto vicino al jazz, armonicamente interessante e stilisticamente compatibile. Il nuovo pop era melodicamente ed armonicamente molto semplice e doveva parte del suo fascino all'immediatezza degli interpreti. Questo problema si trascinerà all'infinito e provocherà diversi tentativi in merito, ma con pochi risultati interessanti, come ha anche dimostrato molti anni più tardi l'autorevole lavoro di Herbie Hancock nel definire dei nuovi standards.
I due produttori che più spinsero in questa direzione furono Richard Bock (Pacif Jazz e World Pacific) e Creed Taylor (Verve prima e poi CTI e Kudu).
Il primo puntò molto su un altosassofonista di classe, influenzato da Art Pepper, che assieme a Laurindo Almeida aveva anticipato di poco l'esplosione della bossa nova: Bud Shank. Nel 1966 escì "Girl in Love" con gli arrangiamenti di Bob Florence ed ebbe, purtroppo, un decente successo, spingendo così alla pubblicazione di altri dischi del tipo: "Michelle", "California Dreamin", "A Spoonful of Jazz" (arrangiato da Shorty Rogers!), "Magical Mystery" e "Let It Be".
La costruzione dei dischi seguiva il solito schema: pochissimi spazi all'improvvisazione, riproposizione delle melodie originali con timide parafrasi e nulla più. Nell'operazione furono anche coinvolti i trombettisti Chet Baker e Gary Barone. Ma, nonostante l'abilità di Shank i risultati furono assolutamente risibili, Bud sembrava poco convinto del suo lavoro e non s'impegnava più di tanto.
Il peggio però arrivò con Chet che, sempre nel 1966, incise dapprima "Quietly, There" con un'orchestra d'archi, cercando di produrre un disco di facile ascolto, usando qualche brano del nuovo pop. Baker non si dette molto da fare, anche perché improvvisare su "Io che non vivo senza te" non era certamente il massimo. Poi fu il tracollo: sull'onda del successo di Herb Alper e della Tijuana Brass, sempre nel 1966 uscirono 3 (diconsi tre!) album di Baker con un'orchestra denominata Mariachi Brass; "A Taste Of Tequila", "Hats Off" e "Double Shot".
Non c'è bisogno di ascoltarli per capire lo squallore in cui venne messo Chet (che del resto era sempre affamato di denaro); io li ho anche ascoltati, ed è stato come scendere all'inferno: repertorio risibile, arrangiamenti pedestri, Chet che suona poco e male, incapace di capire cosa fare e mancante totalmente dello spiritaccio che lo avrebbe forse potuto salvare. Incomprensibile operazione anche dal punto di vista commerciale.
Nel 1970 ci pensò la Verve a riproporlo in una rilettura di brani legati al gruppo Blood, Sweat & Tears, col disco "Blood, Chet & Tears", dove si sprecarono musicisti di livello nel ruolo di sidemen e nel quale Chet si barcamenò meno disastrosamente rispetto ai precedenti album, ma non abbastanza. In fondo si salvò veramente solo in due brani cantati con l'orchestra d'archi.
La Verve ci aveva già provato con Wes Montgomery ("California Dreaming" del 1966), che proseguì la sua avventura poi con la CTI, e con Stan Getz, che esaurita la spinta propulsiva della bossa nova e prima di provarci con un po' di fusion, tentò l'aggancio col nuovo pop, realizzando l'incontro con la musica di Burt Bacharach ("What The World Needs Now: Stan Getz Plays The Burt Bacharach Songbook" - 1968), il compositore più famoso dopo i Beatles e Bob Dylan. Claus Ogerman dispose, con la sua ben nota competenza, un tappeto sonoro di archi e fiati sul quale Stan si mosse con grande esperienza e poca ispirazione, anche se qua e là la sua zampata si fece sentire. Un anno dopo, nel 1969, uscirono poi "Marakesh Express" e "Didn't We", senza lasciare praticamente traccia.
Burt sarà anche riproposto da Cal Tjader ("Sounds Out Burt Bacharach" - 1969), in un album fiacco, come tanti album di Cal quando è lontano dai litorali caraibici; come poco convincente sarà anche la rivisitazione fatta anni dopo da un ormai esperto McCoy Tyner ("What the World Needs Now" - Impulse 1996). Evidentemente Bacharach non ha mai avuto fortuna con il jazz.
Tornando a Wes, Creed Taylor organizzò delle grosse formazioni piene di musicisti di classe al comando di Don Sebesky, e pubblicò qualche album non entusiasmante, ma almeno decente ("A Day in the Life", "Road Song" e "Down Here on the Ground") che, a detta di Creed aiutarono molto a sistemare la famiglia di Wes.
Un altro chitarrista della CTI incontrò Sebesky, ma con risultati decisamente poco entusiasmanti: George Benson che ci regalò due dischi molto omogeneizzati come "Shape of Things to Come" (1968) "The Oher Side of Abbey Road" (1970).
L'incontro coi Beatles riuscì un po' meglio a Count Basie, con due dischi: "Basie's Beatle Bag" del 1966 e "Basie on the Beatles" del 1969, non particolarmente memorabili, ma almeno di un livello decoroso ed abbastanza divertenti. Risulta evidente che i musicisti neri riuscirono ad ottenere i risultati più soddisfacenti, forse perché riuscirono a mantenere un contato più immediato e naturale con la tradizione popolare del blues.
Stanley Turrentine, tra il 1968 e il 1969, ci fornì alcune solide interpretazioni con gli album "Common Touch" "The Look of Love" e "Always Something There" con la moglie organista Shirley Scott e con gli arrangiamenti di Thad Jones.
Sempre in quegli anni, Hank Crawford omaggiò Aretha Franklin ("Mr. Blues Plays Lady Soul" - 1969), la stella della sua casa discografica Atlantic, un'operazione che sulla carta doveva essere vincente ma che alla fine deluse un po'. Si rifece qualche anno dopo, affrontando un grappolo di successi pop, nel disco "Help Me Make It Through the Night" (disco Kudu 1972).
L'indisponibilità di Crawford per la seduta di "Inner City Blues" (con alcuni brani tratti dal disco What's Goin'On di Marvin Gaye), consentì 1971 a Grover Washington l'esordio come solista vigoroso e forse più pimpante di Hank.
Uno dei più riusciti album del genere fu però "Bridge Over Troubled Water" dove Paul Desmond, riuscì ad affrontare il repertorio di Simon & Garfunkel improvvisando, con sufficiente spazio e voglia, su una tavolozza molto varia curata da Don Sebesky, sempre per la CTI.
Queste operazioni si dimostrarono alla fine col fiato corto, un disperato tentativo effettuato in una situazione di emergenza, senza grosso tornaconto, nemmeno a livello commerciale.
In effetti era piuttosto difficile capire bene a che pubblico volessero rivolgersi: non certo i giovani amanti del rock, che non potevano certo gioire per gli arrangiamenti gonfiati di Don Sebesky, forse solo agli amanti di un easy-listening con vaghi richiami jazzistici ed un repertorio aggiornato con gli ultimi successi. Resterebbero da analizzare, volendo, i criteri estetico-commerciali dell'etichetta CTI, che è quasi sempre riuscita ad ottenere il peggio dai grandi artisti scritturati, facendo forse più danni (anche se limitati nel tempo) della tanto criticata (e giustamente) ECM.


 

 

Commenti   

#1 Marco Bertoli 2014-08-30 16:11
I dischi «messicani» di Baker non sono jazz e ancor meno sono lavori memorabili, però io, che ho abbastanza cattivo gusto, li trovo divertenti :oops:
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