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Non bollate Bollani

Scritto da Alberto Arienti Orsenigo on . Postato in Articoli

Stefano Bollani è una figura centrale del jazz italiano che merita di essere studiata più attentamente del solito, visto le diverse sfaccettature che presenta. In effetti, uno si può trovare un po' spiazzato dalle diverse manifestazioni del suo estro, che spaziano ben oltre i normali confini del jazz, ma che non si limitano alla sola musica. Forse per leggere meglio il personaggio bisognerebbe partire dalla sua trasmissione televisiva "Sostiene Bollani" e capire che il ruolo di intrattenitore è qualcosa di più di una semplice trovata per alleggerire una trasmissione di musica.

Basterebbe ricordare che uno dei suoi primi dischi ("Gnòsi delle fanfole" firmato Altomare & Bollani) è puro cabaret, senza contare le varie collaborazioni con la Bandabardó e la Banda Osiris: l'aspetto scherzoso della musica è quindi una componente importante per il nostro artista, almeno nella fase iniziale.
Nella trasmissione risulta anche evidente il gusto di Bollani nell'usare il pianoforte come mezzo d'intrattenimento, facendone via via un mezzo di divulgazione o usandolo come base per patchwork stilistici e citazioni a bizzeffa. Insomma, sembrerebbe che la cosa più naturale per il pianista sia lo svariare il più possibile tra gli stili e le epoche della musica con la massima libertà possibile.
In questo contesto, le sue esibizioni col trio jazz, sembrano più uno dei tanti ruoli da interpretare, piuttosto che lo scopo ultimo della sua carriera. Ho come l'impressione che a Stefano interessi soprattutto essere un ottimo pianista, senza alcuna denominazione che lo possa limitare, come potrebbe essere invece se lo si definisse "pianista jazz".
In effetti, negli anni in cui lavorava ottimamente nel gruppo di Enrico Rava produceva dei dischi in proprio che avevano sempre un tocco di eccentricità, dote che evidentemente gli è molto congeniale: "L'orchestra del Titanic" (1999) e "Il cielo da quaggiù" (2001 - coofirmato con L' orchestra del Titanic) sembrano più colonne sonore immaginarie per dei film di Fellini che musica jazz. 
Non mancano riletture nostalgiche in bilico col pop ("Abbassa la tua radio" - 2000, "Mambo italiano" - 1999, "Ma l' amore no" - 2004, "I'm in a mood for love" - 2008) e qualche omaggio all'amato Brasile ("Voce e eu" con Phil Woods e Barbara Casini - 2001, "Falando de amor" - 2003).
I dischi di piano solo invece ci mostrano un Bollani virtuoso, eclettico, che fa molte citazioni, mischia gli stili: un prestigiatore della tastiera molto lontano dalla poetica chessò, di un Bill Evans. E invece, tanto per contraddire i critici, eccolo che omaggia Bill Evans (e Jim Hall) assieme a Luigi Tessarollo (2002) con risultati variabili ma comunque interessanti.
Ma la sua bulimia musicale non lo tiene fermo per molto ed i richiami per la musica classica del primo novecento alla fine lo seducono portandolo ad incidere delle musiche di Francis Poulenc (2007), scelta intelligente e prudente quello che basta, visto che Poulenc non è famosissimo in Italia.
Nel 2010 arriva, dopo alcuni concerti live (anche in televisione) la versione su disco di Rhapsody in Blue e Concert in F, diretti da Riccardo Chailly. La scelta di Gershwin è perfetta per diversi motivi, non ultimo il legame sotterraneo che lo lega al jazz. senza contare che già nel 2006 Bollani affronta il suo songbook assieme a Roberto Gatto ("Gershwin and more").
Questo disco è importante perchè ci mostra l'approccio jazz ad alcuni standard che Bollani riprenderà da solo nel contesto classico: un Gershwin double face, che ci consente dei confronti interessanti. Senza un bassista a chiudere il triangolo, Bollani si sente più libero nei suoi cambi di atmosfere, lasciando a Gatto l'ingrato compito di dialogare e colorare.
Tecnicamente Stefano non si fa mancare nulla, con un pianismo limpido, brillante e sorprendentemente mainstream. Perchè nonostante qualche accenno a Monk (e qualche uso di clusters alla Taylor), il suo baricentro stilistico è addirittura Erroll Garner! Ovviamente il percorso musicale non è così semplice, visto che al nostro piace molto l'approccio trasversale, le citazioni, gli svolazzi e tutto quello che la sua cultura musicale gli suggerisce.
La mia impressione è che a Bollani interessino principalmente due cose: il virtuosismo tecnico e l'originalità, a costo di rinunciare alla costruzione di un mood.
L'emozione, quando arriva, è proprio il risultato di un equilibrio tra approccio originale e stile convenzionale ma impeccabile.
Qualche volta le trovate non funzionano per eccesso di originalità o un filo di goliardia di troppo, però nel suo complesso è musica molto effervescente e divertente, anche se forse poco profonda.
Il ruolo di Roberto Gatto è un po' misterioso: non riesce ad instaurare un dialogo, come di solito avviene in un duo, ed accompagna un musicista sostanzialmente autosufficiente, colorando una tavolozza già abbastanza variegata. 
Le versioni "classiche" sono più contenute ma rimangono sempre brillanti e disinvolte quel che basta per far venire qualche brivido ai parrucconi. Ascoltandole mi vengono in mente le versioni originale dell'autore, ascoltate da rulli gracchianti: il pianismo dei due non è poi così lontano: Bollani, aldilà della sua spregiudicatezza di facciata, conosce bene i limiti da non superare. 
Due anni dopo, la coppia Bollani - Chailly propone "The sounds of the 30s" con opere di Ravel Weill, Stravinsky e De Sabata, scelta oculata con la sola eccezione del "Concerto per pianoforte in sol maggiore" di Ravel che forse non è ancora alla portata della sensibilità di Bollani.
Avviato ormai al successo internazionale, sfida Chick Corea ad Umbria jazz ("Orvieto" - 2011) in un incontro divertente con uno smaliziato artista che sa giocare al gatto col topo. Stefano, ovviamente, cerca i virtuosismi più gustosi per rubare la scena all'americano, ma Corea prima gli da corda e poi lo rimette al posto con un paio di zampate. Come disco alla lunga diventa un po' noioso per eccesso di virtuosismo, sono invece divertenti i video su Youtube che consentono di seguire le dinamiche, anche gestuali, tra i due. 
Un discorso a parte riguarda il cosiddetto "Danish Trio", ovvero il trio fatto con Jesper Bodilsen (basso) e Morten Lund (batteria). La formazione, la produzione di Manfred Eicher, l'etichetta, tutto sembra cospirare per un approccio moderno ma senza estrosità. Lo spazio lasciato agli compagni consente a Bollani di giocare ogni tanto di rimessa, partendo con un lavoro minimalista a cavallo tra Bill Evans e Paul Bley ("Dom de iludir") e ritrovandosi già al secondo brano sulle orme di un blando Jarrett. Un gran progetto di testa, dove le sorprese sono tutte molto serie (o seriose): "Improvisation 13 en la mineur" di Poulenc, liberato però dalla struttura classica questa volta, e "Il Cervello del pavone", dove la suggestione classica contemporanea si scontra con un ritmo molto incalzante per un risultato un po' altalenate. Un disco molto pretenzioso, coraggioso anche, ma anche un po' mimetico, dove Bollani spesso si nasconde tra la ritmica per giocare sulle sfumature, come se avesse il freno a mano tirato, per impedirsi di rovinare quel bel equilibrio, probabilmente creato a tavolino. Un bel disco con tanto fosforo e senza cuore, molto simile ad una referenza per salire di livello.
Più interessante per cogliere il senso della sua musica, il disco "Piano solo" (ECM - 2006) e per meglio spiegarlo userò le parole di presentazione tratte dal sito ufficiale di Stefano: "Bollani suona un rag di Scott Joplin, liberamente improvvisa, suona tango come se fossimo all’inizio del secolo scorso, suona standards, suona composizioni proprie, omaggia un collega italiano, Antonio Zambrini, aprendo il disco con il suo “Antonia”. Interpreta “Don’t Talk” dei Beach Boys’ e canzoni rese celebri da Louis Armstrong e Nat King Cole. Improvvisa su un tema tratto dal primo concerto per pianoforte di Prokofiev... E, infine, compie questo turbinoso viaggio attraverso i generi secondo logica e necessità espressiva. Un disco come nessun altro nel catalogo ECM; questa è una registrazione che conquisterà una grandissima attenzione. Manfred Eicher ha detto di lui: raramente ho incontrato un musicista, un improvvisatore, che avesse un così sviluppato senso della struttura e della forma". Fatta la tara sulle iperboli di presentazione (e sull'entusiasmo del produttore) ci troviamo di fronte ad un menù che rispecchia perfettamente la "bulimia musicale" di Bollani, qui tenuta un po' al guinzaglio da una voglia di unificare le sue varie anime, magari reprimendole in parte. 
A questo punto della sua carriera, sono curioso di capire le prossime mosse di Stefano: diventerà un artista crossover internazionale, come ce n'erano una volta e come necessitano oggi, oppure si butterà sempre più nella musica classica? Difficile dirlo, anche se io ritengo più probabile la prima ipotesi.
Fosse stato di lingua madre americana sarebbe già una star dell'intrattenimento globale, vediamo cosa succederà.

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NB:
Ad Umbria Jazz 2007, Stefano esordisce con queste parole:
«Se fate delle foto con il flash durante il concerto... i nostri tecnici lo comunicheranno a Keith Jarrett, che sta suonando in un altro luogo in Europa, e lui smetterà! Quindi un po' di rispetto, grazie»?
Come si fa a parlare male di un tipo simile?


 

 

Commenti   

#3 Gianni Gualberto 2014-07-26 21:38
Che Bollani sia soddisfatto, non v'è dubbio. Magari lo fosse un poco di meno... e leggesse il compianto David Foster Wallace: "no matter how smart you thought you were, you are actually way less smart than that".
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#2 Alberto Arienti 2014-07-26 15:16
Non conosco personalmente Bollani ma ho l'impressione che sia soddisfatto per come le cose sono andate finora.
Il problema semmai si pone ora sul cosa farà da grande. In America potrebbe fare l'entertainer musicale a largo spettro, in Italia non so. Comunque la persona è ambiziosa, intelligente e sveglia e potrebbe riservare delle soprese, visto che è un musicista disposto a dialogare ed ha doti mimetiche molto interessanti. L'importante, secondo me, è che non si faccia troppo eicherizzare.
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#1 Gianni Gualberto 2014-07-26 11:27
Può darsi, per quanto certo eclettismo sveli, oltre il velo di Maia di una tecnica indiscutibile e di una intelligenza molto viva, una grande superficialità di fondo (checché ne dica Eicher, soi-disant intellettuale piuttosto sopravvalutato e ingordo di kitsch): fra i giocolieri e i funamboli vi sono spesso coloro che sono in grado di stupire, e il grande artigianato spesso arriva a lambire l'arte, senza mai approdarvi del tutto. E questo mi pare il caso di Bollani, nuova icona culturale che dovrebbe alleviare le frustrazioni delle estreme propaggini dell'impero. La sua intelligenza è indiscutibile, la sua tecnica pure, i risultati sono culturalmente un divertente bric-à-brac generazionale fatto di scarti ed eclettiche memorie onnivore se non bulimiche, realizzato in modo superbo (tenendo conto che viviamo in un'epoca in cui la confezione è più determinante del contenuto) ma di completa innocuità. Peccato, perché se Bollani non fosse subito diventato preda di un successo vagamente isterico (tipica manifestazione di una cultura che non è usa a frequentare il successo), dando perciò sfogo più che a un necessario processo di maturazione ad una pirotecnica quanto goliardica esibizione dei propri mezzi (le sue interpretazioni di Gershwin, Poulenc e, peggio, Ravel sono più che trascurabili, fragili, di scarso peso interpretativo e del tutto insignificanti, per non dire inutili: quelle di Gershwin e Ravel sono tipiche produzioni discografiche realizzate per cavalcare l'onda di un successo popolare), sarebbe potuto diventare un Robert Rauschenberg della musica.
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